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Le Voci n. 8 - settembre 2007

Rivista semestrale (Registrazione del Tribunale della Spezia n° 13/2002)

organo di AIDEA LA SPEZIA

 

Festival della Mente 2007

Sarzana 31 agosto-1 e 2 settembre 2007

La quarta edizione del Festival della Mente ha avuto un’eco nazionale di straordinaria portata e una frequentazione straordinaria. Quest’anno l’evento è stato recepito anche da Radio Tre, che attraverso il suo ascoltatissimo programma pomeridiano Fahrenheit ne ha diffuso contenuti e portata culturale. Al momento dell’apertura venerdì 31 agosto, nella piazza d’armi della Fortezza Firmafede l’effetto folla è stato davvero un grande successo per gli organizzatori. Il presidente della Fondazione Carispe Matteo Melley nel discorso inaugurale ha usato il termine “scommessa” per definire un progetto che ha avuto fin dall’inizio una costante tensione a realizzare due obiettivi: un’eco sul territorio - come dire Festival della Mente presente tutto l’anno nel perimetro spezzino - e obbligo di dare ogni volta qualcosa di nuovo. Il tormento di Giulia Cogoli, ha sottolineato Melley. E due sono stati i suoi interrogativi. Quando si arricchisce un territorio? Che cosa rimane dopo il Festival? Ha comunque concluso citando con soddisfazione  che c’è chi ha organizzato le vacanze in funzione del festival.

Il sindaco di Sarzana Massimo Caleo per questa edizione 2007, visto l’afflusso straordinario di presenze all’apertura, ha “idealizzato” la sua città, tracciandone il quadro storico e delineandone i caratteri di luogo dove non sono mancati geni e idee. E dopo di lui Renzo Guccinelli, sindaco che lo ha preceduto nell’incarico (oggi in Regione), si è soffermato sul valore aggiunto della scientificità dell’evento che conferma Sarzana come uno dei capisaldi nazionali in fatto di cultura. Raffaele Cardone e Giulia Cogoli - ideatori e direttori del Festival della Mente - hanno sottolineato che a ogni edizione nasce la necessità di aumentarne la qualità. E la stesura del nuovo progetto non è indolore. Cogoli ha significativamente parlato di quel principio di “umiltà fuori moda” che ispira fin dalla prima edizione il loro operato. Umiltà, ha detto, che fino a oggi è stato premiata.

Ghiotto l’argomento di apertura della quarta edizione del Festival: “La mente adolescente che crea e distrugge”. E straordinario il nome del relatore: Gustavo Pietropolli Charmet. Sembra quasi piaggeria ripetere e ancora ripetere che ogni edizione del Festival della Mente apre ogni volta nuovi orizzonti, offrendo tematiche di studio e di riflessione che coinvolgono anche cittadini di solito non usi a lectio di questa portata. Ebbene all’apertura della quarta edizione è successo un fenomeno che di solito si avverte negli eventi legati al folklore o alla musica popolare. Non era possibile trovare un posto libero perché giacchini, borsette, giornali “segnavano” la postazione di chi sarebbe venuto “dopo”. Un fenomeno popolare questo, che è indice di quanto interesse sia stato portatore l’argomento della lectio di Charmet. Con un ampio effetto di amplificazione. Fra le novità dell’edizione 2007, senza dubbio occorre annoverare un nuovo spazio individuato nell’area Canale Lunense e formato da una bianca struttura con schermo gigante, collaterale a un modernissimo impianto di computer. Aperto lateralmente, ha permesso a seicento e più persone di partecipare all’incontro con Mario Botta sul tema “Architettura e territorio. Due forme d’espressione del nostro tempo”. E altrettanto numeroso è stato l’incontro con Michelangelo Pistoletto su “La spiritualità laica nello specchio”.  Totalmente nuova la formula accattivante di Alessandro Barbero che ha raccontato le invasioni barbariche ed è risultato molto gradito ai tanti giovani e giovanissimi presenti. Queste modalità di attrazione a grande spettro sono una punta di diamante per il Festival della Mente. Forse è doveroso qui ricordare anche che oltre settecento ragazzini hanno partecipato ai laboratori “inventati” per loro nell’ambito dell’evento. Di solito il presidente della Fondazione Melley non ama il riscontro dei numeri (l’abbiamo più volte sentito dire che non sono utili per attestare il successo del festival). Ebbene, aver portato nomi come Sergio Carnervali, Renato Fasolo, Donatella Puliga, Gek Tessaro, Giorgio Vigna, Liliana Cupido in mezzo a bambini e ragazzi va molto oltre la normale portata dei vari festival culturali italiani. Allora, perché non inserire anche questo dato positivo fra gli esiti clou della quarta edizione? 

Gabriella Molli

Giuseppe Barbera: perché abbracciare gli alberi…, a cura di Elisabetta Cori

Alessandro Barbero racconta le invasioni barbariche, a cura di Rossella Danieli

Laura Bosio. In attesa dell’ispirazione. Viaggio intorno e dentro la scrittura

Galimberti. La mente calcolante, a cura di Giorgio Di Sacco Rolla

Vittorio Gallese. Il corpo nella mente.Neuroscienze ed esperienza estetica, a cura di Giorgio Di Sacco

Il rapporto tra cinema e letteratura nelle parole di Giuliano Montaldo, a cura di Gabriella Voglino

Tomaso A. Poggio. Neuroscienza e intelligenza artificiale, a cura di Francesca Del Santo

La Parola creatrice. Percorsi e iridescenze con Gianfranco Ravasi, a cura di Nicola Carozza

Severino Salvemini con Angela Vettese, a cura di Maria Edoarda Bonci

Giorgio Vigna. Le “storie raccontate”. Storia di una lectio durata tre ore, a cura di Gabriella Molli

Storia di un laboratorio per ragazzi. Laboratorio di gioiello-arte-designe: “Il filo”, a cura di Gabriella Molli

 

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Giuseppe Barbera Perché abbracciare gli alberi…

 Questo incontro si è avvalso di una nuova formula per il festival, “approfonditamente”: tre ore a disposizione per un viaggio più lento e ravvicinato  con gli esperti e studiosi ospiti.

Il lungo e colto intervento del Professor Barbera trabocca della sua terra natale, la Sicilia, di cui ci arrivano i sapori, i profumi, le immagini e il calore di una terra raccontata con orgoglio e ri-conoscenza.

Le immagini si aprono con un grande rogo appena fotografato nell’isola, che subito ci fa sentire il dolore della ferita di questa apocalisse, come lui la definisce, e ci fa partire per un lungo viaggio dove alberi e libri sono narrati senza distinzione.

CULTURA e COLTURA hanno la stessa radice e sono così intrecciati che, entrambi, ci raccontano la storia del mondo, della sua creazione, delle sue trasformazioni.

Gli alberi legati alla lotta per la difesa della natura, alberi giganteschi e millenari di fronte a cui l’uomo si sente cosi’ piccolo, alberi che sono entrati nei miti e nelle leggende di ogni religione di ogni tempo.

La cristianità stessa al suo nascere, percependo la forza simbolica di luoghi pagani, come i boschi sacri, li fa distruggere per paura, finendo poi però a fondare la sua forza sul simbolo croce-albero.

