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Nero
su bianco, bianco su nero
Lo sappiamo tutti: con o senza lo zampino di Gütenberg,
prestiamo attenzione ai segni neri su fondo bianco, non
agli spazi candidi interrotti da ghirigori corvini; a
pensarci bene, solo la mente contorta di qualche pedante
pedagogo poteva concepire una scrittura in gesso bianco
sul fondo nerofumo della lavagna. Il maestro Manzi, che
pedante non era, usava di norma gessetto nero su foglio
bianco e riservava il capovolgimento ottico -gesso
bianco su foglio nero- alle pause di ricapitolazione.
A dar retta ai neuroscienziati, il nostro emisfero
sinistro, chiamato in causa quando si tratta di
manipolare e produrre simboli, è attratto dal pieno e
dallo scuro; quello destro, responsabile dei sogni come
dell’orientamento spaziale, dal vuoto e dal chiaro.
E il tifoso dello Spezia? Quale emisfero attiverà di
fronte alla maglia degli aquilotti? Vietato spedire la
palla in tribuna, con la battutaccia nessuno dei due,
scientificamente inammissibile. Probabile, invece, che
si trovi nella fortunata condizione di usarli
alternativamente entrambi, godendosi pressoché
simultaneamente le strisce nere su fondo bianco e quelle
bianche su fondo nero, le sagome dei giocatori e le
geometrie del gioco, il cross e la smarcatura del
centravanti…
Insomma, va a finire che proprio lui si candida a
miglior esempio del tipo umano che sa coordinare analisi
e visione d’insieme, logica ed emozione, pieni e vuoti;
come dire, del creativo…
D'altronde, che il calcio sia una buona metafora di quel
che facciamo della nostra vita, non è una novità: ognuno
prende posizione sul terreno di gioco e sugli spalti con
una gran voglia di farcela, in ciò perfettamente
concorde col proprio avversario, che punta esattamente
allo stesso obiettivo. Ma, perché la gara prenda il via,
dovremo condividere, oltre al fine, anche qualche
regola: strana roba che, a differenza degli umani, non
ha bisogno di scendere in campo per essere presente. Che
non sia goal il pallone buttato in rete prima del
fischio d’inizio; che un centravanti possa essere
fermato, magari fallosamente, ma non ricorrendo al
mitra; che il controllato non sia anche il controllore…
sono condizioni minime, eppure indispensabili perché
tutti quanti, squadre, pubblico, arbitri o allenatori si
sia, riconosciamo alla fine dei novanta minuti che
qualcuno ha vinto e qualcun altro ha perso. E,
soprattutto, perché possiamo dire, comunque sia andata:
ci siamo divertiti.
Si sussurra che da qualche tempo i tifosi della più
blasonata maglia bianconera del calcio italiano non
riescano più a dire altrettanto.
In attesa di sviluppi, come spezzini abbiamo di che
rallegrarci: saliamo in B e riscattiamo il più elegante
gioco cromatico del football, l’essenziale
bianconero, dal vituperio delle genti. Hai
detto niente…
Francesca Del Santo, docente di scienze sociali, Liceo
Mazzini, La Spezia
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L’articolo di giornale
all’esame di stato
Gli studenti che si preparano all’esame di stato, da
alcuni anni, devono affrontare nuove prove di scrittura
fra cui l’articolo di giornale. Nella pratica
scolastica, oltre alla lettura attenta e critica del
quotidiano,si possono proporre alcuni consigli pratici
di scrittura giornalistica.
Per affrontare correttamente la prova dell’articolo di
giornale, bisogna rispettare alcune regole:
Avere le idee chiare su ciò che si vuole scrivere:lo
spazio a disposizione è quello stabilito dalla
commissione e bisogna quindi individuare gli elementi
essenziali del nostro articolo, senza disperdersi in
inutili giri di parole.
Tenere presente la logica del discorso, concatenando gli
elementi del testo con congiunzioni, avverbi adeguati e
proposizioni subordinate.
Evitare le ripetizioni di concetti.
Usare con cautela esempi e divagazioni e, nel dubbio,
eliminarli completamente.
E’ dunque necessario scegliere l’argomento di cui si
vuole trattare e costruire un testo semplice e diretto.
Lo studente può allenarsi provando a riassumere
racconti, romanzi e/o qualunque tipo di testo gli
interessi, in uno spazio limitato, sforzandosi di non
trascurare le informazioni essenziali. In due
cartelle(3600 battute, una cartella corrisponde a 30
righe da 60 battute ciascuna) si possono raccontare
moltissime cose.
Il giornalista, quando scrive, deve: stare al fatto,
raccontare la verità, scrivere in modo chiaro, lineare,
scorrevole e senza inesattezze.
