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Benvenuti al “Festival della Mente”!!

 

                                                  

 

 

L’estate spezzina 2006 è piacevolmente ricca di eventi, musicali o culturali che sia. L’avvenimento forse più atteso, perché giunto alla sua terza edizione, è però il Festival della Mente, che si terrà a Sarzana dal 1 al 3 settembre. Esso ha sempre offerto ad un pubblico davvero partecipe una vasta gamma di personalità di respiro nazionale ed europeo pronte ad esprimersi in maniera davvero informale sui più disparati argomenti riguardanti tutti i prodotti del pensiero e dell’intelletto. Anche quest’anno non dobbiamo temere di essere delusi: il tema portante è ancora la creatività. Per questo abbiamo intervistato Gabriella Tartarini, consigliere e membro della Commissione Cultura della Fondazione Carispe. Questo importante ente cittadini, infatti, insieme al Comune di Sarzana, promuove ed organizza il Festival con il patrocinio della Regione Liguria. Il discorso verte sui giovani, sulla loro presenza al festival e sul loro futuro in una città che sembra invecchiare sempre di più.

 

Che cos’è il Festival della Mente? E chi vi partecipa?

Il Festival della Mente è il primo Festival europeo dedicato ai processi creativi con una estensione ad aree importanti che hanno al centro le dinamiche delle percezioni e il vasto mondo delle idee.

Gli argomenti e i temi spaziano dalla filosofia alla musica, dalla cucina creativa alla moda, dalla matematica alla sociologia, dall’arte all’economia, senza dimenticare la letteratura, il design, la pubblicità, la neuroscienza, lo sport, il cinema, il teatro e tutto quanto concerne i “prodotti” della Mente.

Il Festival della Mente chiama quindi a raccolta scrittori, musicisti, architetti, pubblicitari, registi, attori, sportivi, oltre a scienziati e filosofi italiani e stranieri che hanno avviato riflessioni originali sulla natura e le caratteristiche di una delle più apprezzate tra le capacità umane: la creatività, appunto. Inoltre dalla seconda edizione si è inaugurata una speciale sezione dedicata alla creatività di bambini e ragazzi.

A tutti gli ospiti il Festival chiede di condividere questo progetto con un intervento, una performance, una Lectio magistralis o un workshop nuovo e originale. Non si chiede solo di raccontare il “cosa” ma soprattutto il “come” e il “perché”.

Il Festival si è voluto chiamare “Della Mente” perché essa è il luogo, il contenitore nel quale avvengono i tutti i nostri processi (razionali, creativi, sentimentali, di apprendimento, del linguaggio ecc.) e in cui nasce l’evoluzione del pensiero. Che, va da sé, è creatività.

 

Il tema dello scorso anno era la creatività. Verrà riproposto anche per questa edizione?

Il tema è sempre quello della creatività, in tutte le sue forme e manifestazioni, proprio perché non si cambia mai il tema centrale. Questa è una delle peculiarità del Festival: non c’è un argomento prefissato dall’esterno o dall’alto, ogni autore o personaggio è libero di esprimere la propria creatività trattando l’argomento che preferisce o che gli è più congeniale, e nel modo che ritiene più opportuno (altrimenti che creatività sarebbe?).

 

Come si organizza il Comune di Sarzana per questo avvenimento?

Il Comune di Sarzana mette a disposizione del festival molte risorse, anche umane. Ci sono molte persone che lavorano, anno dopo anno, all’organizzazione, e sono coinvolti anche gli studenti delle scuole superiori o gli universitari, che prestano la loro opera con servizi di vario genere, dall’accoglienza al servizio d’ordine e quant’altro. Anche semplici cittadini si prodigano per dare una mano, accogliere gli ospiti, fare loro da guida, eccetera. Il tutto per rendere migliore l’ospitalità.

 

Che cosa significa il Festival della Mente per la città di Sarzana?

Esso rappresenta forse il fiore all’occhiello di tutte le iniziative culturali e/o di intrattenimento che da anni il Comune organizza. Sicuramente è un ulteriore impulso al turismo, al commercio, alla vita culturale e sociale della città.

 

Qual è il riscontro nella gente? Lo scorso anno hanno partecipato circa ventimila persone, vi aspettate un successo simile anche per la nuova edizione?

Il Festival appare in crescita: il primo anno, evento praticamente sconosciuto, ha visto la presenza di 12.000 persone, grazie all’originalità e all’elevata qualità dell’iniziativa.  Lo scorso anno le presenze sono salite a ben 20.000.E’ ovvio che ci si aspetta una crescita, ma non bisogna dimenticare che queste cifre, per una città non grande come Sarzana, sono già notevoli, per cui non ci preoccupa tanto una crescita esponenziale di pubblico quanto, sicuramente, mantenere questo trend, a conferma di un successo ormai acquisito.

 

In che rapporto si trovano i giovani e il festival della mente?

A parte la partecipazione attiva, come sopra detto, di tanti studenti che volontariamente prestano la loro opera per l’organizzazione, si è notato un buon riscontro anche nei bambini e ragazzi che hanno frequentato i laboratori creativi strutturati appositamente per loro. Durante il corso di questo anno scolastico, inoltre, sono state promosse iniziative con gli alunni degli istituti spezzini e sarzanesi,  con questionari, proposte, progetti. Il tutto si è concluso con l’incontro con il grande matematico Piergiorgio Odifreddi che ha parlato della creatività, per sensibilizzare i giovani al tema e per cercare di aumentarne la partecipazione al Festival.

Tuttavia si è notato che il pubblico è composto da tutte le fasce di età.

 

Dato che allora il Festival punta molto sui giovani, ha qualche consiglio per loro?