Alberi come luoghi di memoria, come simbolo della crescita della vita. Tante donne, come me, hanno piantato un albero alla nascita del loro bambino, desiderando vederlo crescere, cambiare, diventare forte e dare i suoi frutti e la loro bellezza al mondo.

Barbera ci mostra anche come l’albero sia diventato specchio dell’ottica moderna legata alla produzione, allo sfruttamento della terra, andando persa quella sapienza antica che sapeva unire l’utilità alla bellezza.

Basta osservare i frutteti di coltivazioni intensive, dove il paesaggio assomiglia tanto a una triste periferia di palazzi tutti uguali.

Così i frutti prodotti hanno la perfezione estetica richiesta, sono perfettamente inseriti nei codici del mercato globale, ma hanno perso il loro sapore, la loro diversità e la loro magnifica imperfezione.

Ogni immagine proposta è carica di storia e di racconti e ci fa sentire sulla pelle quanta gratitudine dobbiamo avere per gli alberi ed è inutile dire che il futuro è in mano a questa risorsa perché albero significa ombra, cibo, pioggia, vita. Non solo, anche bellezza, sempre più necessaria e desiderata.

Non ricordo chi disse che noi abbiamo bisogno degli alberi ma gli alberi non hanno bisogno di noi…

Un intervento profondo e pieno di buoni motivi di riflessione personale che ha lasciato la voglia di seguire l’invito di Barbera a provare questa esperienza: toccare una corteccia, sentire il suo odore, sentirci noi stessi alberi e saper essere grati di ciò che per noi è assolutamente un regalo.

Un piccolo appunto: il verbo abbracciare faceva ben sperare che il corpo venisse coinvolto a tale scopo ma, ahimè, tre ore fermi su una sedia sono troppe, anche se gli occhi e le orecchie hanno goduto dell’incontro.

Speravo che le ore spese, non solo con questo relatore, venissero impiegate per qualche piccola esperienza vissuta e non solo pensata.

Ma, dimenticavo, anche se ci piacciono queste corse sotto il sole per accaparrarci i posti migliori, le lunghe attese incuranti della sete e della fame, queste giornate estenuanti ad ascoltare, riflettere e discutere, è pur sempre Il Festival della mente  e, come Galimberti ci ricorda, il nostro corpo ancora ci segue a distanza.

Chiudo così, con un omaggio a Umberto Galimberti - sicuramente il mio preferito - alla sua seconda apparizione al Festival, che nel suo testo  “Il corpo” ci ricorda una frase di Nietzsche

 ”Vi è più ragione nel tuo corpo che nella tua migliore sapienza” (Così parlo Zarathustra).

Una piccola riflessione per tutti…in attesa del prossimo attesissimo Festival!

                                                                                                            Elisabetta Cori

 

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Alessandro Barbero racconta le invasioni barbariche

  1. L’immigrazione

  2. L’integrazione

  3. Il razzismo

L’espressione “invasioni barbariche” non è molto familiare agli studenti di oggi. Nei manuali di storia non si trova quasi più, sostituita da “migrazioni” o “spostamenti” di popoli. Chi non è più tanto giovane invece la ricorda benissimo, e nella rievocazione la associa ad illustrazioni di libri scolastici che raffiguravano biondi energumeni dagli elmi cornuti, vestiti di pelli di animale, pronti ad avventarsi con furia sul cadavere dell’impero romano. L’immagine di un mondo alla mercé dei barbari che lo terrorizzavano con le loro scorrerie può andare bene se ci riferiamo all’ultima parte dell’epoca imperiale, dopo la battaglia di Adrianopoli (9 agosto 378), un evento militare meno noto di altri (Waterloo, Stalingrado) ma dalle conseguenze enormi per la storia europea: in seguito alla sconfitta subita in quella battaglia dall’imperatore Valente, ad opera dei Goti, i barbari dilagarono nell’impero romano e l’amministrazione imperiale non riuscì più a contenerli come aveva fatto per tre secoli. Ma la storia dei rapporti tra romani e barbari non comincia da Adrianopoli, che può essere considerata l’inizio della fine: è una storia molto più lunga e complessa e di grande interesse per chi, come noi, vive un’epoca di incontro-scontro di culture per molti versi affine a quella degli autori di testi che Alessandro Barbero ha letto sugli spalti della fortezza Firmafede di Sarzana, nella luce di tre meravigliosi tramonti di fine estate. 

Nella prima serata Barbero ci ha raccontato, con l’aiuto di testi giuridici e letterari, che cos’era l’immigrazione nei secoli dell’impero romano: non un’infiltrazione clandestina di  uomini  e donne alla ricerca di migliori condizioni di vita, ma la risposta della burocrazia imperiale all’eterno bisogno di manodopera dell’impero romano, tanto esteso quanto poco popolato. Dal III secolo contadini e soldati erano importati dall’esterno, scegliendoli tra le popolazioni nomadi che vivevano oltre il confine segnato da due grandi fiumi, il Reno e il Danubio, che oggi sono il cuore dell’Europa e a quei tempi erano la soglia dell’ignoto.   Un fenomeno gestito dall’alto con le caratteristiche che oggi noi attribuiamo alla deportazione, condito di iniquità, violenze e malversazioni commesse nei campi profughi, ma descritto nei documenti ufficiali (testi legislativi, elogi e biografie di imperatori) come una missione di civiltà o come la generosa offerta di libertà e felicità romana a popolazioni vissute fino allora nell’oppressione, come gli iraniani, o in una condizione semi-animale, come i Sarmati. 

Il secondo incontro, sabato 1 settembre, ci ha mostrato attraverso quali meccanismi si attuò l’integrazione dei barbari. I principali furono la carriera militare e l’estensione del diritto di cittadinanza. All’esercito romano del IV secolo d.C., con tutti i suoi generali di origine germanica, si adatta bene l’immagine del melting pot multietnico. Due di questi generali barbari furono gli ultimi strenui difensori dell’impero: Stilicone, che fronteggiò Alarico all’inizio del V secolo ed Ezio, che sconfisse Attila nel 451. Nelle fonti dell’epoca di Teodosio i generali romano-barbarici sono spesso presentati come la prova vivente che l’educazione può trasformare i barbari in perfetti greci o romani: così scrivono ad esempio san Gregorio di Nazianzo o lo storico greco Zosimo, mentre il ricco latifondista diventato poi monaco Prudenzio, alto funzionario della corte di Teodosio (imperatore dal 379 al 395), coniuga perfettamente ideologia imperiale e concezione cristiana: egli scrive infatti che civilizzando i barbari e convertendoli al cristianesimo l’impero realizzerà i disegni della divina Provvidenza.