Proviamo ad immedesimarci in un giornalista che debba
raccontare un evento di cronaca. Giunto sul posto a
fatti ormai avvenuti, il giornalista può ascoltare il
racconto dei testimoni oculari ed ascoltare poliziotti
e/o carabinieri intervenuti sul luogo. Si reca poi in
redazione per scrivere il suo articolo che stende
fornendo tutte le notizie raccolte, citando sempre la
fonte ed eventualmente evidenziando le diverse versioni
del fatto che avrà raccolto, sforzandosi di realizzare
una cronaca obiettiva dei fatti.
Un buon inizio di articolo si ottiene rifacendosi alla
regola delle cinque “W”:
Who=Chi; Where=Dove; When=Quando; What=Che cosa; Why=Perché;più
la regola dell’How=Come.
Es. (Who)Tal dei Tali, un falegname di trent’anni nativo
della Spezia (what) avrebbe ucciso la moglie Giuseppina(how)
con venti coltellate (where) nel loro appartamento di
Pegazzano. L’omicidio sarebbe avvenuto (when) sabato
scorso e, secondo gli inquirenti, (why) il movente è da
ricercarsi nella gelosia dell’uomo per l’esistenza di un
presunto amante di Giuseppina.
Sei
regole d’oro per scrivere bene
Essere brevi: esporre la vicenda con il minor numero di
parole possibili, la sintesi permette al lettore di
comprendere meglio il testo.
Rileggere il testo appena terminato:potrebbe contenere
ripetizioni e parti pesanti che possono rendere
sgradevole la lettura; controllare la forma espressiva,
limando, cancellando e riscrivendo ciò che può essere
espresso con maggior semplicità.
Dividere l’articolo in capoversi per alleggerire
l’impatto visivo del lettore e non stancarlo.
L’articolo determinativo si usa per accompagnare i
soprannomi (es. Il Corsaro Nero), ma anche per i cognomi
di personaggi celebri (es.il Caravaggio), non va usato
per accompagnare il cognome di personaggi contemporanei
(es. non “ la Bonino” , ma Emma Bonino).
Gli avverbi appesantiscono il testo (soprattutto quelli
che terminano in “mente”).
E’ necessaria la massima attenzione nel passaggio dal
discorso diretto a quello indiretto.
Es. Discorso diretto: “Sono certo-ha dichiarato il
presidente della Camera di Commercio-che l’accordo
appena raggiunto…”
Discorso indiretto: Il presidente della Camera di
Commercio ha dichiarato di essere certo che “l’accordo
appena raggiunto…”
Discorso diretto: “E’ mio convincimento-ha aggiunto la
regina Elisabetta- che l’avere siglato un accordo di
pace…”
Discorso indiretto: La Regina Elisabetta ha aggiunto che
il suo convincimento “è che l’aver raggiunto l’accordo
di pace…” .
LA SPEZIA,28/02/2006
Cinzia Forma, docente di lettere, Liceo Classico L.
Costa, La Spezia
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Giovani – giovani
Piramidi e mongolfiere
La demografia è una disciplina che tratta di grandi
numeri e i grandi numeri raramente sbagliano. I piccoli
numeri sono fragili e a contatto con la realtà spesso
si sbriciolano, quelli grandi invece sono affidabili
come le Moto Guzzi d’un tempo. Se si prendono dieci
individui in età fertile (piccolo numero) non possiamo
prevedere se e quanti tra questi avranno figli, ma se
ne prendiamo 10 milioni (grande numero) allora possiamo
essere sicuri che la percentuale prevista varierà solo
di pochi decimi dalla realtà.
I grandi numeri ci dicono che la piramide demografica si
è trasformata in una mongolfiera. Un tempo il grafico
che rappresenta la popolazione suddivisa per sesso e per
età aveva la forma di una piramide: molti erano i
giovani che formavano la base, mentre le generazioni che
si avvicinavano al vertice si assottigliavano sempre più
e ciò conferiva alla rappresentazione una forma simile
al solido egizio. Oggi l’Italia ha una forma a
mongolfiera, vale a dire una base stretta di giovani con
sopra la pingue generazione del baby boom a formare una
bella pancia che fa assomigliare il tutto alla creazione
dei fratelli Montgolfier.
Non è solo
questione di pancia
E’ sufficiente camminare per strada e guardarsi attorno,
per sapere che oggi in Italia ci sono pochi giovani e
tanti signori di mezz’età In futuro, sempre secondo i
demografi, che scrutano i grandi numeri e guidano le
Moto Guzzi, il fenomeno andrà accentuandosi. Il dato è
preoccupante, per questo se ne scrive continuamente
sulle pagine dei giornali, di preferenza nella sezione
economica. Eh già, perché il problema si riduce alla
domanda: “chi pagherà per le pensioni del futuro”,
ovvero come potranno i pochi giovani mantenere i molti
anziani? Un bel grattacapo non c’è che dire. Ma siamo
davvero certi che sia questo il cuore o almeno l’unico
aspetto notevole della questione? O non siamo davanti al
riflesso condizionato che porta a ridurre quasi tutto
alla pancia e ai modi per riempirla? Intendiamoci,
mettere assieme il pranzo con la cena non è un problema
trascurabile, ma c’è dell’altro. Molto altro.