Posso dire che la cultura è sempre il primo strumento per intraprendere ogni attività, ma è la curiosità che non deve mancare, perchè è la molla vera che spinge a conoscere, a studiare, a guardare il mondo e a cercare di capirlo e di accettarlo. Ed infine…..ci vuole creatività.

 

Cosa ne pensa delle iniziative che la città propone per i giovani? Ritiene che i giovani abbiano buone prospettive per un futuro in città oppure crede che debbano allontanarsi?

Devo dire che oggi il Comune della Spezia, come quello di Sarzana, offrono maggiori iniziative ai giovani rispetto al passato. Penso al centro multimediale Dialma Ruggiero, al Camec, ai concerti di musica pop e al Festival del jazz o al teatro. Non dobbiamo poi dimenticare che anche tante scuole offrono varie opportunità di intrattenimento,  per esempio i concerti del Conservatorio oppure certe iniziative del Liceo classico o del Liceo artistico.

Credo però che i veri (e primi) propositori dovrebbero essere i giovani stessi: sono loro che devono “chiedere”, organizzare, tentare, proporre, realizzare e non aspettare che siano sempre “altri” a pensare per loro. Se possibile, sarebbe bello che i giovani rimanessero nella loro città e si creassero qui il loro futuro, diventando attori e non spettatori,  realizzando le loro aspettative e facendo si che la città continui a vivere e a crescere. Non esiste progresso, non esiste società, non esiste vita, divertimento, lavoro e tutto quanto costituisce il vero tessuto sociale se non c’è ricambio generazionale, se non ci sono idee e forze nuove. Quindi, cari ragazzi, cercate di rimanere e…di provarci.

 

 

Chiara Valenzano , Liceo Classico L.Costa, La Spezia

 

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I luoghi del silenzio

 

 

 

   Lascio per un momento la luce penetrante di queste mattine di tarda primavera, il frastuono delle macchine e degli autobus, la brezza leggera che viene dal mare e i giovani alberelli di arancio che ornano da poco via Gramsci … Lascio tutto dietro di me ed entro in uno dei luoghi che accolgono le rappresentazioni di una vita interiore che deve difendere sempre di più i propri spazi nella quotidianità.

Sono nel museo d’arte contemporanea della città.

Dentro, il silenzio.

Per fortuna.

C’è bisogno di raccoglimento per ascoltare la polifonia dei segni tracciati sulle superfici delle tele e dei cartoni. Queste sale spoglie accolgono un dialogo esistenziale sull’essere umano. Sono un luogo dove il sacro e il profano si incontrano e intrecciano mute domande a cui ogni artista ha dato una personale risposta. E ogni opera propone un tema, più o meno profondo: sociale, filosofico, psicologico…Ci sono tele che raccontano della bellezza e dell’aspirazione all’Ideale, questo anelito di perfezione che l’Uomo si porta dentro, altre che sussurrano di dolori nascosti, altre ancora che gridano denunce sociali.

E’ così che mi piace vedere questo posto: come un luogo di meditazione, dove ogni “fare” artistico è figlio di un’umanità che racconta  il proprio travaglio, la morte e la vita, e che aspetta una legittimazione alla proprio esistenza. E questo fare artistico ha per me qualche cosa di sacro, al quale non mi posso avvicinare che con una grande umiltà. 

Oggi c’è una mostra di artiste.

Le incontro subito, appena entrata nella prima sala.

E’ uno shock quel primo grande olio che prende tutta la parete proprio di fronte all’ingresso.

Una bambolona di proporzioni gigantesche se ne sta seduta, studiatamente invadente, con dei fili tra le dita. Non si capisce se stia giocando o se stia svolgendo uno di quei compiti da massaia che nessuna donna ricorda più. Ha gli occhi fissi e piantati davanti a sé, chiusa nel suo autistico mondo o forse nel nulla. Uno sguardo inquietante, che è stato anche il mio, e di molte altre donne. Di quando si perde la forza e il coraggio e la dignità e ci si lascia trascinare dai luoghi comuni, dalle pretese di quel grande occhio giudicante che è lo sguardo collettivo, che fissa parametri per essere buone mogli, buone madri, donne senza rughe, affascinanti, naturalmente depilate e con l’anima stracciata, morta per soffocamento, galleggiante in un corpo di plastica, da bambola. Espropriate anche del controllo sulla propria carne, gonfiate come salsicce straripanti da siliconi più o meno “naturali”, adeguate a modelli morti.

Eccola lì, la grande bambola, con la bocca rossa, accattivante, maliziosamente passiva.

E’ un’ opera del 1999, l’autrice si chiama Maja Vukoje. Non la conosco, non so chi sia né se fosse sua intenzione comunicare quello che io ho sentito di fronte al suo dipinto.

Il dubbio di aver forzato Maja Vukoje in una interpretazione snaturante non mi piace affatto.

Forse quella bambola non voleva essere portatrice di tutto ciò che ho letto nel suo pallore plastificato. D’altra parte l’opera è lì, esposta agli sguardi, e non possiede neanche un titolo che mi chiarisca la sua ambigua posizione. Mi appello alla possibilità di una lettura polisemantica del testo, cerco delle giustificazioni.

Chi è Maja Vukoje? Mi riprometto di cercare informazioni su di lei.

Passo ad altro.

Nella stessa sala, a sinistra, un piccolo quadretto incorniciato dalla sua brava cornice dorata fa bella mostra di sé, anch’esso solo sulla grande parete bianca. Si perde in quel candore, quasi non viene voglia di avvicinarsi a quel grigio, umile parto dell’umano ingegno. Eppure, avvicinandosi, quale forza ne scaturisce! Una madre, una vecchia contadina, governa l’aratro trainato non da bestie, come ci si aspetterebbe, ma da suo figlio e da quello che forse è suo marito, in una campagna scarna, che senti bruciata dal sole o dal freddo: una terra avara, dura. Il figlio, un ragazzo, guarda con occhi stralunati davanti a sé, un viso senza traccia di pensiero, di intelligenza: espressione di una fatica brutale e senza comprensione, animalesca, senza domande, solo tirare avanti fino a domani, fino a quando non si muore. Uno sguardo pietoso, che chiede aiuto nella sua solitudine dolorosa, ma che non avrà alcun conforto, neanche dalla madre chiusa nella sua amarezza.