In materia di cittadinanza i romani dimostrarono grande apertura; uno degli strumenti più caratteristici per governare l’impero fu l’estensione dei diritti di cittadinanza. Da questo punto di vista una data importante, da ricordare, è il 212 d.C.; in quell’anno l’imperatore Caracalla concesse la cittadinanza a tutti i residenti entro i confini dell’impero romano, ad eccezione, forse, dei dedicitii, termine con cui erano indicati gli immigrati e i profughi che lavoravano nell’impero. In epoche successive scrittori come Sant’Agostino, Rutilio Namaziano e Sidonio Apollinare lodarono la decisione, definendola “gratissima e umanissima” perché diede a tutti ciò che prima era di pochi (Agostino) e qualificò Roma come la patria della libertà, “l’unica città del mondo in cui solo i barbari e gli schiavi sono considerati stranieri” (Sidonio Apollinare). Non ci è dato sapere se la concessione della cittadinanza seguisse automaticamente ogni nuovo acquisto territoriale, forse no; però la sostituzione del criterio personale (è cittadino chi ha determinate caratteristiche) con quello spaziale (è cittadino chi vive nel territorio dell’impero) rimane un principio significativo.

Nel terzo e ultimo incontro, domenica 2 settembre, Alessandro Barbero si è soffermato sui primi indizi del fallimento della politica di integrazione. Si può partire da una data emblematica: il 376, sulle rive del Danubio. In quell’anno si sparse la voce che un intero popolo accampato sull’altra sponda voleva varcare il limes ed entrare in territorio romano: erano i Goti, spinti verso ovest dalla pressione degli Unni. La loro richiesta fu accettata e iniziò così l’ingresso di una massa umana di proporzioni mai viste prima, decine di migliaia di persone che misero a dura prova i funzionari preposti all’accoglienza e che ben presto si rivelarono ingestibili. La situazione degenerò e in poco tempo si arrivò alla guerra e alla sconfitta di Adrianopoli. Proprio questo evento, disastroso per i romani, può essere considerato una sorta di spartiacque tra l’epoca del contenimento e quella delle invasioni vere e proprie. Gli sconfitti dovettero accettare che i Goti dettassero le condizioni della pace e quella che fino a poco tempo prima era solo una massa indistinta di pezzenti che imploravano aiuto si trasformò, anche nell’immaginario dei romani, in un nemico pericoloso, forte e agguerrito. Non mancano a tal proposito  le testimonianze di scrittori che si fanno interpreti di un diffuso sentimento di timore e muovono critiche alla politica imperiale di integrazione. Ne è esempio Sinesio di Cirene, storico dell’epoca di Teodosio, molto preoccupato per la presenza in territorio romano di bande di mercenari gotici indisciplinati, propensi ad obbedire solo ai loro capi Goti, che Teodosio era stato costretto ad arruolare per condurre le sue campagne militari contro gli usurpatori.

Dalle lezioni di Alessandro Barbero è emerso il quadro di un mondo per molti aspetti sorprendentemente simile al nostro: una società multietnica percorsa da tensioni ma aperta a soluzioni creative, guidata da una classe dirigente non sempre coerente nelle sue scelte politiche, spesso indecisa di fronte alle emergenze e incline a prendere provvedimenti dettati dalle circostanze del momento; una società popolata da  personaggi familiari anche a noi: intellettuali allineati con il potere ed altri critici, individui senza scrupoli pronti a lucrare sui drammi dei profughi e dei rifugiati, funzionari corrotti, generali stranieri più fedeli all’impero degli stessi romani.

 

Grazie ad Alessandro Barbero che con queste tre splendide lezioni ci ha fatto entrare nel laboratorio dello storico e ci ha fornito le coordinate necessarie per mettere a confronto passato e presente.      

                                                                                                          Rossella Danieli

 

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Vittorio Gallese Il corpo nella mente. Neuroscienze ed esperienza estetica

 

 Perché gli uomini si commuovono di fronte ad un quadro o ad una statua? Questa capacità, che sembra contraddistinguere la specie umana, può essere spiegata dalle neuroscienze? La scoperta dei neuroni specchio – sostiene Vittorio Gallese, ha aperto la strada alla comprensione di questo fenomeno proprio della mente umana. Bisogna però muovere da quanto si presenta agli occhi dello scienziato: la commozione che si prova di fronte all’opera d’arte, trascurando invece ogni definizione di bello, ogni concettualizzazione. Si tratta, continua Gallese, di adottare il metodo proprio della fenomenologia husserliana: compiere una epoché, una preliminare sospensione di giudizio. Emerge subito un intreccio fra filosofia e neuroscienze, in cui la prima svolge un’opera di chiarificazione concettuale indispensabile per comprendere la funzione dei neuroni specchio.

Nella precedente edizione del Festival della Mente il prof. Rizzolatti aveva sostenuto che grazie al a scoperta dei neuroni specchio, il modello individualistico comunemente adottato per la spiegazione del funzionamento della mente umana, era risultato inadeguato. La risonanza magnetica cerebrale ha evidenziato che, quando osserviamo compiere azioni note, si attivano anche zone del cervello adibite normalmente a comandare il movimento. In altre parole, simuliamo, attraverso neuroni specchio, l’azione che vediamo compiere, se quell’azione è a noi nota. In virtù di questo meccanismo, del tutto inconsapevole, viene costruita una rappresentazione del mondo esterno; rappresentazione che è iscritta nel modo in cui il nostro corpo reagisce. Gallese lo definisce un processo di “modellizzazione” automatico e irriflessivo che ci consente di crearci un mondo condiviso; mondo esterno che “ci inerisce” automaticamente, proprio perché modellizzare significa simulare. I neuroni specchio stanno, in altre parole, alla base di quell’intersoggettività attraverso la quale emerge e si forma l’individuo stesso; costituiscono, continua Gallese, la conferma scientifica delle riflessioni filosofiche di Merleau Ponty:

 

Nel gesto della mano che si dirige verso un oggetto è racchiuso un riferimento all’oggetto non come oggetto rappresentato, ma come quella cosa molto determinata verso la quale ci proiettiamo, presso alla quale siamo anticipatamente, che stringiamo dappresso. La coscienza è l’inerire alla cosa tramite il corpo. Un movimento è imparato quando il corpo l’ha compreso, cioè quando l’ha assimilato al suo <mondo>. E muovere il proprio corpo significa protendersi verso le cose attraverso di esso, significa lasciarlo rispondere alla loro sollecitazione che si esercita su di esso senza nessuna rappresentazione”.

Merleau-Ponty Fenomenologia della percezione, Parigi 1945, trad.it. Milano, Il Saggiatore,1965,p.194

 

Anche l’esperienza estetica apparterrebbe a questa dimensione incarnata dell’intersoggettività.

Dunque risulta riduttiva la spiegazione dell’opera d’arte articolata sul modello cognitivista: “percezione cognizione azione” che Gallese ironicamente chiama “a sandwich”: percezione e azione –le due fette di pane- nel sandwich svolgono funzione ancillare rispetto al contenuto, la cognizione – l’hamburger. A questa impostazione, che è riconducibile al pensiero di Nelson Goodmann, Gallese contrappone gli studi di David Freedberg il quale, in aperta controtendenza a partire dagli anni ottanta, aveva sottolineato l’importanza dell’empatizzazione nell’opera d’arte. L’opera d’arte scatena una reazione emotiva in chi la osserva. Perché?