I giovani
dei giovani
Quando ero piccolo in TV girava un carosello con un uomo
di mezz’età che grazie all’acqua minerale se ne sentiva
20 di meno e guardava con commiserazione un coetaneo con
adipe, calvizie e rughe d’ordinanza. Era solo l’inizio
del fenomeno che ha assunto le dimensioni abnormi
dell’oggi. L’aspirazione alla maturità, e alla presunta
saggezza che da essa deriva, è stata sostituita dalla
corsa all’indietro verso la giovinezza, un rimbambimento
generalizzato che sembra ormai senza più freni.
L’impegno a mantenersi giovani a tutti i costi è il
ritornello ossessivo cantato a distesa. Una filastrocca
che molti recitano nei comportamenti quotidiani e prende
la forma delle pratiche penitenziali dai nomi inglesi:
fitness, lifting, jogging. La piramide demografica è
diventata un mongolfiera in cui le persone di mezz’età
si rifiutano di salire ai piani alti e fingono di essere
giovani. E i giovani, quelli veri intendo?
Sesta
infanzia
E i giovani sono compressi verso il basso in un’età
nuova, una sorta di quarta infanzia che ne prefigura una
quinta e forse anche una sesta. Un limbo tumultuoso in
cui si scontrano condizioni infantili di fatto con i
diritti acquisiti in teoria. Volete un esempio?
Seguitemi in aula. Siamo nella classe V liceo alla prima
ora di lezione. Un bambino di 19 anni, rasato di fresco,
si avvicina alla cattedra con il libretto delle
giustificazioni. In qualità di maggiorenne ha appena
firmato il foglietto da sé, ma siccome è arrivato alla
decima assenza occorre che scenda in vicepresidenza
acciocché s’avverta il di lui genitore. Un altro? Tempo
fa conversavo con un signore attempato, che mi diceva
che i figli devono spesso essere sostenuti
economicamente, il suo maggiore per cambiare l’auto ha
attinto alla pensione di papà. Incuriosito chiedo l’età
dell’erede, il babbo dice candidamente “42”. Potrei
aggiungere altre perle a questa collana, ma il concetto
mi pare evidentissimo. L’essere adulti, oltre che
questione d’anagrafe, è soprattutto esercizio dei
diritti acquisiti e indipendenza economica. Qui da noi
ormai si diventa grandi in zona Cesarini.
I giovani in salamoia
Uno più sospettoso di me potrebbe pensare che tutti
questi corsi, master, dottorati PhD siano uno
stratagemma per tenere i giovanotti in salamoia. C’è
davvero bisogno di studiare così a lungo? A leggere le
biografie di coloro che hanno cambiato il nostro modo di
vivere non si direbbe: Steeve Jobs, l’inventore del
personal computer, ha lasciato l’università alla
chetichella e si è messo a trafficare in proprio. I
creatori Google, quando hanno avuto l’idea del loro
motore di ricerca, avevano 23 anni. Per forza, si dirà,
è roba elettronica dei giorni nostri in cui i ragazzi la
fanno da padroni, ma se guardiamo al passato o in altri
campi… D’accordo, Marx ha scritto il Manifesto del
Partito Comunista prima dei trent’anni, un tipo di
Nazareth ha detto la sua in età non proprio avanzata e
potremmo continuare l’elenco per un bel pezzo.
Una società che dilata l’infanzia a dismisura e scambia
il sembrare giovani con l’essere giovani paga un conto
salato in termini di energie vitali. Il centro del
problema è la carenza di spirito innovatore (se fossi
Montezemolo, direi imprenditoriale) che è poi la cifra
di una società che sente nel nuovo un pericolo.
E così, a furia di moltiplicare e allungare il percorso
formativo, i giovani d’oggi soffrono di un eccesso di
nozioni e di una carenza d’esperienza. E’ raro che sia
concesso loro di mettersi alla prova e di soddisfare la
voglia d’avventura di chi dà gambe a un progetto e si
misura con la realtà, nell’età in cui si è
biologicamente portati a esplorare il nuovo. Un vero
peccato, perché hanno idee ed energie non disprezzabili,
quando si presenta l’occasione giusta.
Lo stage –
formativo è salire su un albero
Una volta l’anno al liceo delle scienze sociali suona la
campanella e la ricreazione dura una settimana. Si
lascia la scuola e ci si rigenera a contatto con la
realtà del mondo esterno, l’occasione è la
realizzazione di un progetto. L’esperienza prende il
nome di stage formativo e consiste nello studiare il
mondo applicando concretamente ciò che si è imparato in
antropologia, sociologia, , psicologia, statistica. Il
bello dello stage è che si gode di una libertà assoluta,
gli unici vincoli sono rappresentati dalle linee di
fondo e dagli obiettivi stabiliti a livello nazionale,
mentre i contenuti, il luogo, le modalità di attuazione
del progetto nascono dalla testa dei partecipanti cioè
dalla scuola e dagli enti esterni che collaborano.
