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Bogliasco,
05.04.2006
Il
centro sportivo “Gloriano Mugnaini” di Bogliasco,
paesino alle porte di Genova, è incastrato nella valle
del torrente Rio Poggio, a pochi minuti di macchina dal
centro, ma appena sotto l’autostrada. Quando non c’è
il sole a riscaldare i quattro campi della struttura, il
vento di tramontana scende dai crinali e raffredda anche
le tiepide giornate di aprile. Sul più grande dei due
campi in sintetico, quello verso mare, si allena la
Primavera della Sampdoria, sotto le direttive di un grande
ex calciatore. Un’ala destra tre volte campione
d’Italia, con alle spalle ben due finali di Coppa dei
Campioni, di cui una vinta, una Coppa delle Coppe, tre
Coppe Italia, quattro tra Supercoppe Europee e Italiane, e
una Coppa Intercontinentale. Ora allena i ragazzi delle
classi ’87 e ’88 (con alcune eccezioni dell’86 e
’89) e cerca di trasmettere loro tutta la passione per
il calcio che ha caratterizzato la sua carriera. Con poco
meno di 270 presenze in serie A e 18 in nazionale, Attilio
Lombardo è stato uno dei protagonisti del calcio italiano
degli anni Novanta.
Sono
andata a cercarlo tra i suoi ragazzi dopo l’allenamento
e mi sono fatta raccontare la sua carriera, dagli esordi
in C2, fino a questo momento, mentre conduce la squadra
verso i play-off scudetto.
Attilio
Lombardo, nato a S. Maria la Fossa, provincia di Caserta,
il 6 gennaio 1966, tutto giusto?
Tutto giusto
Dove sognava
di giocare da bambino?
I sogni che si fanno da bambini tante volte non si avverano, sono sogni
che tutti i bambini fanno riguardo ai loro obiettivi. Il
mio non era tanto quello di fare il calciatore, quanto di
fare una vita normale. Poi l’occasione di fare il
calciatore, o almeno provarci, mi è capitata così, per
fortuna, e non me la sono fatta sfuggire. Però giocare,
quello non lo sapevo, anche se ero interista, e come idolo
avevo un certo Altobelli…
Andava allo
stadio?
Non
spesso, però a S. Siro ci andavo. Abitando vicino a
Milano, con alcuni miei amici, in motorino soprattutto,
andavamo a vedere le partite dell’Inter.
Dopo
due stagioni con il Pergocrema, in C2, e quattro con la
Cremonese in B, a 23 anni arriva in serie A nella grande
Sampdoria di Vujadin Boskov.
Esordio in
serie A il 27 agosto 1989, Lazio-Sampdoria…
Lazio-Sampdoria
al Flaminio...
…cosa si
ricorda di quel giorno? C’è stata un’emozione che non
si aspettava?
Beh,
sono state due le cose che non mi aspettavo: approdando
dalla B in una squadra di serie A così importante
com’era a quei tempi la Sampdoria (lo è anche tuttora),
e se ne parlava tanto, della Sampdoria di Mancini, Vialli,
Cerezo, di Boskov… ecco, soprattutto non mi aspettavo di
giocare subito da titolare. Il mio esordio, poi,
coincideva con le due giornate di squalifica che aveva
Mancini, e la seconda sorpresa fu quella di indossare la
maglia di Roberto, la numero 10.
Il
primo gol in serie A arriva dopo circa 3 mesi, il 26
novembre, nella porta di Cusin, ed è il secondo dei tre
che la Samp rifila al Bologna al Ferraris. Il suo apporto
come marcatore è sempre significativo, arriva a segnare 8
reti nel campionato 1993-’94, ancora in blucerchiato, ma
sotto la giuda di Sven Göran Eriksson. Il suo compito,
soprattutto con Boskov, è sviluppare il gioco su tutta la
fascia destra, per poi servire gli attaccanti, o tentare
la conclusione in porta. E’ un corridore instancabile.
C’è un
gol non fatto che rimpiange?
(ride)
Dovrei rimpiangerne
tanti, perché ne ho sbagliati veramente tanti nella mia
carriera, forse per il ruolo, forse anche per la fatica
che facevo su e giù per la fascia. Non ricordo
sinceramente quale sia il gol non fatto che mi è rimasto
più impresso… posso ricordarmi forse i pochi gol che ho
segnato, ma di quelli che ho sbagliato ce ne sono davvero
parecchi, non definirei nessuno di questi meno importante
di un altro.
Dopo
sei anni sotto la lanterna, si trasferisce a Torino,
sponda bianconera, dove Lippi guida la Juventus alla
vittoria della Coppa dei Campioni, e del 24° scudetto. In
due stagioni mette insieme 35 presenze e due reti in
campionato. Dopo un’esperienza di due anni in
Inghilterra con il Crystal Palace, torna in Italia per
vestire biancoceleste, di nuovo con Eriksson, e
partecipare alla festa-scudetto laziale nel 2000. A
gennaio del 2001 lascia Roma e torna alla Sampdoria,
impegnata nella lotta per la promozione in serie A, che
sfuggirà per 5 punti.
La
sua carriera da calciatore si chiude nella stagione
2001-’02, dove la sua grande esperienza gioca un ruolo
decisivo nella salvezza dalla serie C della squadra
blucerchiata. Le vicissitudini amministrative e
finanziarie della società sembrano condannare la Samp
alla retrocessione o al fallimento, ma con grande
sacrificio i ragazzi, guidati da Bellotto, riescono a
tirarsi fuori dagli ultimi quattro posti a poche giornate
dalla fine del campionato.