Einfullung- empatia – è il termine che Vischer aveva introdotto nella prima metà dell’ottocento per spiegare questo fenomeno. La tesi dell’empatia, successivamente sviluppata da Lipps e da Wolffin, faceva riferimento ad un sentimento immediato, precedente alla conoscenza razionale, mediante il quale la soggettività si proiettava nell’oggetto artistico per poi ritrovarvisi.

La simulazione incarnata – incarnata perché connaturata alla struttura cerebrale umana - prodotta dai neuroni specchio, starebbe alla base dell’empatia: i neuroni specchio dell’osservatore “sparano” quando si osserva un’opera d’arte perché attivati dal gesto compiuto dalla mano dell’autore dell’opera stessa che in essa si è concretizzato. Infatti la risonanza magnetica ha evidenziato che, alla vista di certi segni, si attivano anche aree del cervello adibite al controllo del movimento necessario per la scrittura, il disegno. Gli interrogativi e le questioni aperte sono molteplici, sia in campo filosofico sia scientifico. Perché si tratta di abbandonare in via definitiva immagini della mente consolidate nella nostra visione del mondo. Che rapporto intercorre fra natura e cultura?

Questa struttura neuronale, per esempio è immodificabile dalla cultura? Pare proprio di no, osserva Gallese: i neuroni specchio di un ballerino classico, alla vista di uno spettacolo di danza, sembrano attivarsi molto di più rispetto a quelli di uomo normale. La sua struttura neuronale riconosce con maggiore precisione tutti quei movimenti della danza, che il suo corpo ha acquisito. Quindi anche il corpo, inteso husserlianamente come Leib, come corpo vivo, impara e contribuisce a costruire la rappresentazione del mondo. Ciò che ci è prossimo, lo spazio della quotidianità che definisce il nostro “essere nel mondo” viene modellato grazie ai neuroni specchio. cultura e natura, corpo e mente, risultano molto più legati di quanto non ci abbia fatto credere la tradizione cartesiana con la netta distinzione fra res cogitans e res extensa.

                                                                                                         Giorgio Di Sacco Rolla

 

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Galimberti La mente calcolante

Siamo così abituati ad un pensiero che calcola  da ritenere che mente e ragione siano due termini interscambiabili: la nostra mente  sembra essere “naturalmente” legata al calcolare costi  e benefici,  ad elaborare progetti e strumenti adatti allo scopo. La mente è il luogo della ragione, la ragione l’organo con cui si perviene alla verità, alla certezza; l’anima l’organo che garantisce l’autonoma funzionalità della mente.

Davvero le cose stanno così? Oppure si tratta di una immagine della mente che si è imposta fino a divenire evidenza e della quale noi occidentali siamo prigionieri?

L’intervento di Galimberti inizia ripercorrendo la genesi di quest’immagine.

Il corpo non è affidabile; è incerto, soggettivo, umorale. Diviene difficile misurare, calcolare, fare previsioni sicure quando si ha a che fare con la mutabilità, l’umoralità del corpo. Il corpo per Platone  non è un criterio affidabile di verità; perciò, afferma Galimberti, Platone inventa l’anima cui dà il compito di essere la macchina della ragione. La mente calcolante ha sede nell’anima, questo nuovo organo in grado di pervenire ad una   verità certa, di distaccarsi dagli umori individuali.

 Le radici della scienza moderna, fondata su una visione quantitativa del mondo, sono dunque molto più antiche: risalirebbero alla nascita della filosofia greca. Quest’ultima scopre il pensiero razionale, elabora il discorso argomentativi,  cerca di espungere ogni riferimento al mondo sensibile, al mondo dei corpi, della soggettività. E’ testimonianza della formazione di questo processo la nascita del concetto all’interno della filosofia platonica: il concetto di albero  non si riferisce a quel determinato albero che ho di fronte, o a quello che  vive nella mia memoria, o a quello che altri vedono, ma ad un albero in generale che tutti comprende ma che da ognuno di questi è diverso. I concetti astratti  hanno bisogno di un’anima che li possa conoscere, che li possa usare. Non dei corpi, che forniscono soltanto conoscenze particolari ed incerte: doxai, non aletheia, opinioni, non verità. Ecco la ratio, la mente che calcola.

Per comprenderne le origini bisogna andare indietro nella storia dell’occidente, prima dei greci, o osservare i popoli  “primitivi”: la ratio, la ragione calcolante nasce attraverso lo scambio di equivalenze: un oggetto con  un altro oggetto. Questo scambiare costituisce il nucleo originario del pensiero tecnico, della ragione che, calcolando, “ragiona” secondo una conformità allo scopo. La fattibilità, il calcolo costi benefici  hanno questa antichissima origine, prima della quale anche lo scambio si fondava su principi simbolici . Attraverso il dono, i capi tribù, i re esprimevano tutto il loro potere:  più grande era il dono, maggiore la loro potenza. Se l’altro capo non era in grado di  fare un dono altrettanto grande, era costretto a soccombere. La potenza si manifestava attraverso la capacità di perdere, di accettare e di restituire ed anche di distruggere: io sacrifico  cento schiavi. Tu sei in grado di fare altrettanto?. Originariamente non si scambiavano cose, ma entravano in collisione soggettività.

 Oggi  pensiero calcolante, più affidabile ed universale,  si è diffuso fino a permeare di sé ogni piega della nostra vita: questa è la Tecnica, che ha permeato  ogni ambito  del mondo contemporaneo. Se fu  il denaro, sviluppatosi assieme allo scambio, il responsabile di questa diffusione della mente calcolante,  al libero mercato si deve la sua diffusione planetaria: il denaro diviene simbolo di riconoscimento  sociale, di potere. Non vi sono più  gerarchie fondate sull’onore o sull’appartenenza sociale. I rapporti fra uomini divengono formali: il servo della gleba diviene  operaio, il signore datore di lavoro.

 Fondamentale diviene però non tanto l’accumulazione di beni e ricchezze, quanto il possesso e lo sviluppo di strumenti  e macchine. Il possesso della tecnologia è ciò che fornisce ricchezza e potere. Essa diviene da mezzo scopo. Vince chi dispone delle tecnologie più efficaci. l’URSS è crollata, osserva  per inciso Galimberti , perché negli anni ottanta disponeva di tecnologie, più rozze e meno efficaci, rispetto agli Stati Uniti

La mente calcolante e la tecnica, che è la sua proiezione, non sono pertanto strumenti dell’uomo, ma costituiscono l’ambiente in cui l’uomo oggi vive. Ma, mentre l’economia è ancora umanistica, perché “soffre” per la passione per il denaro, la Tecnica è asettica, è razionalità spassionata che fornisce identità all’individuo attraverso la sua appartenenza all’apparato; apparato che tende a deresponsabilizzare il singolo, il quale obbedisce a ordini, si attiene al mansionario che ha sottoscritto quando è stato assunto. La figura di Eichmann, il ragionier morte, che  rende fattibili ed ottimizza i progetti di sterminio, obbedendo ad ordini che non  mette in discussione, è la prova estrema di questo processo di deresponsabilizzazione. Frammentati, isolati all’interno di apparati di cui non  conoscono il funzionamento e gli scopi se non per quanto concerne  il limitato orizzonte delle proprie competenze, gli individui non sono più in grado di costituire delle masse capaci di diventare soggetti politici. La tecnica è in grado di neutralizzare anche la minaccia delle masse.