E così sono vissuti tanti esseri umani, così ancora vivono, senza speranza, solo con la fatica di sopravvivere.

Anche io sono una madre, e nella donna rappresentata nell’incisione ho immaginato tutte le madri che hanno visto i figli crescere stentatamente come arbusti nodosi e contorti quando il loro destino avrebbe potuto essere quello di diventare piante rigogliose e ricche di umide fronde. Guardo chi è l’autore: Käthe Kollwitz, 1902.                                                                    

Qualcuno, forse un mio professore, non ricordo più, ha detto che gli artisti comunicano verità universali e sempre valide attingendo dal profondo della loro anima.

E il fondo dell’anima è comunista: uguale per tutti. E’ una grande verità.

La bambola e la litografia della Kollwitz si specchiano l’una nell’altra. La vecchia indurita ed essiccata dal sole e dalla miseria fa da contrappasso al viso di levigata e plastica inconsistenza. Due poli della nostra società ugualmente mortiferi.

Mi lascio alle spalle la mostra dedicata alle artiste delle collezioni civiche e mi avvio al piano di sopra. La pietra grigia del pavimento lascia il posto al morbido legno. Emergono bolle di diverso colore dal pavimento e dalle pareti: un caleidoscopico rifrangersi di artificiali luminescenze in trasparenti pellicole che paiono gonfiarsi ed espandersi in ordine sparso. Ve ne sono anche sul soffitto. Ad un esame ravvicinato si rivelano essere cupole di plexiglas serigrafato di diverse dimensioni e forme. Hanno la superficie ricoperta dalla riproduzione di immagini di cellule animali, alcune hanno sul fondo una pellicola specchiante che ne amplifica lo spazio. Nel complesso creano un paesaggio onirico, dove la natura viene ricreata artificialmente: viene da pensare ad uteri artificiali, incubatrici di essere umani che desiderano ritornare nel grembo della madre che li ha partoriti. Aleggia la speranza inespressa di una possibilità di vita immortale, ottenibile attraverso una nuova gestazione artificiale.

Ho avuto la fortuna di conoscere Klaus Münch, l’artista che ha ideato questo “giardino”. E’ così che Münch ha chiamato la sua installazione, “Giardino”, ispirandosi al Giardino della delizie di Bosch. Le cupole della prima stanza sono state montate secondo un ordine che riproduce la posizione dei pianeti della nostra galassia nel giorno in cui è stata allestita l’opera. Ero lì quando ha deciso di ricreare nella stanza  la carta planetaria. E’ curioso che continui ad ispirarsi alla natura ma finisca per impiegare esclusivamente materiali artificiali (resine, PVC, plexiglas). Credo che Münch rifletta sulla possibilità futura di trascendere le leggi naturali ed instaurare un nuovo ambito di dominio umano sulla vita e sulla morte: nel suo modo di esprimersi un po’ confusionario mi ha raccontato di come le sue riflessioni si dirigano spesso verso le grandi domande esistenziali.

L’artista che espone insieme a Münch si chiama Eduard Winklhofer: sono amici da anni. Più diversi l’uno dall’altro non potrebbero essere, eppure si compensano: il primo è un uomo grande e grosso, con il ventre prominente, il viso rubizzo, un poco sciatto nel modo di vestire, mentre il secondo si può definire con una sola parola: ascetico.

Winklhofer è un uomo introverso, estremamente riservato. Costantemente vestito di nero, il viso pallido, gli occhi chiari che non si lasciano sfuggire nulla. Sembra cercare di occupare il minor spazio possibile: si sottrae, ed in questo controbilancia perfettamente Münch, che invece ha bisogno del maggior spazio possibile, con la sua ingombrante, “fisica” presenza.

Eduard ha occupato l’ultimo piano del museo. La sua opera, “Lame”, è di difficile lettura.

Una parte dell’opera occupa l’intera parete del corridoio in tutta la sua notevole estensione: una serie di disegni a grafite dove, da un fondo grigio, intessuto di segni incisi con forza su una superficie resa inquieta, sofferta da insensati graffiti, emergono delle striature bianche, le lame appunto, che nel loro candore e nettezza di definizione si contrappongono al caos sottostante. Una diade, quella della luce contrapposta al buio, che richiama l’archetipo del Bene e del Male.

Nella cultura tradizionale cinese la lama ha un significato simbolico afferente al concetto di accumulazione e stratificazione: Winklhofer lo riferisce alla cultura, sentendosi portatore dei valori tramandati dalle generazioni precedenti. La lunghezza di ogni lama, mi ha spigato l’artista, coincide con la durata della vita di quegli artisti che lui riconosce come suoi maestri.

Ho perso un po’ di tempo in silenzio lì davanti a quei fogli, lasciando che il suo lavoro parlasse, mi raccontasse la sua storia.

La prima sensazione emersa è stato lo smarrimento. Sapere di essere parte di una lunga catena, di essere un piccolo tassello del puzzle formato dalle generazioni passate, con la responsabilità di contribuire con la propria opera alla creazione di un disegno iniziato nel passato…Vedere il proprio Io ricondotto alle piccolissime proporzioni di un bruscolino di fronte ai secoli passati ed a quelli che passeranno ancora…Sentirsi parte di un tutto che trascende l’individuo…

L’altra parte dell’opera di Winklhofer si trova nella stanza adiacente al corridoio. Le lame questa volta sono raffigurate su gesso. Lo sfondo è chiaro, più uniforme rispetto a quello dei disegni: è una superficie che rimanda ad uno stato d’animo pacificato, che ha trovato un equilibrio. Le lame qui sono rappresentate in modo descrittivo, hanno perso l’immediatezza del  “gesto” con cui le altre erano state realizzate: anch’esse sembrano frutto di un fare pittorico più meditato, meno soggetto all’urgenza di un impulso che pare non essere ancora completamente elaborato.