Tre
volte campione d’Italia, ma anche la C2 con il
Pergocrema, la B, e la lotta per la salvezza dalla C1 in
uno degli anni più neri della Sampdoria…
Forse
il mio periodo più brutto ha coinciso con il periodo più
brutto della Sampdoria, una brutta avventura che sembrava
dovesse finir male. E poi invece, rimboccandoci tutti le
maniche, la nostra esperienza è riuscita a sopraffare
quello che poteva sembrare il nostro destino. Con tutte le
problematiche che aveva la società, noi ci preoccupavamo
più di quelli che erano i problemi societari che di
quelli che c’erano sul campo, ed è stata una salvezza
talmente sudata, talmente voluta da tutti, che è stato
quasi come vincere uno scudetto.
…quindi non c’è poi così tanta differenza tra
le categorie, anche a livello di emozioni personali
No.
Posso dire di aver fatto tutte tre le categorie, dalla
C2 alla B alla A. Quando si è calciatori, quando si fa
questo mestiere, le emozioni non sono mai diverse: chi
vince uno scudetto, chi vince una Coppa dei Campioni… I
successi vanno sempre ricordati, che siano di una
categoria o dell’altra, su quello non si fa distinzione.
Ha
avuto grandi allenatori: Boskov, Eriksson, Lippi.
Com’era il suo rapporto con loro?
Il
rapporto con i miei allenatori è sempre stato buono, non
ho mai avuto problemi con nessuno, e li ringrazio per
avermi formato, sia come giocatore che come uomo.
Se
oggi sono un componente della società che ha il compito
importante di far crescere dei ragazzi, credo che il
merito sia soprattutto loro… loro, ma ci metto anche un
po’ del mio, perché se non avessi appreso tutte quelle
nozioni che mi hanno dato quando ero calciatore, non sarei
riuscito a fare questo lavoro.
Osservo
i ragazzi durante l’allenamento: mentre i portieri si
allenano con il loro preparatore, il resto della squadra
effettua vari esercizi, soprattutto di corsa e tecnici:
per il colpo di testa, lo stop, il controllo del
pallone… Prima di terminare la seduta, partitella “in
famiglia”, dove i giovani calciatori possono sfogare la
loro esuberanza e provare gli schemi per i calci piazzati,
sempre sotto lo sguardo attento del Mister, che in questo
caso fa anche da arbitro.
Si
sente somigliante a uno dei suoi allenatori passati, anche
a livello di giovanili?
Beh,
io, non avendo fatto il settore giovanile, non ho nessuna
figura particolare a cui sento di poter assomigliare. Ho
giocato fino a 16 anni in una squadra di oratorio, quindi
potrei prendere come riferimento un allenatore di una
squadra di dilettanti, importante perché ti dà una
misura di quello che vuol dire allenare dei giovani, cosa
vuol dire fare un sacrificio, diverso da quello che quello
che fa un calciatore.
Mentre
i professionisti, Lippi, Boskov, Sacchi in nazionale,
Eriksson, mi hanno sicuramente trasmesso la positività
che bisogna avere verso chi ti trovi di fronte, quindi in
questo momento i miei ragazzi.
Il
settore giovanile è una risorsa importante per le società
che non si sbilanciano molto sul mercato, come è la
Sampdoria gestione Garrone. Per questo motivo capita
spesso che i ragazzi della Primavera debuttino in prima
squadra durante la stagione: è accaduto quest’anno con
il gioiellino Salvatore Foti. L’allenatore, quindi, deve
saper fornire ai suoi ragazzi l’esperienza necessaria
per potersi muovere nei meccanismi della massima serie, e
spesso si vede privato degli elementi migliori, proprio
perché entrati nella rosa dei titolari.
In
quanto allenatore della Primavera, ha anche il compito di
aiutare i giovani talenti ad esprimersi e formare i
ragazzi per la prima squadra…diciamo che “semina ma
non raccoglie”
Non
è facile perché è una categoria, purtroppo, quella
della Primavera, in cui hai già dei giocatori abbastanza
formati, ed è quasi un “o dentro o fuori”.
In
questa categoria i ragazzi che sono cresciuti nel proprio
settore giovanile (o in un altro), devono dimostrare di
avere capacità di attenzione, di concentrazione, e
soprattutto di miglioramento, per quelli che sono gli
strumenti che noi cerchiamo di offrire loro. Devono saper
percepire il più in fretta possibile, anche perché
devono sbagliare il meno possibile: dopo la Primavera c’è
la prima squadra, non c’è più nient’altro. Per loro
è anche un confronto con sé stessi, non solamente con la
categoria o con l’allenatore: è un esame, che duri 1, 2
o 3 anni, ma pur sempre un esame, da dove possono partire
o finire le loro fortune.
Concludo
l’intervista con una curiosità puramente giornalistica.
C’è
una domanda che non le hanno mai fatto, a cui lei avrebbe
voluto rispondere?
(ride)
No… non ho mai pensato ad una domanda che mi sarei
aspettato che gli altri mi facessero.
Però
a volte mi piacerebbe che, quando si fa una domanda o si
parla di Sampdoria, non si dicesse solo “la Sampdoria di
Mancini e di Vialli”, perché sono uno che crede nel
lavoro e crede in se stesso, e vorrei che si parlasse
della Sampdoria di Lombardo, di Vialli, di Mancini: non
solo loro due, ma compresi tutti gli altri componenti
della squadra.
Professionalità,
esperienza e successi, ma anche consapevolezza
dell’importanza del lavoro e senso del sacrificio. E’
questa l’immagine che rimane dopo una chiacchierata con
Attilio Lombardo, calciatore e allenatore di ragazzi pieni
di speranze e voglia di emergere. E chissà che nel suo
“undici” non ci sia un’altra grande ala destra
capace di volare lungo la fascia, segnare e fare esultare
uno stadio intero.
Lidia Vivaldi, Liceo Scientifico “Pacinotti”, La Spezia
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