La stessa politica  soccombe alla tecnica: ogni scelta presenta oggi un livello  così elevato di complessità  che soltanto i tecnici possono fornire le soluzioni ai politici.  – si pensi agli ultimi sviluppi delle biotecnologie o all’effetto serra -.

Cerchiamo così risposte a questi problemi, conseguenze peraltro imprevedibili dell’agire tecnologico,  con gli strumenti della Tecnica, e perciò ai tecnici dobbiamo rivolgerci.

 La democrazia stessa , continua Galimberti,   è minacciata dallo strapotere della tecnica poiché  la politica  diviene soltanto  persuasione funzionale a convincere  le masse ad  accettare decisioni  prese  dai tecnici.

 In cambio gli uomini dispongono di un corpo che,  divenuto oggetto di azione della tecnica,  grazie ad essa risulta sempre più “perfettibile” e manipolabile e di una felicità intesa come benessere,  articolata su un io  cui la Tecnica stessa promette sempre nuovi e maggiori oggetti  su cui proiettare i propri desideri. Un mondo privo di “mistero” e di novità e perciò in apparenza rassicurante dove è però necessario essere  adeguati, performanti, pena l’esclusione con la conseguente irruzione del nulla nella nostra coscienza sotto forma di angoscia.  Ma anche in questo caso la tecnica viene in soccorso con farmaci e sostanze ad hoc, che cancellano gli effetti del disagio, che ci rendono adeguati, che garantiscono la tenuta del nostro “essere nel mondo” nell’epoca della Tecnica. In altre parole la Tecnica cerca di tenere in piedi la mente calcolante preservandola dal vuoto di senso che il suo stesso agire produce.

                                                                                                                Giorgio Di Sacco Rolla

 

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Il rapporto tra cinema e letteratura nelle parole di Giuliano Montaldo

 Nel corso dell’annuale edizione del Festival della Mente sarzanese, il pubblico è affluito numeroso per assistere alla conversazione con Giuliano Montaldo, regista e scrittore, sul tema “Cinema e letteratura”. Dato l’interesse per l’argomento, che coinvolge due generi letterari assai dissimili tra loro, ma legati da uno stretto rapporto di notevole complessità, ha partecipato all’evento una platea di ascoltatori assai composita ed attenta; c’erano giovani, giovanissimi, anziani e una notevole presenza femminile a conferma del fenomeno che vede le donne frequentare sempre più le manifestazioni culturali.

Giuliano Montaldo ha affrontato il tema con una conversazione vivace e brillante, che gli ha permesso di ricostruire la sua lunga esperienza nel mondo dello spettacolo come attore, regista cinematografico e teatrale. Nato a Genova nel 1930, proprio nella sua città inizia la carriera di attore presso il teatro Carlo Felice, ove incontra Carlo Lizzani che lo chiama a recitare nel suo film Achtung Banditi (1951), e, in seguito, in Cronache di poveri amanti (1954), tratto dall’omonimo romanzo di Pratolini. Egli racconta di come in questa occasione si sia trovato per la prima volta dinanzi al problema del rapporto tra cinema e letteratura, avvertendo come improbabile una mera trasposizione del testo in forma cinematografica; il testo letterario suggerisce emozioni, suggestioni che richiedevano una risposta in termini di libera ricostruzione. La sua collaborazione con Lizzani, in seguito come aiuto regista, apre una stagione intensa di lavoro con registi del calibro di Gillo Pontecorvo (per Kapò e La Battaglia di Algeri). Nel 1960 debutta come regista con Tiro al piccione, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia finendo però stroncato dalla critica. Ancora oggi, nel ricordare quel fallimento professionale, il regista sente il dolore di non essere stato compreso e di non aver saputo comunicare un messaggio la cui attualità può invece essere condivisa dal pubblico di oggi. Il film ricostruiva, per la prima volta, la storia di un giovane repubblichino, che pian piano scopriva come la sua “Patria” stesse in realtà dall’altra parte. Dunque, una pagina della storia della Resistenza volta a scrutare le emozioni e i pensieri di un giovane fascista. In questo caso, il romanzo gli aveva dato una forte motivazione politica e psicologica: ricostruire quali emozioni, pensieri potevano aver accompagnato il protagonista nella scoperta di un’ “altra verità”. Era un’interpretazione di una pagina dell’Italia tra fascismo e Resistenza, al di là degli schematismi ideologici. Tuttavia, i critici sia di destra sia di sinistra (sia di centro) non capirono; oggi, Montaldo riconosce che quel film non poteva essere accolto positivamente poiché a quel tempo gli italiani preferivano una lettura ideologica della storia.

Questo esito non felice alla prima regia lo avrebbe convinto ad abbandonare il cinema, se non avesse incontrato un produttore deciso a finanziare la realizzazione di Sacco e Vanzetti (1971), che vince la palma d’oro a Cannes, cui seguono Giordano Bruno (1973) e Agnese va a morire (1976), tratto dal romanzo della Viganò, ed in cui affronta nuovamente il tema della Resistenza, e Gli occhiali d’oro, tratto da un racconto di Bassani. Si tratta di film che hanno fornito al regista l’opportunità di dimostrare come si potesse affrontare un testo letterario senza alterarne il significato. Montaldo sostiene che non si può impostare il problema della “fedeltà” o del “tradimento” dell’autore di un testo letterario; vi sono romanzi, racconti che hanno una robustezza del nucleo del racconto che non lascia posto a divagazioni, come nel caso di Agnese va a morire e Gli occhiali d’oro, la cui compattezza figurativa costringe il regista a seguirne il disegno. Aggiunge, inoltre, che oggi molti romanzi appaiono, in realtà, come una sceneggiatura di films, cosa che non dispiace affatto ai produttori, e che in caso di successo assicurano un cospicuo afflusso di spettatori. Nel caso del romanzo di Bassani, il regista afferma di aver introdotto un elemento non presente nella scrittura, sebbene il romanziere stesso avesse poi dato la sua approvazione in quanto frutto di un reale episodio di che lo scrittore aveva vissuto a Ferrara.

Nel 1987 un altro romanzo, stavolta di Flaiano, suggerisce l’idea per il film Tempo di uccidere. Una serie di vicissitudini politiche ed economiche costringono il regista a girare nello Zimbabwe anziché in Etiopia ove la vicenda era ambientata. In questo caso, alla sofferenza legata alla realizzazione stessa della pellicola tra miseria e tragedie, si aggiunge la consapevolezza di aver davvero tradito l’amico scrittore. Il regista confessa che il racconto non gli sembrava più vero: la fisionomia, l’ambientazione in un luogo diverso dall’Etiopia, le emozioni apparivano falsificate, e la riduzione cinematografica in questo caso poteva essere a buon diritto giudicata un tradimento. Montaldo aggiunge di avere provato altrettanta fatica durante la realizzazione del Marco Polo televisivo (trasmesso dalla Rai nel 1982), occasione nella quale si aggiunge la sofferenza di un’avventura giudicata come “culturalmente negativa”. A quel punto, decide di abbandonare la regia cinematografica, diventando un celebre ed apprezzato regista di opere liriche nei più importanti teatri italiani ed internazionali. Al termine della sua conversazione, si dichiara pronto a misurarsi oggigiorno con un altro grande scrittore, Fedor Dostoevskij.