Le tele sono sistemate una di fianco all’altra lungo le quattro pareti. L’ insieme ha un grande rigore che sembra rendere possibile l’accesso ad uno spazio interiore meditativo. Mi ha ricordato certe sequenze del Tai Chi, dove la nettezza di certi movimenti è resa possibile dalla ripetizione dell’ esercizio fino a che l’inessenziale non sia stato completamente eliminato. Anche l’uso dei colori, limitato al bianco e al nero, con le loro sfumature, sembra sottolineare un’esigenza di essenzialità, di chiarezza. Allo stesso tempo, il ripetersi dello stesso soggetto, pur nelle variazioni esistenti tra una tela e l’altra, mette di fronte alla percezione visiva della situazione esistenziale di ogni uomo, nella sua unicità eppure uguaglianza a tutti gli altri.

Mi sono seduta in terra, in mezzo alla sala, ad osservare. Winklhofer passa, mi vede e non dice niente. Mi auguro che non si stupisca di questa stranezza, ma non sembra turbato. Probabilmente sa bene che c’è bisogno di tempo e solitudine per capire un’opera d’arte.

A questo punto mi fermo, non racconterò più nient’altro, del museo, delle altre opere esposte e degli artisti… Un po’ per non annoiare, un po’ perché dovrei scriverei un libro intero su questo museo,

Lascio questo posto a chi ha voglia come me, di silenzio.

 

 

 Maria Elena Sassi, laureata in Storia dell’arte

 

 

 

 

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IL LAZZARO INSONNE

 

 

 

Il fumetto italiano è pressoché morto. Certo, di tanto in tanto c’è qualcuno che grida «Svegliati, Lazzaro!» e lui alza la testa, si guarda intorno e finisce per borbottare: «Solo cinque minuti, ma’…».

Poi torna a dormire. Più o meno.

Insomma, si diceva, il fumetto italiano è stecchito, e non è neanche morto bene. Un po’ puzzicchia.

Il fumetto francese, invece, è ben desto. Nel paese d’oltralpe le tirature eguagliano e talvolta superano quelle dei romanzi. A onor del vero, però, bisogna dire che anche le tirature dei romnzi superano di svariate migliaia di copie quelle italiane.

D’altronde, si sa, i francesi sono un popolo magico. Seguono una dieta ipercalorica e sono tutti magri. Fumano come turchi e sono immortali.

Anche i loro fumetti (detti bande dessinée) sono diversi dai nostri. Oltre, ovviamente, ad essere più francesi sono anche su tutta un’altra lunghezza d’onda. Dopo aver sperimentato la rivoluzione di Metal Hurlant [1]con i Les Humanoides Associes[2] hanno persino avuto il coraggio di produrre materiale classico, avventuroso, frivolo.

Come in campo scientifico c’è la “fuga delle menti”, in campo fumettistico assistiamo da anni alla “fuga dei pennelli”, e non è un caso se una grande percetuale di pennelli fuggitivi è finita a lavorare proprio in Francia.

Torniamo in Italia.

O meglio: in Giappone. È noto, infatti, che i fumetti più venduti in Italia sono quelli giapponesi. Manga, si chiamano.

Confesso di non essere particolarmente esperta di fumetti giapponesi, ma proverò ugualmente a enunciarvi quelle poche certzze che ho in merito.

Uno: i fumetti giapponesi sono quasi tutti prodotti in Giappone. Ciò non è banale, in quanto, ad esempio, è noto che le sequenze intermedie dei cartoni animati italiani sono prodotte in Cina. Inoltre esistono anche fumetti giapponesi coreani.

Due: i fumetti giapponesi si leggono al contrario. Anche in italiano. E questo è uno dei motivi per cui non li leggo. È seccante iniziare a sfogliare dall’ultima pagina, specialmente quando non ce ne sarebbe alcun bisogno, se solo accettassimo il fatto che, dopotutto, non siamo giapponesi[3].

Tre: ci sono vari generi di Manga. C’è il genere ambientato nel mondo dello sport, c’è il genere Robot-contro-invasori-alieni, c’è il genere horror, c’è il genere Giovani-uomini-efebici-soffrono pene-d’amore, ecc., ecc.

D’altro canto il fumetto occidentale tradizionalmente si divide tra: fumetti in cui Il-buono-rompe-i-denti-al-cattivo e Altre-Eccentricità.

Era il 1948 quando il più longevo Buono-che-rompe-i-denti-al-cattivo fece la sua comparsa nel Belpaese. Parliamo di Tex, naturalmente, un fumetto moderno nel senso artistico del termine. Dopo sessant’anni è ancora uguale a se stesso. Proprio non si capisce come mai i giovani non accorrano a frotte per acquistarlo.

Con Tex muove anche i primi passi di quello che sarebbe diventato il gigante dell’editoria fumettistica italiana, Sergio Bonelli Editore, che al momento pubblica quindici testate diverse, tutte uguali a Tex.

Era il 1986 quando, in casa Bonelli ci fu uno dei molti «Svegliati, Lazzaro!» e nacque Dylan Dog. Era sempre un Buono-che-rompe-i-denti-al-cattivo, ma soffriva di claustrofobia, suonava il clarinetto ed era un sostenitore del sesso libero. Una rivoluzione. Da lì in poi sarebbe certamente cambiato tutto. Vent’anni dopo Lazzaro ha dimostrato di avere il sonno pesante e Dylan Dog invece di cambiare il fumetto in Italia è semplicemente diventato… Tex. Solo senza cappello da cow-boy.