L’essenza dello stage, secondo me, è riassunta nella
frase di H. D. Thoreau “Potremmo tentare di elevarci un
poco. Potremmo almeno arrampicarci su un albero”. Si
tratta dunque di passare all’azione per conquistare una
nuova prospettiva da cui guardare le cose, apportare
una piccola variazione di visuale, per cogliere un nuovo
paesaggio e cambiare la nostra relazione con le cose. E’
una spinta a recuperare il motore della conoscenza che
è il senso di meraviglia.
Nello stage-formativo cambiano 2 o 3 cosette: una volta
usciti dall’aula, l’insegnante non ha più le soluzioni
di ogni problema, l’intelligenza scolastica è affiancata
e sostituita da altre forme di pensiero, ognuno è libero
di valorizzare i propri talenti, si lavora in gruppo e
per il gruppo, ci si dimentica del voto.
Questione
di chili
Tre anni fa il Secolo XIX ci offre l’occasione di
partecipare ad un concorso indetto dalla Fondazione
Carige, nell’ambito de “Il giornale in classe” e
decidiamo di organizzarci lo stage. In palio ci sono
2000 € per il migliore progetto presentato dagli
istituti genovesi e scelto dalle scuole partecipanti,
dal Secolo XIX e dalla Fondazione Carige. Modestia a
parte, stravinciamo con un’idea demenziale anziché no.
“Un chilo di Poesia” si propone di inondare Genova con
60.000 borsine della spesa (biodegradabili, s’intende)
con sopra scritti versi di poesie selezionate dagli
insegnanti dell’istituto e votate dagli studenti. Ci è
parso un gesto poetico regalare pacchi di sacchetti ai
negozianti che, insieme all’insalata e al pane,
mettevano in circolazione Eugenio Montale. Alle spicce,
abbiamo liberato la poesia dai testi scolastici e dalle
collane di libri che giacciono invendute e l’abbiamo
intrufolata in migliaia di case.
Grazie a un Chilo di poesia gli studenti hanno imparato
a leggere poesie non per essere valutati ma per valutare
e decidere se i versi erano degni di essere stampati,
hanno organizzato e condotto una conferenza stampa, sono
intervenuti in pubblici dibattiti e altro ancora.
Chili di filosofia
Per lo stage dell’anno successivo abbiamo proposto al
Secolo XIX una seconda iniziativa: “Un chilo di
filosofia” allo scopo di ricondurre a casa il pensiero
filosofico. La filosofia nasce nell’agorà, ovvero nella
piazza del mercato, e solo in seguito diventa ostaggio
rinchiuso nelle aule universitarie e nei manuali
scolastici. Luogo della liberazione il mercato di piazza
Palermo, invitiamo un docente universitario a tenere una
lezione e un dialogo tra i banchi del mercato.
Concordiamo l’intervento e il docente ci dà appuntamento
alle ore 8,30 di giovedì. Il gran giorno arriva ed
tutto è pronto, quando alle ore 8,20 riceviamo una
telefonata dalla moglie del pensatore che ci comunica
che proprio quella mattina è indisposto. Per dirla
chiara, siamo in brache di tela. Ci soccorre John
Belushi “quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a
giocare”. Entriamo in un bar e in mezz’ora davanti a
cappuccini fumanti, i miei studenti ed io prepariamo
alcuni interventi sul tema “mercato e filosofia”. Com’è
andata? Direi bene, a tal punto che i commercianti hanno
deciso di offrire 2000 € agli allievi della classe sotto
forma di due borse di studio.
2000 € di borsine regalate ai negozianti genovesi l’anno
prima, 2000 € tornano l’anno seguente, regalati dagli
ambulanti di piazza Palermo, sotto forma di borse di
studio. Vi risparmio le riflessioni sulla circolarità
del destino.
Chili di cinema
La terza puntata è di quest’anno, si tratta di “Un chilo
di Cinema”: in collaborazione con biblioteca Berio e
Secolo XIX, ci siamo chiesti “quali sono i 60 film che
un ragazzo che termina il liceo deve avere visto per
completare la sua formazione culturale?”
E così abbiamo lanciato un’inchiesta tra studenti,
professori e presidi, esperti di comunicazione e utenti
della biblioteca per scovare 60 dvd (pesano un chilo
giusto giusto) da regalare, con la previsione di un
contributo finanziario della Provincia di Genova, alla
biblioteca che li metterà a disposizione di tutti
tramite il prestito. Qui i ragazzi hanno elaborato,
somministrato, analizzato questionari, intervistato e
scritto per il giornale, organizzato pubbliche
manifestazioni come l’intervista a 4 presidi
utilizzando, invece delle normali domande, scene tratte
da “L’attimo fuggente”, costruito un sito (http://utenti.lycos.it/unchilodicinema)
e altro ancora.