Anche se Jean-Luc Godard, a proposito de Il Disprezzo di Moravia aveva dichiarato che “un romanzo mediocre è un buon testo per una riduzione cinematografica”, Montaldo è di diverso avviso: il testo, di per sé vive di vita propria ed è sempre interpretato, e dunque il primo “traditore” è il lettore stesso del libro. Il racconto, infatti, si dilegua pian piano per lasciare nel lettore emozioni ed impressioni non univoche.

Certamente un libro celebrato ed amato dal pubblico crea più difficoltà di realizzazione poiché la lettura individuale ha impresso nel lettore un’immagine ed una traccia soggettive che il regista non può intercettare. Il regista deve assumersi la responsabilità di proporre una sua interpretazione; ciò che conta è che essa sia capace di suscitare negli spettatori una scintilla di vivacità culturale, animando discussioni, riflessioni e critiche. Con queste parole, il regista si dichiara per l’ennesimo incontro con il pubblico.

                                                                                                             Gabriella Voglino

 

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Tomaso A. Poggio. Neuroscienza e intelligenza artificiale

 

Debutta la voce scientifica, sperimentale e futuribile del festival di Sarzana: Tomaso A. Poggio parla l'italiano lievemente − non: ‘geneticamente’ − modificato di chi vive e lavora da tempo negli Stati Uniti. È lui a inaugurare la sala multimediale del canale lunense, davanti a un pubblico concentrato e attento, deciso a inoltrarsi, dietro la sua guida sicura, sul terreno accidentato dove si intersecano neuro e computational sciences.

Non la semplice neuroscienza e nemmeno la classica A.I., l'intelligenza artificiale tipo “2001: Odissea nello spazio”, sono in grado di fare della buona dietrologia sul fenomeno dell'intelligenza; per provare a rispondere alle domande intorno alla sua natura, quelle che incuriosivano il futuro scienziato del MIT quando ancora se ne stava seduto sui banchi di un liceo classico genovese, bisogna puntare su modelli artificiali di nuova e nuovissima generazione, capaci di imitare il buon vecchio brain dell'homo sapiens sapiens. E resistere alla tentazione di precoce generalizzazione: non si può capire l'intelligenza tout court, semmai una sua componente, come la capacità di visione; che a sua volta, complessa com'è, va segmentata, studiandone una particolare prestazione: riconoscere la presenza o meno di animali, volti, automobili, biciclette o quant'altro in un'immagine proposta per un men che breve lasso di tempo. I neuroni “come t'ha fatto mamma” della corteccia infratemporale, stazione d'arrivo delle informazioni visive, se la cavano piuttosto bene, fornendo la risposta esatta nell'80% dei casi; i neuroni artificiali di un sistema computazionale, precedentemente forniti di un repertorio casuale di immagini, imparano a discriminare un po' meglio, 82% di risposte positive. A rendere confrontabili le prestazioni provvede la condivisa attività elettrica, variabile da neurone a neurone e a seconda dell'immagine: considerato che i neuroni alloggiati in una scatola cranica assommano a circa 100 miliardi, non pochi dei quali direttamente coinvolti nella visione; che ognuno di loro annovera 10000 possibili connessioni, contro le 3 o 4 di una porta logica in un circuito digitale; che il numero delle immagini potrà essere determinato, ma solo in partenza...il modello simulatore della visione risulta non meno complicato del processo naturale stesso. Come nel racconto di Borges, il rischio è che, se la mappa è davvero fedele al territorio dell'impero, si finisce col non poterla più maneggiare.

Intanto, però, un classificatore che associ attività elettrica neuronale e tipo di immagine è in grado di dire cosa vede un soggetto sperimentale, anche per nulla collaborativo, e l'espressione ‘ti leggo nel pensiero’ sta per abbandonare l'impiego metaforico a favore di uno ben più letterale. Ammesso che un brivido per la sorte della povera privacy fosse lì lì per scorrere lungo la schiena dei presenti, le attese speranzose di un possibile miglioramento o, magari, di una buona manutenzione delle prestazioni cerebrali tramite opportune protesi artificiali lo bloccano sul nascere, tacitando qualunque scrupolo. Motivi per sperare, sia chiaro, ce ne sono, e più che ragionevoli: in fondo, l'uomo diviene quel che è attraverso una doppia evoluzione, dei geni come dei memi, vale a dire delle idee che hanno avuto la meglio nella lotta per la sopravvivenza culturale; ma perché un'idea vinca su un'altra, o magari si prenda una rivincita nel corso del tempo, è necessario poterla riprodurre, fissare e trasmettere: i sistemi di scrittura e di stampa sono le protesi antiche e moderne dell'umanità; internet è il presente; la bioinformatica promette di fornirci le protesi del futuro prossimo. A fare i pignoli, non sarà proprio la ‘spiegazione’ di che cos'è l'intelligenza – Poggio, da autentico scienziato qual è, non nasconde i limiti attuali della ricerca: si sa che il sistema simula capacità intellettive, ma non si sa perché –, ma certo un passo avanti decisivo sulla strada della multirealizzabilità del mentale si sta compiendo.

Sollecitato dal pubblico, qualche volta solo curioso, ma più spesso orientato da precisi interessi di studio e professione, il relatore richiama in gioco l'A.I. per il futuro della ricerca e ammette l'urgenza di una teoria matematica che sia predittiva dei risultati sperimentali – compito cui si sta dedicando, tra gli altri, Steve Smale –; forse di una legge-ponte che giustifichi l'equiparazione tra attività elettrica e intelligenza?

In attesa degli eventi, gli organizzatori si preoccupano di scongiurare l'assedio dell'ospite e adottano il numero chiuso per le domande: peccato, perché di questioni la conferenza ne solleverebbe davvero molte altre. A titolo puramente esemplificativo: secondo quali modelli della fisica teorica vengono interpretate, attualmente, le figure registrate dall'attività elettrica neuronale? Se, come è lecito sospettare, prima o poi entrerà in ballo il paradigma quantistico, in che termini sarà valutabile l'impatto del sistema di osservazione sul comportamento neuronale?