Accipicchia se non ci ricaschiamo sempre[4].

Oltre ai fumetti di casa Bonelli, poi, da vari anni, per la gioia delle nostre pupille, abbiamo anche i cosiddetti bonellidi. Il termine, vagamente dispregiativo, indica quelle case editrici che pubblicano albi con le stesse caratteristiche di quelli Bonelli. Tra gli altri giova ricordare l’ennesimo «Svegliati, Lazzaro!», questa volta targato Eura, di nome John Doe, che si sta trasformando in Tex proprio in questo periodo.

Ma, vivaddio, il fumetto in Italia non è solo Tex!

Sempre nel correntone di maggioranza di Buoni-che-rompono-i-denti-ai-cattivi abbiamo avuto il definitivo «Svegliati, Lazzaro!» in casa Disney. Disney Italia è probabilmente il più grande gruppo editoriale italiano. E con grande intendo molto grande.

Per prima cosa pubblica Topolino. E Topolino, da qualunque parte la si guardi, è un’istituzione. Poi pubblica tutto quello che ha a che vedere con il topo più famoso nel mondo.

Non contenti di far felici bambini da svariate generazioni quelli di Disney Italia hanno deciso di produrre fumetti moderni e di qualità, sempre rivolti ad un pubblico giovanile, ma leggermente più maturo dei lettori di Topolino.

Il primo passo in questa direzione lo fanno con PK, le avventure ironico-tecnologiche del nuovo Paperinik[5]. È un prodotto estramamente ben fatto e presto conquista una schiera di appassionati. Il formato è quello di un comic-book americano, a colori, con le pagine di carta patinata e rubriche divertenti.

Più tardi il format arriverà al perfezionamento con Witch, abbandonando i paperi per passare agli esseri umani, e successivamente con Monster Allergy, aggiungendo agli esseri umani dei mostri molto simili a quelli del film animato Monsters Inc.

Nel genere Buono-che-rompe-i-denti-al-cattivo la terza faccia della medaglia (cose che succedono ad allevare Alberi della Cuccagna transgenici) è data dai fumetti americani di supereroi.

Sono pubblicati quasi esclusivamente dalla Marvel Italia (gruppo Panini) e, proprio come immaginate, sono i vari Daredevil, X-Men, Uomo Ragno e via discorrendo. Bisogna però precisare che, accanto ad una grossa produzione di deficienti in calzamaglia “vecchio tipo”, in casa Marvel e DC Comics quasi due decenni fa si è udito uno «Svegliati, Lazzaro!» di proporzioni epiche, e il loro Lazzaro è scattato in piedi, obbediente e pronto alla pugna.

Lo «Svegliati, Lazzaro!» in questione va sotto il nome di Revisionismo.

L’idea (vincente) della DC prima e della Marvel poi fu semplice: prendiamo i nostri vecchi deficienti in calzamaglia e affidiamoli ad autori indipendenti del ramo Altre-Eccentricità. Poi guardiamo cosa succede.

E qualcosa accadde.

Si iniziò con Frank Miller e Batman (Dark Knight returns), e presto tutti i supereroi DC e Marvel vennero revisionati.

Improvvisamente smisero di essere solo deficienti in calzamaglia per diventare deficienti in carne ed ossa, con tutto il proprio bagaglio di stress, paranoie, dilemmi esistenziali e idiosicrasie.

Si parlò di costume, di politica, dei grandi temi scottanti e di deviazioni dalla norma.

Col pretesto di raccontare le avventure dei supereroi si finì per produrre letteratura. Un signore dall’aria eccentrica di nome Alan Moore scrisse un fumetto dall’aria eccetrica di nome Watchman ed iniziò ad essere considerato un eccentrico di talento.

Continuando a produrre Altre-Eccentricità fu il primo, ma non l’unico, ad emergere dal marasma delle micro-produzioni, permettendosi, anno dopo anno, di scrivere graphic-novel[6] di spessore sempre maggiore. Da V for vendetta, a From Hell, passando per The League of Extraordinary Gentlemen, il cinema ha molto gradito, per quanto, come sempre, appiattendo il tutto in formato cheeseburger.

Da idee revisioniste partì anche il più grande produttore di Altre-Eccentricità del mondo: la DC-Vertigo. Questa Repubblica Autonoma in casa DC, con la scusa di produrre fumetti revisionisti iniziò a dar corda a un gruppo di sceneggiatori che al revisionismo erano interessati molto marginalmente.

Neil Gaiman rispolverò un vecchio supereroe di nessuna fortuna, Sandman, e lo fece diventare un personaggio completamente diverso in The Sandman. Non più un deficiente in calzamaglia, per intenderci (sebbene il vecchio Sandman, ad onor del vero, una calzamaglia non l’avesse mai avuta), ma l’incarnazione del Sogno. L’opera visionaria e coltissima di Gaiman diede il pretesto a quelli di casa Vertigo per lasciarsi alle spalle l’idea dei supereroi per iniziare a parlare di tutto quello che gli frullasse per la testa. In questo modo nasce il tarantiniano The Preacher di Ennis e Dillon e l’Hellblazer britannico produce nuova linfa.

Le produzioni Eccentriche si moltiplicano, contagiando anche altre case editrici, spinte dal motore acido e cinico degli sceneggiatori britannici che ormai la fanno da strapadroni negli States. I già citati Moore, Gaiman ed Ennis, insieme a Grant Morrison, John Bolton, Peter Milligan, Warren Ellis, Dave McKean, ecc., ecc.