Occasioni
La cosa che sorprende dello stage è il mutamento a cui
sono soggetti gli studenti: da ragazzini seduti tra i
banchi, costretti a seguire in silenzio la lezione, ad
adulti che devono misurarsi con tempi, costi e qualità
di un progetto. Il giornale e la biblioteca e tutti gli
enti che hanno collaborato con noi in questi anni, ci
hanno offerto l’opportunità di creare occasioni di
crescita culturale e personale davvero notevoli.
Trattati da adulti quali sono, gli studenti rispondono
con un comportamento responsabile che non può che fare
riflettere gli insegnanti, ma credo anche i genitori e
gli adulti in generale sulle modalità del fare scuola e
sul ruolo delle nuove generazioni nella nostra
società.
Molti sono gli studi, scritti da adulti, sulla
condizione giovanile, frequenti i convegni sul problema
dei giovani in cui attempati esperti osservano con la
dedizione dell’entomologo i comportamenti dei teenager,
non è dunque la riflessione che manca. Direi piuttosto
che sono carenti per i giovani-giovani le occasioni di
mettersi in gioco, di sperimentare e di sbagliare. E
questa non è lacuna di poco conto, perché come dice il
proverbio: “L’occasione fa l’uomo adulto.”
Giulio Tortello. Docente di scienze sociali, Liceo
Sandro Pertini, Genova
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Una
Cenerentola della scuola: il giornale di istituto
“Il giornale di Istituto? Una delle tante perdite di
tempo nella scuola! La maggior parte degli studenti
scrive in modo sciatto e pieno di errori, non riesce a
sintetizzare due idee: temi sempre più penosi. E poi ha
la pretesa di fare il giornalista”.
…“E non parliamo delle poesiole che scrivono: banali.
Vogliamo illuderli? La poesia è fatica, conoscenza. Non
si improvvisa”.
-Bello quell’articolo di politica sul giornalino della
scuola” Ci ha rimesso le mani lei, vero, professore? Mi
sembra impossibile che A. scriva in quel modo–
- No, preside non l’ho toccato. Opera sua
- Non dirmi che quel resoconto sul gran premio di
formula uno l’ha scritta X da solo?
- Sì, io ho rivisto qua e là la punteggiatura e tagliato
il pezzo perché era troppo lungo. Fine del mio
intervento.
– Ma come è possibile? Nei temi non va oltre il cinque.
Scrive male e, soprattutto, non ha idee. Invece lì era
preciso, vivace… Due persone diverse. Da non credere -
- Divertenti le battute: c’è la tua mano dietro vero?
Sì, nel senso che ho insegnato loro a costruirle. Per il
resto hanno lavorato da soli -
I colleghi se ne vanno stupiti o cambiano discorso.
Qualcuno si lascia sfuggire un “che bravi!”.
L’espressione di altri lascia capire che non hanno
creduto ad una sola delle mie affermazioni. Appunto: da
non credere.
La maggior parte dei docenti in fondo si disinteressa
dei giornali scolastici perché non ha tempo, perché
tanto c’è un/a responsabile che alla fine dell’anno
intasca i soldi (pochi) per il coordinamento del
giornalino, perché ritiene che sia un’attività di
facciata, utile come specchietto per le allodole durante
il periodo delle iscrizioni (vedete ragazzi - racconta
l’insegnante “piazzista” addetto a far proseliti fra gli
studenti delle medie - qui da noi oltre ai laboratori di
informatica, c’è anche il giornale scolastico, e ogni
anno si organizza anche la settimana bianca, ecc… Non
vorrete mica paragonare questo istituto a certi altri …)
Contemporaneamente gli stessi colleghi, quelli che
insegnano italiano, ma non soltanto loro, si lamentano
continuamente: gli studenti scrivono sempre peggio e si
esprimono verbalmente in modo sciatto, disarticolato,
ignorando il congiuntivo, schiacciando ogni evento su un
presente vissuto con fastidio e acriticamente.
“Tempo sottratto alla matematica, al latino, alle
scienze, alla filosofia, ecc…” quello dedicato al
giornale scolastico così come al laboratorio teatrale e
ad ogni altro impegno che non sia lo studio della
propria disciplina.
Questa affermazione, sussurrata in sala professori e
durante i collegi docenti ma mai espressa pubblicamente,
è apparentemente vera, ma sostanzialmente falsa: non è
vero che lo studente con rendimento scolastico di basso
profilo, che decide di collaborare al giornale
scolastico sottrae tempo allo studio. Il più delle volte
sottrae tempo al passeggio nel corso principale,
accorcia o evita la telefonata pomeridiana con l’amico,
infrange solo per un breve periodo la cappa di noia in
cui si adagia con risentimento perché “non gli/le frega
di un cazzo di niente”. Con ogni probabilità non avrebbe
studiato comunque, o avrebbe fatto finta di studiare,
cercando di ingannare genitori e se stesso stando sui
libri e pensando ad altro, senza perciò capire una sola
parola di quanto stava leggendo. Quello bravo, invece,
trova il tempo per studiare e per scrivere sul giornale;
impara a concentrarsi e ad eliminare i tempi morti.
