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Lesioni
aggravate
La
storia e le scienze socio–politiche insegnano che un
bambino, dall’antichità fino all’Ottocento, era
considerato proprietà dei genitori alla stregua di una
suppellettile d’arredamento o di un capo di bestiame.
Nelle
dittature di ogni colore egli era figlio di uno stato
che lo indottrinava fin da piccolissimo.
In
Democrazia, finalmente, egli è, o dovrebbe essere, un
piccolo libero cittadino con pieni diritti civili
sanciti da leggi che lo proteggono, o dovrebbero
proteggerlo, anche dalle stesse famiglie d’origine,
qualora si manifestino come ambienti dannosi. Le moderne
teorie pedagogiche ci invitano, poi, ad educarlo secondo
le sue inclinazione e potenzialità, consigliando
all’adulto l’ascolto profondo e il dialogo. Infine la
Carta dei Diritti del Fanciullo afferma che egli deve
godere dei seguenti benefici: soddisfacimento dei
bisogni materiali, istruzione, cure mediche e affettive,
crescita e sviluppo in un ambiente sereno, attività
ludica.
Nella società odierna i garanti di questi inalienabili
diritti sono quindi, in primis, la famiglia, gli
educatori di professione e le istituzioni, affinché il
minore cresca e maturi come un libero cittadino in una
libera comunità.
Purtroppo, malgrado le belle proclamazioni, i diritti
dei bambini continuano a essere disattesi. Secondo studi
compiuti a livello internazionale i maltrattamenti in
età minore, purtroppo ancora molto diffusi, sono tra i
maggiori fattori di rischio capaci di incidere sulla
vita di bambine e bambini. In Italia lo testimoniano i
dati di Telefono azzurro (dati luglio 99-giugno
2000). Al primo posto i problemi relazionali con i
genitori (25,7%), seguiti dagli abusi fisici (18%). Ad
abusare sono, nel 66,6% dei casi proprio i genitori.
A
titolo puramente esemplificativo espongo una storia
così come mi è stato illustrata da una mia cara amica
maestra. Protagonista è un bambino di circa otto anni,
già segnalato alla scuola dai servizi sociali come
caso difficile.
Il
minore in questione all’epoca dei fatti era seguito da
un’insegnante di sostegno e da un logopedista poiché
mostrava gravi ritardi psicolinguistici. Inoltre era
denutrito: fisicamente appariva un individuo di quattro
anni. A metà dello scorso anno scolastico era
sopraggiunto un ulteriore problema: il piccolo aveva
iniziato ad addormentarsi profondamente in classe,
durante le ore di lezione.
L’amica, testimone e voce narrante della vicenda, stanca
di sentirsi dire che il bambino aveva banalmente dei
problemi, ha ascoltato direttamente il bambino. Dal
flusso inarrestabile delle sue parole sono emersi
particolari agghiaccianti della sua vita quotidiana in
famiglia. Il bambino viveva in una sorta di fabbrica
abbandonata con padre, madre, nonna e nonno. Tutti e
quattro alcolisti. Il padre non aveva occupazione fissa,
i nonni erano larve umane, la madre, la quale non aveva
cura neanche di se stessa, non cucinava, non puliva la
casa. In quella dimora il bambino aveva per letto un
cumulo di stracci, invece di una cameretta pulita, piena
di libri e giocattoli. La sera soleva addormentarsi
vicino alla madre ma, quando il padre tornava a notte
fonda dalle sue peregrinazioni, scoprendo che il suo
posto era occupato dal figlio, lo spostava afferrandolo
barbaramente per i capelli.
Conclusione: il piccolo di notte aveva paura di
abbandonarsi al sonno; durante il giorno, invece,
sentendosi protetto e sicuro a scuola, si addormentava
profondamente a tal punto che le maestre faticavano a
svegliarlo.
In
seguito all’esposizione dei fatti, la scuola si è
rivolta ai medici ed ha segnalato le novità emerse alle
autorità competenti.
Il
bambino però non è stato tolto completamente alla
famiglia, come forse sarebbe stato auspicabile. Si è
scelta una soluzione di parziale affido che forse ha
creato altro scompenso. Ora il bambino presenta segni
evidenti di regressione. Le sue maestre passano, adesso,
le mattinate a pulirlo e cambiarlo quasi alla stregua di
un neonato.
Altri
eventi simili a quello esposto si possono leggere sulle
cronache dei giornali. Assistiamo ad una recrudescenza
in generale del fenomeno di violenza a danno dei minori.
Cio’
che preoccupa maggiormente sono le violenze per opera di
chi è gia’ una vecchia conoscenza della giustizia;
recenti fatti di cronaca mostrano come questi individui
siano lasciati liberi di agire, magari dopo essersela
cavata a buon mercato.
Il
benessere di un bambino è affare di tutta la comunità
adulta, ma soprattutto delle istituzioni anch’esse
comunque fatte di persone; anche se il piccolo da
proteggere non èil nostro, anche se i fatti succedono
dinanzi allo sguardo di chi, di figli, non ne ha.
Se il
metro con cui si giudica la civiltà di uno stato è la
misura con la quale ci si prende cura della categoria
più fragile per eccellenza, allora la nostra è una
società malata.
Roberta Bonfigli
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