Al momento, poi, siamo in una fase di post-revisionismo, in cui emergono nuove bizzarrie come Powers (di Bendis e Oeming) o Pro (di Ennis e Conner), insieme a titoli sempre nuovi della Vertigo, che sembra, però, avere qualche problema a trovare nuovi sceneggiatori.

E torniamo in Italia, dove le Altre-Eccentricità sono in gran parte pubblicate dalla Magic Press, che si proccupa anche di produrre di tanto in tanto anche Eccentricità Italiane. Come Bonerest di Matteo Casali e Giuseppe Camuncoli (entrambi, però, campano pubblicando per la Vertigo) e la trilogia di Alberto Conte, Luca Rossi e Andrea Piccardo.

Certo, le Vere Eccentricità sono finite da un pezzo. Dai tempi di Frigidaire, di Andrea Pazienza, di Filippo Scozzari e via discorrendo.

Ma quelle, come dicevo, erano Vere Eccentricità. E vendevano moltissimo, chissà come.

Le Eccentricità Odierne, invece, vendono pochino, ulteriore riprova, se ancora ce ne fosse bisogno, che la qualità non sempre paga.

E Lazzaro continua a non esser lasciato riposare.

Perché?

Da circa sei anni sono ospite (pagante) di Trenitalia almeno una volta alla settimana. Questo, oltre ad espormi al rischio di contrarre parassiti ed avermi procurato un paio di nevrosi minori di nessuna importanza, ha fatto sì che osservassi un gran numero di lettori.

Mi è capitato di osservare lettori di Dylan Dog, di Nathan Never, di Julia, persino di Gea (un altro «Svegliati, Lazzaro!» di qualche anno fa), oltre che di Topolino, di Linus, degli X-Men, di Diabolik[7] e di John Doe.

Non mi è mai capitato di incrociare, chessò, un lettore di The League of Extraordinary Gentlemen.

E questo mi porta ad un’altra angosciosa domanda. Ossia: perché il tetto della mia carta di credito non è più alto?

Non si tratta di un brillante salto retrodeduttivo alla Sherlock Holmes, ma di questa elementare catena di pensieri: un fumetto Bonelli costa circa tre Euro, un fumetto Magic ne costa circa quindici, se devo scegliere cosa leggere in metropolitana il conto è presto fatto, perché il tetto della mia carta di credito non è più alto?

Si potrebbe poi discettare a lungo sul Gusto Italiano. Perché un popolo che mette il massimo impegno nella scelta del vino a tavola, nell’abbigliamento e nel cibo, poi guarda felicemente La vita in diretta?

Domande dalle risposte così complesse da risultare prive di risposta tout court

Consentitemi, quindi, di ritrattare pusillanimamente le mie precedenti dichiarazioni. È un bene che in Italia il fumetto d’autore venda poco. Immaginate che cosa succederebbe se così non fosse, vista l’attuale situazione economica. Ci troveremmo tutti a bere Tavernello, per compensare.

E, anche se mi piace prendermela con Tex di tanto in tanto, sappiate che ho sempre avuto un debole per il granitico cow-boy con la faccia di John Wayne.

Per lui e per il suo cavallo, Dinamite.

 

Susanna Raule, Sceneggiatrice di fumetti


 

[1] Storica rivista fondata da Les Humanoides Associes, che ospitava le loro storie.

[2] Un gruppo di disegnatori, in seguito costituitisi casa editrice, composto da Mœbius, Druillet, Dionnet e Farkas. In seguito Bilial.

[3] I Cosplayers, però, non ne sono informati. È bizzarro uso dei lettori di manga più convinti presentarsi alle fiere del fumetto travestiti come i loro personaggi preferiti. Questa usanza tipicamente giapponese produce, tra l’altro, Lamù di centocinquanta chili, laddove Lamù è una piccola extraterrestre flessuosa coperta solo da un bikin tigrato.

[4] Il creatore di Dylan Dog, Tiziano Sclavi, ha praticamente abbandonato la sua creatura per mettersi a scrivere romanzi. Dalle vendite, al momento, mediocri.

[5] Il Paperino che tutti conosciamo ha una vita segreta da supereroe, col nome Paperinik.

[6] Graphic-novel, o romanzo a fumetti, è il nome con cui vengono solitamente definiti quei pezzi di letteratura che si discostano, per tematica e profondità, dai più banali “comics”. E’ da notare che la casa editrice di Alan Moore si chiama “America’s Best Comics”, autodefinendosi modestamente il creatore dei migliori fumetti d’America. Fatto, tra l’altro, difficilmente contestabile.

[7] Diabolik, tra l’altro, è l’unico fumetto “classico” italiano ad essere stato parzialmente revisionato dal coltissimo Alfredo Castelli e dal disegnatore fu-Frigidaire Giuseppe Palumbo.

 

 

 

 

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La Spezia che suona

 

 

 

Alla Spezia, esiste un movimento musicale giovanile? La risposta a quest'interrogativo non può che  essere affermativa, perché, anche se è improprio parlare di una vera e propria “scena musicale”, esistono nel nostro territorio un numero veramente elevato di gruppi di ragazzi che suonano rock e derivati. Il numero di tali formazioni è così consistente che provare a farne un elenco risulterebbe assai complicato anche perché non capita di rado che un gruppo si sciolga, cambi componenti, cambi nome... ma a cosa è dovuta questa “voglia di musica” che sembra coinvolgere una consistente parte dei giovani della provincia? Innanzitutto penso che una spinta fondamentale venga dal desiderio di emulazione che, quasi inevitabilmente, colpisce un giovane appassionato di musica. 