Scopre che per scrivere un articolo è richiesta una
tecnica differente da quella cui è abituato. Inoltre può
fare molte altre cose cui non è abituato: intervistare,
disegnare, mettere in ordine, correggere, ecc…
Spesso sottostimiamo le capacità dei nostri studenti,
specie di quelli più svogliati, disinteressati. Soggetti
intelligenti ma emotivamente complicati, aggrovigliati,
per i quali il non studio è un punto di orgoglio. I temi
sconclusionati e piatti che svogliatamente producono
ricorrendo, quando ci riescono, allo scarico da
internet, sono spesso il risultato finale di un lavoro
meccanico, superficiale, fatto tanto per fare, per
arrivare al minimo per essere promossi. Alcuni di questi
soggetti nei giornali scolastici si scatenano, perché si
sentono liberi dalle costrizioni della scuola
tradizionale. Prigionieri del luogo comune che tutto
quanto si studia a scuola è noioso, vecchio, inutile, a
partire dalla letteratura e dal latino, questi studenti
possono vivere l’esperienza del giornale scolastico come
riserva indiana per parlare e scrivere di quanto importa
loro.
A volte non riusciamo a comprendere come uno studente
possa arrivare a scrivere male, a non studiare quella
materia soltanto perché non sopporta il professore che
la insegna. Giudichiamo questo un atteggiamento
illogico, perché siamo abituati a scindere la dimensione
razionale da quella emotiva. Gli adolescenti, invece,
che sono adulti non ancora compiuti - in potenza,
direbbe un aristotelico e, perciò, imperfetti - non
sempre riescono a scindere i due piani, a tenere a bada
la sfera emozionale. Le loro logiche non coincidono con
le nostre, e non solo perché almeno una generazione ci
divide da loro. Gli adolescenti sono diversi da noi
adulti. I luoghi comuni sulla beata gioventù, sulla
spensieratezza del teen ager, favoriscono una rimozione
dei nostri passati tormenti adolescenziali attraverso un
loro ridimensionamento. Sono funzionali al nostro
(precario) equilibrio di adulti, non alla costruzione
della loro identità.
Da quanto appena scritto, si potrebbe dedurre che il
giornale scolastico sia una specie di rifugio per gli
incompresi, per gli studenti on the border.
Non è proprio così. All’interno di un sistema scolastico
e formativo in cui solo a parole viene favorito lo
sviluppo del pensiero divergente, mentre nella pratica
quotidiana si tende sempre più a favorire il conformismo
intellettuale, il giornale di istituto, al pari delle
esperienze dei laboratori teatrali, può svolgere la
funzione locus amenus. Può servire per portare alla luce
i lati nascosti degli studenti. Può far insorgere in
loro la meraviglia.
Quindi per funzionare come si deve un giornale di
istituto – e funziona come si deve quando all’interno
dell’istituto stesso c’è attesa per l’uscita del numero
successivo, quando si scatenano discussioni e polemiche
– dovrebbe favorire l’atteggiamento critico, l’ironia la
satira più dura: permettere agli studenti di scherzare
“non solo coi fanti, ma anche coi santi”. Il giornale di
istituto deve essere tutto fuorché un luogo in cui si
scrivono altri bei temini, dove si riportano le ricerche
elaborate per prendere otto a fine anno.
Le “vituperate” poesie adolescenziali devono convivere
con interventi che letteralmente fanno a pezzi ogni
forma di sentimentalismo. Vi deve comparire l’autoreferenzialità
tipica del mondo dell’adolescente assieme alla
distruzione di quel mondo attraverso la battuta
impietosa che fa irrompere il mondo “reale”.
Naturalmente il giornale scolastico, la cui uscita è
condizionata da interrogazioni e da verifiche, non può
essere un giornale vero e proprio: non si può essere
sulla notizia. Si possono però commentare gli eventi
politici e sociali. Si può dar vita ad inchieste su
argomenti, fatti che gli studenti ritengono
interessanti. Si possono spingere gli studenti ad
intervistare personaggi pubblici e commentare
interviste, ad interpretare i dati emersi. Queste
riflessioni risulteranno loro molto difficili. Far
comprendere che è sempre in agguato il rischio di
scrivere banalità, di cadere vittima di luoghi comuni e
di ideologie inconsapevoli costituisce uno scopo più che
nobile: da solo, basta a giustificare l’esistenza del
giornalino stesso.
Queste ultime generazioni sono sempre più educate al
consumo tanto di oggetti fisici, quanto di oggetti
culturali. Sono infatti abituate a vivere in un mondo
caratterizzato dalla sovrabbondanza di beni di ogni
genere.