Francesca Del Santo

 

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La Parola creatrice. Percorsi e iridescenze con Gianfranco Ravasi

 La chiusura del Festival della Mente è stata affidata al biblista ed ebraista Gianfranco Ravasi, primo sacerdote entrato nel programma del festival con una relazione che parta dall’esperienza del pensiero cristiano. Il prefetto della Biblioteca-Pinacoteca Ambrosiana si rende conto fin da subito di poter presentare solo «iridescenze, sfumature, percorsi periferici» su un tema così vasto. Si inizia lasciando la parola a due personaggi lontani nel tempo e diversi per esperienze umane e spirituali. Il primo è un ebreo che scrive in greco, vissuto circa 30 anni prima di Cristo, non ha nome, ma tradizionalmente lo si è chiamato pseudo-Salomone, è l’autore del libro della Sapienza, uno dei libri deuterocanonici dell’Antico Testamento, probabilmente uno scrittore alessandrino. «Mentre un profondo silenzio avvolgeva tutto l’universo e la notte era giunta a metà del suo percorso, la tua parola, o Signore, si slanciò dal cielo come un implacabile guerriero». Dio si mostra innanzitutto con la parola. Una parola che passa dalla trascendenza ed entra nell’immanenza, in maniera offensiva, come un implacabile guerriero, è espressione del divino nella sua forza misteriosa. Ed in effetti Ravasi sottolinea come parole di odio, pronunciate in pochi secondi, anche tra parenti, abbiano effetti che durano decenni. La poetessa americana dell’Ottocento, Emily Dickinson, scrive: «Una parola, una volta detta, è morta. (…) Io invece dico che proprio allora quella parola comincia a vivere», perché proprio allora la parola, se è profonda, se è una parola “rotonda”, densa di pienezza, inizia ad avere spazio. Il secondo personaggio a cui il sacerdote milanese lascia la parola, mentre l’affollato pubblico ascolta nel silenzio, è il poeta ebreo di lingua tedesca Paul Celan. Un poeta che come Levi, avendo visto la sua famiglia passare attraverso il fumo dei forni crematori, vedrà svuotare la sua vita di significato e si suiciderà negli anni Settanta. Celan fa spesso uso di riferimenti biblici, quali metafore poste in altri contesti: «Scese, scese, scese una parola, scese attraverso la notte, volle risplendere, volle risplendere». Pensando al passaggio della parola nella notte, parola che vuole diventare luce, Ravasi si collega al celebre Prologo di Giovanni: «La luce splende tra le tenebre, ma le tenebre non l’hanno accolta». Per approfondire il tema lo studioso di esegesi presenta altri due quadri. Nel primo vediamo la parola come momento archetipico, la Bibbia, che nella radice della parola italiana fa riferimento ai “libri”, è chiamata dagli ebrei “Mikrà”, che potremmo tradurre con la lettura, la parola letta, medesima radice di “Quran”, che significa “proclamazione”. Nella cultura biblica si immagina che all’origine dell’essere sia la parola. Ma in effetti anche per rappresentare l’ipotesi di un primigenio Big Bang dobbiamo utilizzare delle parole. Nelle prime pagine della Bibbia, l’immensa struttura cosmica è affidata a un elemento sonoro: «Dio disse: “Sia la luce”, e la luce fu». Per determinare la prima creazione si ricorre ad una parola. La stessa idea è presente nella cultura indiana, ad esempio nei Rig-Veda, la raccolta degli inni religiosi in sanscrito. La divinità all’inizio era un suono. Questo suono fiorisce come una corolla, e l’ultimo petalo della corolla è l’uomo, che ha la caratteristica di poter parlare. Egli allora si mette a cantare, a lodare Dio, per cui il cerchio si chiude. Il filosofo e scrittore tedesco Walter Benjamin diceva: «Il mondo comincia ad esistere quando gli uomini danno i nomi alle cose» e anche la Bibbia lo dice. Il papiro egiziano Anastasi I è una lista di nomi, i nomi delle cose. Ma tornando al Prologo del Vangelo di Giovanni: «In principio c’era la Parola», Ravasi sottolinea che qui la Parola è già concepita come parola generatrice e salvifica. Tenta allora di tradurre la parola “Logos” rimandando al Faust, il poema epico di Johann Goethe. Faust si interroga su cosa voglia dire “Logos”. Inizialmente pensa di tradurlo come “das Wort”, “la parola”. Ma non sembra abbastanza. Allora, immagina che forse si debba tradurre “der Sinn”, “il senso, il significante”. Ma è una parola che crea, allora pensa che si dovrebbe piuttosto tradurre “die Kraft”, “la potenza, l’energia”, ma non basta ancora, e allora si arriva ad una quarta traduzione che Faust ritiene “demoniaca”, sebbene tale non sia, ovvero “die Tat”, “l’atto”. D’altra parte nel linguaggio ebraico parola ed atto sono la stessa realtà. Ecco perché non si può ritirare la parola data e perché cambiare il nome a una persona vuol dire cambiarne la vita, basti ricordare la lotta di Giacobbe con Dio, che alla fine dello scontro esce zoppicante con il nuovo nome di Israele, capo di un popolo. Ravasi esorta il pubblico all’attenzione alle parole perchè nel nostro tempo la parola è diventata spesso un contenitore vuoto di significato. Basti pensare alla televisione, dove molte parole passano senza significato. Umberto Eco, studiando il linguaggio dei giovani – per quanto questa osservazione non valga solo per loro – ha constatato che essi utilizzano solo 800, al massimo 1000 vocaboli, laddove la lingua italiana ha 150.000 vocaboli. La parola ha perso forza e forse perciò la poesia è meno apprezzata. Ravasi ricorda l’amico poeta Mario Luzi con di fronte a sé una risma di fogli, su cui c’era soltanto una riga, che egli continuava a correggere. Voleva esprimere una determinata sensazione, ma per essa non riusciva a trovare una parola. La parola creatrice, archetipica, è anche al principio della storia dell’uomo, se non ci  sono documenti e fonti non si può fare storia. Nel V° libro della Bibbia, il Deuteronomio, che rappresenta l’esperienza che gli ebrei hanno avuto sul Sinai, si legge: «Dio vi parlò di mezzo al fuoco, voi avete ascoltato una voce di parole, immagini non vedeste, solo una voce» (4; 12). L’esperienza del divino non è una statua, come il vitello d’oro. Si pensi all’opera lirica Moses und Aron, il Mose ed Aronne composto tra il 1930 e il 1932 dal musicista austriaco di origine ebrea, Arnold Schonberg inventore della musica dodecafonica, rappresentata a Zurigo. Aronne è quello che dà vita alla festa, all’orgia, all’ottundimento dei sensi, canta sempre e urla. Mosè invece usa solo il recitativo secco, il parlato. A partire dall’esperienza del Sinai vediamo che la storia di un popolo viene rappresentata attraverso le dieci parole. Bene o male, credenti o non credenti, noi non possiamo prescindere da quelle dieci parole: dentro ogni persona, le parole «non uccidere, non rubare, non mentire» continuano a risuonare. Sul tema sarebbe bello poter rivedere il Dekalog, la serie di dieci film per la televisione del regista polacco Krzysztof Kieślowski ambientati in grigie città industriali dell’Est, in questo contesto è proprio «la Parola che risuona, creando la novità». Non dobbiamo lasciarci andare ed abbandonarci alle parole vuote, come scrive lo scrittore francese di origine statunitense Julien Green convertitosi al cattolicesimo «finché si è inquieti si può stare tranquilli». L’inquietudine nasce da una parola, che va cercata; d'altronde Platone, nell’Apologia di Socrate, dice che «Una vita senza ricerca non ha ragione di essere vissuta». Sul “male di vivere” spesso la letteratura e la poesia riescono meglio a rappresentarne le emozioni struggenti e misteriose basti ricordare Leopardi, Pavese, Dostoevskij. La parola ha in sé una capacità energetica, dinamica, creativa, gloriosa. E queste caratteristiche le ritroviamo nel cristianesimo che ha caratteristiche creative. Giovanni rappresenta Gesù Cristo, il figlio di Dio, con la parola, il Logos. Anche il poeta e scrittore agnostico argentino, Jorge Luis Borges, rappresenta così la trascendenza scrivendo: «Io, che sono l’è, il fu, il sarà, accondiscendo al linguaggio, che è tempo successivo». Un paradosso temporale. L’eternità infatti non andrebbe immaginata come uno scorrere senza fine di giorni, ma piuttosto come un punto perfetto di pienezza e completezza. «La Parola si fece carne», la trascendenza entra nell’immanenza, l’assoluto, eterno diventa contingente e si concretizza nella parola. La parola è un mezzo epifanico, anzi, diafanico, tenta di dire il mistero, l’infinito in 5750 parole dell’ebraico classico dell’Antico Testamento e in 5433 parole greche del Nuovo Testamento. Ma talvolta ci si esprime anche con il silenzio perché come diceva Pascal «Nella fede come nell’amore i silenzi sono molto più eloquenti delle parole». Il silenzio esprime un linguaggio. D’altronde nell’Antico Testamento il nome di Dio, il Tetragramma biblico, talvolta trascritto Jhwh non si pronuncia. La parola creatrice è «un mormorio di vento leggero» che Elia percepisce mentre fugge sul Sinai. La parola creatrice è delicata, si spegne, si dimentica come Isaia che ammonisce che «Gerusalemme non sa più parlare» come una persona buttata nella polvere. Il poeta Nobel messicano Octavio Paz autore del Il labirinto della solitudine sull’identità messicana scriverà: «che un popolo si corrompe quando corrompe la sua grammatica». Gianfranco Ravasi chiude ricordando la poetessa ebrea Nobel per la Letteratura Nelly Sachs che in una sua ballata, densa di lirismo metaforico, ricordava che «Le parole vere incidono ferite nel campo della consuetudine».