Il desiderio di eseguire i brani dei propri autori preferiti, magari, ha spinto il nostro “giovane appassionato” ad imparare a suonare uno strumento (inevitabile punto di partenza!), la voglia di poterlo fare assieme ad altri lo ha invogliato a cercare qualche suo coetaneo con le stesse aspirazioni e le stesse preferenze musicali (altro elemento fondamentale, ma non sempre realizzabile), voglia alimentata anche dall'aver constatato che tanti altri ragazzi hanno avuto la stessa idea, ed ecco...un nuovo gruppo è formato.  Le aspettative all'inizio sono tante: con le prime prove si inizia ad eseguire brani che ogni volta si riescono ad eseguire un po' meglio, qualcuno si cimenta anche con la realizzazione di pezzi propri, cresce la voglia di suonare davanti ad un pubblico, e soprattutto ci si diverte (e questa è la componente che non deve mancare mai: se non si ha il piacere di suonare, si sta solo perdendo del tempo). Il primo grosso problema che un gruppo, nel nostro territorio, si trova ad affrontare è la carenza di spazi dove poter fare le prove. Le sale prove presenti nella provincia si contano sulle dita di una mano, mentre pochissimi, e molto fortunati, sono i gruppi che ne possiedono una propria, e spesso a prezzi di affitto che non tutti possono permettersi. Se questo problema, pur non secondario, si risolve con un po' di pazienza e sacrifici, ci si trova subito di fronte ad un altro: dove, come e quando potersi esibire dal vivo? L'obiettivo primario dell'essere gruppo, l'esibizione, rischia di non essere soddisfatto in maniera semplice. Le occasioni per suonare, per un gruppo di recente formazione, nella nostra zona, seppur non rarissime, non sono neppure troppo frequenti. La formula più usata per dare spazio ai gruppi è quella della “kermesse” nella quale si esibiscono, per una determinata circostanza, tanti complessi con poco tempo a disposizione.  Il meccanismo risulta alla lunga frustrante (in queste occasioni c'è sempre qualcosa che va storto e si finisce per suonare molto meno tempo di quello che era previsto) ma è l'occasione principale che viene offerta ed è fondamentale per iniziare a fare un po' di esperienza. Il motivo per il quale tali possibilità vengono offerte abbastanza di rado è il fatto che organizzare un concerto non è affatto semplice: c'è bisogno di uno spazio, di un Service, di qualcuno che lo paghi...elementi che, spesso, è difficile far coincidere. Nei gruppi che iniziano a farsi un'esperienza più solida inizia a nascere la voglia di esibirsi nei locali: eccoci di fronte ad altre difficoltà! Se le sale prove nel nostro territorio sono poche, i locali che danno la possibilità anche a gruppi non affermati di esibirsi, sono ancora meno, ma è bene evidenziare che questo non è un problema della nostra zona, ma è una situazione tranquillamente generalizzabile a tutto il resto d'Italia! I gestori dei locali hanno come obiettivo primario, chiaramente, quello di “riempire il locale” e non si fidano certo di affidare una serata ad un gruppo di sconosciuti; tale atteggiamento, seppur condivisibile, innesca un circolo vizioso che impedisce ai gruppi emergenti di farsi sentire. Nonostante questi piccoli/grandi problemi che normalmente affliggono gli aspiranti rocker spezzini, è da rilevare che la nostra situazione musicale è indubbiamente vitale: il festival “Destinazione Pop-Eye” (un concorso rivolto ai gruppi musicali che consentiva ai migliori fra questi di esibirsi in occasione delle serate del Festival Pop-Eye di quest'anno) ha evidenziato la presenza di formazioni senza dubbio interessanti. Chiaramente, è del tutto improbabile che la musica riesca a diventare una professione per la maggior parte di coloro che suonano: è troppo difficile per un gruppo ottenere una visibilità tale da farsi notare da un agente di una qualche casa discografica (e queste ultime investono con molta diffidenza su prodotti nuovi).

Bisogna però ricordare che qualche gruppo della nostra città (Peawees e Manges su tutti) ha avuto la capacità di ottenere una buona notorietà nell'ambito della produzione indipendente italiana, riuscendo a suonare anche all'estero e in palchi importanti della scena italiana. A proposito di “scena” spezzina, all'inizio ho detto che è improprio parlare di essa perché, a fronte di un invidiabile numero di formazioni giovanili, la nostra città è assai di rado meta di concerti rock di una certa importanza, soprattutto nel periodo invernale (nel periodo estivo il festival Pop-Eye ha contribuito a migliorare un po' questa situazione).  Anche tale fatto è dovuto all'endemica mancanza  di spazi che colpisce la nostra città. Non si può certo dire che alla Spezia nessuno si stia dando da fare per mantenere vitale la nostra situazione: l'esperienza di locali dimostrano come si stato possibile, con volontà e impegno, creare, quasi dal nulla, una scena punk-rock riconosciuta anche a livello nazionale; l'aver dedicato gran parte della struttura e delle attività della Dialma Ruggiero alla musica è un segno importante di attenzione anche se molti aspetti sono stati gestiti in maniera non del tutto condivisibile; merita anche di essere segnalata l'attività della neonata associazione culturale “Il Bunker”, generata proprio dalla volontà di dare spazio a quelle forme culturali, non esclusivamente musicali, che faticano a trovarne in altri contesti. Volendo provare a trarre una conclusione sull'attività musicale dei giovani nell'ambito rock (chiedo scusa per non aver rivolto attenzione alla, pur presente, attività di coloro che si occupano di altri generi e di altre forme musicali, ma è sempre bene non parlare di ciò che non si conosce) non si può che rilevare che sia senza dubbio in ottima salute, nonostante tutte le difficoltà che sono state evidenziate: alla Spezia c'è voglia di fare musica e c'è anche la possibilità per farlo, e così tanti gruppi che “fanno rumore” ne sono la migliore dimostrazione.