Essere consumatori significa consumare qualcosa che
qualcuno, da qualche parte del mondo, ha prima
elaborato, inventato e che, sempre più spesso, qualcun
altro, ha materialmente prodotto. Essere soltanto
consumatori significa essere dipendenti sia dal bisogno
e/o dal desiderio ripetitivo e, spesso, compulsivo di
possedere, sia da chi crea e produce gli oggetti; uno
stato di dipendenza economica combinata a dipendenza
psicologica che, a sua volta, produce debolezza
economica e psicologica. Una pigrizia diffusa, un
disinteresse generale, sono le conseguenze dell’essere
soltanto consumatori. Essere “creatori” e non solo
consumatori, significa partecipare alla gioia della
ricerca e della conoscenza. Far capire, indicando con
esempi, con esperienze anche marginali e limitate, che
esiste una dimensione della felicità connessa con la
creatività, dovrebbe essere uno degli scopi della scuola
superiore. Gettare qualche sasso nelle acque
superficialmente piatte dell’adolescenza può essere
utile quanto fornire batterie di sapere strutturato e,
sempre più spesso, omogeneizzato, purgato da ogni
difficoltà.
In altre parole sarebbe opportuno evitare che gli
studenti si rapportino “da consumatori” anche nei
confronti della conoscenza, del sapere: dobbiamo
sforzarci di integrare il moderno easy learning con
l’antico “per aspera ad astra”.
Del resto mostrare che esiste un lato “piacevole” del
conoscere è funzionale non solo alla costruzione di una
solida identità per gli studenti, ma anche alla
sopravvivenza del nostro sistema economico. La sfida con
i Paesi emergenti si gioca proprio sulla capacità di
creare nuove idee, nuove teorie. Il conformismo
intellettuale ha come conseguenza il nostro definitivo
declino economico e culturale.
Giorgio Di Sacco Rolla, docente Liceo Parentucelli,
Sarzana (SP)
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A lezione di vita
con il giornale di classe
ORE 9. Alla porta della classe bussano. La lezione
si interrompe. Dopo un secondo fa capolino la
collaboratrice scolastica con le braccia cariche di
giornali. "Anche stamattina se li è dimenticati,profe.Eccoli,
li vuole"?
Li
voglio? La domanda , apparentemente banale non lo è
per me . Mentre ringrazio e mi alzo per prendere i
giornali che Cinzia mi porge, dieci copie del
Corriere della Sera, dieci de La Nazione, 10 del
Sole 24 ORE, cerco una risposta vera , profonda al
quesito che mi è stato appena rivolto.Già, da un pò
di tempo mi dimentico di passare a ritirare i
giornali nell'ufficio dove vengono depositati la
mattina. Come mai ?Si tratta solo di dimenticanza
dovuto a stanchezza da fine anno scolastico oppure
c'è qualcosa di più profondo, di inconscio che mi
porta ad ignorare il loro arrivo? Eppure non posso
dire che gli studenti non me lo ricordino .Ogni
mattina è sempre la solita domanda quando entro in
classe : Profe, oggi niente giornali?"
Dovrei essere contenta.Ho iniziato l'esperienza del
Quotidiano in classe cinque anni fa, sono stata tra
i primi insegnanti spezzini ad aderire ,dovrei
quindi essere sempre più determinata ,invece...
Invece che c'è? Cosa mi frulla per la testa da un pò
di tempo in qua ? Cosa mi porta a rispondere alle
loro richieste "Dopo ,ragazzi, dopo.."
Ho
ignorato per troppo tempo di risposndere a questa
domanda che pure mi sono distrattamente posta in
quest'ultimo mese ma ora è arrivato il momento di
cercare di capire.
La
lettura del giornale in classe ha ancora validità
per me ? sì, CREDO DI Sì. Però... però non posso
ignorare che la voracità con cui gli studenti si
buttano sui giornali quasi isolandosi fra le loro
pagine, almeno per dieci minuti, prima di iniziare
la lettura degli articoli più sigificativi "in
plenaria",quello strapparsi di mano la cronaca
locale de La Nazione o le pagine dello sport e quel
loro continuare ad ignorare le prime pagine, quelle
dedicate alla politica per soffermarsi a
leggere piuttosto la cronaca nera oppure fatti che
io giudico più banali,ormai mi innervosisce. E'
possibile continuare ad educare alla lettura dei
giovani che poi, se lasciati liberi di scegliere ,
finiscono sempre o quasi,per ripiombare nelle
abitudini più scontate e (almeno pe me )meno
interessanti ? Non sarà che sto togliendo tempo,
ore, a qualche bel canto della Divina Commedia o
dell'Orlando Furioso per cercare di insegnare a
leggere il giornale a degli studenti che, tanto,
lasciati da soli ritornano alle loro abitudini
tradizionali?
Questa mattina devo parlare con loro, bisogna che io
chiarisca quello che sento dentro, le ragioni del
mio nervosismo.
Sono passati ormai i dieci minuti che lascio loro
per dare una veloce scorsa ai giornali, per capire
su quali notizie voglioni soffermarsi .
"Allora, avete confrontato le prime pagine dei
quotidiani ? Come vi sembra che vengato presentate
le notizie , quali dei giornali che avete di fronte
vi pare più obiettivo? Per esempio, sulle imminenti
elezioni come vi pare che si pongano gli
articoli che avete letto ? Chi mi fa un confronto?