Le sue parole segneranno questa edizione del Festival sarzanese.

                                                                                                                 Nicola Carozza

 

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Severino Salvemini con Angela Vettese

 L’emozione e la regola: si può quadrare il cerchio? L’evento che coinvolge Severino Salvemini e Angela Vettese prende a prestito e a spunto il titolo di un saggio di De Masi per portare in scena l’incontro tra due culture – quella economica e quella artistica – che troppo a lungo hanno vissuto come realtà distanti e parallele con poche possibilità di scambio.

Il tema è affascinante e sfidante: può l’economia attingere all’espressività e all’emozione artistica e può l’arte beneficiare della razionalità e della regola economica?

L’intento di Salvemini e Vettese non è certo di risolvere l’enigma, ma piuttosto di contribuire con le proprie diverse competenze ed esperienze – di esperto di economia lui e di critico d’arte lei – a sviluppare un dialogo ovvero un discorso comune che attinga ai diversi linguaggi e immagini di cui economia e arte appunto si avvalgono.

Apre Salvemini, ricordando la concezione economica classica, dominante fino agli anni ’80, secondo cui il lavoro è essenzialmente produttivo, in senso fisico-materiale, e l’azienda è prevalentemente razionale, organizzata con regole scientifiche invariabili. All’altro polo, l’arte è genio e sregolatezza, distante e quasi allergica ad ogni logica ordinativa, elitaria e disgiunta dalla realtà pragmatica. L’artista e la sua produzione sono per definizione not accountable, ovvero devono rendere conto a niente e a nessuno tranne che alla propria libera ispirazione. Ecco perché tutto ciò che ha a che fare con la sfera commerciale e il budget (parola d’ordine dell’organizzatore di spettacoli nel film The company di Altman) è delegato a figure di intermediari – il mercante d’arte, l’impresario teatrale, … – che mirabilmente conciliano l’inconciliabile attraverso le loro due anime poetica e prosaica – tanto emblematicamente rappresentate da Modigliani attraverso l’occhio chiaro e l’occhio scuro nel ritratto del proprio gallerista del 1916.

Ma questa visione separatista delle due realtà, cui siamo stati abituati a lungo – anche dall’impostazione disciplinare e frammentata della nostra educazione e cultura occidentale, mi sento di aggiungere personalmente – comincia a vacillare con l’avvento della new economy post fordista, in cui, a partire dagli anni ’90, la razionalità economica cede sotto l’onda del cambiamento continuo e della crescita globale, dove i riferimenti scientifici vengono meno di fronte all’incessante divenire del sistema e anche l’arte si confronta con un mercato che è di massa e la costringe a diventare producibile e riproducibile.

A questo punto, Vettese interviene spostando il punto di vista sull’interpretazione dell’opera d’arte, come momento sì emotivo, ma anche razionale, attraverso un codice comune all’artista e all’osservatore/ spettatore, che può cogliere il senso dell’opera solo attraverso un logos interpretativo che coerentemente la comprenda.

La tesi di Vettese è che l’emozione non è mai pura, o meglio irrazionale, ma anzi è prodotta da una base razionale che è data dal possesso di un lessico culturale condiviso (come dice Arbasino) tra autore e pubblico, che permette di svelare il mistero, ovvero di dare un significato al segno. Pertanto anche l’attribuzione di valore culturale ed economico ad un’opera non è puro atto emotivo, bensì anche processo cognitivo, che è reso possibile dall’applicazione del codice e della regola. A conferma di ciò Vettese cita l’episodio del controverso sdoganamento delle opere del rumeno Brancusi nel porto di New York nel 1926, in cui solo la testimonianza autorevole di Duchamp poté far riconoscere il valore artistico delle sculture, di contro all’accusa dei doganieri che trattavasi di prodotti non artistici e pertanto soggetti al normale regime fiscale: un celebre caso di incomprensione dell’opera d’arte, in cui l’incapacità di emozionarsi dei doganieri era dovuta al mancato possesso del codice interpretativo, di quel canone occidentale, per dirla con Bloom, che fa riconoscere un linguaggio espressivo.

Dunque, a conclusione del dialogo tra l’esperto di economia e il critico d’arte, qual è l’immagine che possiamo derivarne, forse quella del cerchio inscritto nel quadrato o del quadrato inscritto nel cerchio? E’ certo possibile, anzi necessaria, la conciliazione tra l’emozione e la regola: a livello individuale, nella nostra mente – che al Festival appunto si celebra – come integrazione tra le nostre capacità più creative e immaginative e quelle più ordinative e regolative (i famosi due emisferi destro e sinistro); a livello organizzativo, come coordinamento di elementi emotivi (quelli che Goleman indica proprio come competenze emotive nel lavoro) e logici anche all’interno dell’azienda (non a caso si parla di learning organisation ovvero di organizzazione che apprende e quindi crea e innova); a livello sociale, come sviluppo di due culture complementari che possono arricchirsi vicendevolmente quanto più sono disposte a riconoscersi pari dignità e valore.

                                                                                         Maria Edoarda Bonci – settembre 2007

 

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