 

Gabriele Ghelfi, Studente di informatica musicale

Facoltà di Ingegneria Università di Milano

 

 

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La formazione professionale musicale

 

 

L’interesse per la musica è elevatissimo tra i giovani: non esiste studente che non sia appassionato di questo o quel genere musicale, non c’è scuola senza gruppi musicali.

Lo spazio dedicato alla formazione musicale nella scuola, tuttavia, è veramente ridotto: nelle superiori soltanto il Liceo pedagogico prevede l’insegnamento musicale curricolare. Ogni altra iniziativa è sperimentale e si fonda su scelte della singola scuola magari in collaborazione con istituzioni esterne come avviene, ad esempio, per la pregevole esperienza del L. Classico L.Costa.

In città fino allo scorso anno esisteva un’unica scuola media ad indirizzo musicale, la S.Media “S.Pellico”. Da quest’anno è stata autorizzata dal Ministero l’apertura di altre scuole ad indirizzo musicale. Qualcosa si muove… ma il progetto ministeriale di riforma che prevede l’istituzione del liceo musicale e l’introduzione, forse, di un formazione musicale anche negli altri licei è al momento “congelato”. Chissà quando e se ne vedremo l’attuazione!

Non c’è da stupirsi che le informazioni relative alla vera e propria formazione professionale musicale siano scarse. Molti studenti ignorano addirittura che nella nostra città esiste un Conservatorio di Musica, attivo ormai da parecchi anni, e l’idea stessa di un Conservatorio di Musica evoca nell’immaginario giovanile l’idea di qualcosa di sorpassato e noioso. Di quale musica stiamo parlando? Si domandano i giovani.

L’orientamento agli studi musicali e alla vera e propria professione musicale viene lasciato ad agenzie esterne talvolta prive di sufficiente professionalità. Confusione e disinformazione dominano tutto il settore che concerne la formazione artistica, ancor di più da quando essa è stata riformata. Eppure la formazione musicale professionale passa soprattutto da queste istituzioni che ne garantiscono solidità e riconoscimenti.

 

Proviamo allora a delinearne le caratteristiche essenziali.

Sinteticamente la formazione artistica è assicurata dal sistema dell’Alta Formazione Artistica e Musicale (AFAM) che comprende le Accademie di belle arti, l’Accademia nazionale di arte drammatica, l’Accademia nazionale di danza, i Conservatori di musica e gli Istituti musicali pareggiati.

La recente riforma ne ha sostanzialmente mutato la fisionomia. Forse pochi lo sanno ma con la riforma gli istituti di Alta Formazione, e quindi anche i Conservatori, sono stati parificati all’Università. Si tratta di una novità non da poco!. A più di ottant'anni da quella legge del 1918 che regolava la vita dei conservatori, la formazione musicale ha ottenuto un provvedimento che sancisce il principio della parità tra studi di livello universitario e di conservatorio.

Sono inoltre previste disposizioni che cambiano molti aspetti di questi istituti: non è più possibile acquisire un diploma di Conservatorio muniti della sola terza media; mutano anche  le regole per l'accesso degli studenti ai corsi. Cambia perfino il nome delle istituzioni scolastiche musicali, che non si chiameranno più conservatori, ma Istituti Superiori di Studi Musicali. I titoli rilasciati consentiranno non solo l’accesso alle carriere musicali ma anche quello ai concorsi pubblici per le qualifiche che prevedono il possesso della laurea.

 

Che cosa si studia nei Conservatori di Musica?

Qualsiasi strumento musicale secondo una precisa scansione di programma e tutte le materie  musicali che ne completano lo studio; oggi è possibile effettuare una scelta molto ampia di strumenti e in alcuni sedi frequentare discipline particolari (musica elettronica, jazz, strumenti antichi, ecc.) in quanto i programmi dei corsi nei Conservatori si stanno adeguando alla domanda di nuove figure professionali.

 

Come si accede al Conservatorio?

Attraverso un esame attitudinale e il superamento di un periodo di prova.

 

Quali sbocchi occupazionali?

Lo sbocco più ambito è naturalmente quello dell’inserimento negli organici orchestrali e corali . L'attuale situazione occupazionale in Italia vede un momento di difficoltà in questo settore a causa della chiusura di molte orchestre stabili, tuttavia l'apertura dei mercati europei offre nuove opportunità per i giovani strumentisti.

Oltre alla collaborazione con organismi stabili, altre opportunità di occupazione sono: l’attività concertistica da solista o in formazioni di musica da camera, l’insegnamento nella scuola pubblica, l’impiego in case musicali e discografiche, consulenze per enti teatrali e cinematografici, editoria specializzata, composizione, insegnamento o impiego nel Conservatorio stesso.

 

La scuola canterà

Nel luglio scorso è stato istituito dal ministro Fioroni su proposta di Luigi Berlinguer, un comitato per la diffusione della pratica musicale nella scuola. Il comitato in questione, formato da validissimi musicisti e didatti, ha diramato a dicembre un documento, volto favorire il  riconoscimento della piena dignità educativa e formativa della musica che così si conclude:

Un cittadino più musicale non soltanto canterà meglio:
saprà scegliere con cura cosa ascoltare, le parole da usare, i luoghi dove abitare e incontrarsi; avrà più fiducia in se stesso e nelle proprie capacità creative e professionali, avrà meno paura dell’altro, di chi ci regala la cosa più preziosa che possiede, la propria differenza.
Questo progetto può rappresentare un importante passo per la realizzazione di quella “école de la mixité” di cui si parla ormai in tutta Europa, luogo ove possano incontrarsi felicemente razze, culture, religioni, suoni e saperi. Una scuola in cui entrino finalmente gli artisti e le loro opere, quale antidoto alla colonizzazione culturale e alla standardizzazione.
Una scuola in cui si impara a leggere, a scrivere, a far di conto e a far di canto.

 

Leonardo Vaccarone, musicista

 

 

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