Anche le fotografie contano, ve lo dico sempre, sono
importanti da decodificare.Ad esempio guardate qui ,
Prodi appare come semiaddormentato , e in quest'altra
Berlusconi sembra un venditore , con quel dito
alzato ,quell'aria imbonitrice..Non vi pare che
anche le immagini vogliano dire qualcosa , o almeno
farci pensare qualcosa?
Silenzio di tomba.
Poi uno risponde.
"Profe,
in verità io le prime pagine non le ho lette .So che
lei è contraria a questo ma a me proprio non me ne
frega niente ;ognuno tira l'acqua al suo mulino e
pensa solo ai suoi interessi.Ho letto piuttosto il
testo della legge che vogliono approvare sulla droga
e penso che sia pessima..."
A
questo punto la classe sembra svegliarsi dal
letargo. Mi accorgo che gli studenti hanno voglia
di parlare , di discutere. Chiudo con nostalgia la
pagina che stavamo esaminando prima dell'arrivo
della collaboratrice ,dò un addio a Farinata degli
Uberti ,no , anzi, un arrivederci e poi mi getto
nell'arena.
Eccoli lì, tante piccole belve pronte a sbranarsi
per avere l'ultima parola.Anche il ragazzo del primo
banco, di solito impermeabile a tutto sembra scosso
dalla corrente elettrica.
"Pessima forse per te che ti fai ....per me è
ottima, basta con quegli zombi che rubano e
spacciano per comprarsi al roba..!"
"Io non mi faccio e tu come sempre non capisci
niente, sto cercando di ragionare, di mettermi al
posto di chi si spinella e si trova ad essere
trattato come un cocainomane..."
"No, sarà meglio lasciare tutto così com'è...!"
Ora sbotto.
"Prima di tutto facciamo un pò di silenzio, poi,
come vi ho insegnato centomila volte imparate a
gestire un dibattito . Datevi dei tempi, cercate di
rispettare le opinioni degli altri...avanti,
ricominciamo tutto da capo.
Tu, cosa volevi dire?Prima di tutto hai confrontato
gli articoli sui tre giornali ?Hai trovato
differenze sul come viene presentata la legge? E
poi, vi state rendendo conto che quel vostro
disprezzo per la politica è proprio di gente ottusa?
Lo capite che a seconda di come voterete alle
prossime lezioni questa legge che ad alcuni va bene
e che altri trovano inaccettabile potrà essere messa
in atto o no? Vi rendete conto che ogni cosa, dal
modo di gestire la scuola pubblica alla vostra vita
privata è tutto legato alla politica e al governo
che ci daremo? E ditemi ancora che la Politica non
vi interessa!
Eppure Farinata degli Uberti e Dante qualcosa
avrebbero dovuto insegnarvi! Ve li ricordate , così
aggressivi anche loro , ma per amore, sì per amore
della loro città , perchè essere Ghibellini o Guelfi
per loro significava qualcosa di più che un meschino
interesse personale.."
Dall'ultimo banco viene una voce :
"Ma fui io solo, là dove sofferto fu da ciascuno di
torre via Fiorenza colui che la difese a viso
aperto.. Quello
,almeno, aveva il coraggio di dire quello che
pensava, questi qui, profe , parlano, parlano, senza
dire niente, forse non vogliono nemmeno farsi
capire!"
Si
è ricordato un verso.Il ragazzo dell'ultimo
banco, quello che si fa sempre gli affari suoi si è
ricodato un verso, quel verso, quello su cui ho
tanto insistito, quello nel quale Farinata esprime
tutto il suo amore per Firenze, la sua città , il
suo mondo... E' un miracolo. Devo sfruttare il
momento.Ora o mai più.
"In realtà ragazzi, vedete, non c'è tanta differenza
tra quello che stavamo leggendo prima e quello di
cui stiamo discutendo adesso. E' vita.Vita
cristallizzato sui libri e vita vera, passioni che
ci coinvolgono al momento, quelle che viviamo oggi.
L'importante è essere informati , è sapere, leggere,
non farsi trovare impreparati, non far sì che
qualcuno decida per noi .E poi, guardate che anche
il linguaggio politico può essere divertente se uno
impara a leggere tra le righe , è una sfida
all'intelligenza..
C'è un momento di pace.Ne approfitto per tornare al
quotidiano.
"Adesso, fatemi il piacere, leggiamo insieme questo
progetto di legge e poi uno alla volta ditemi quello
che ne pensate..
Ecco, la scuola si fa anche così.Così forse è più
faticosa, ma è tanto più viva.Ma perchè al mio posto
non c'è una o un bel trentenne pieno di energia?
Forse anche questo dipende dalle scelte politiche.Ricordatene
anche tu professoressa. Tutto è politica.
Adriana Beverini,
Istituto Da Passano, La Spezia |
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