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Le Voci n. 8 - settembre
2007
Rivista semestrale
(Registrazione
del Tribunale della Spezia n° 13/2002)
organo
di AIDEA LA SPEZIA
Festival della
Mente 2007
Sarzana 31 agosto-1
e 2 settembre 2007
La quarta edizione del
Festival della Mente ha avuto un’eco nazionale di
straordinaria portata e una frequentazione straordinaria.
Quest’anno l’evento è stato recepito anche da Radio Tre, che
attraverso il suo ascoltatissimo programma pomeridiano
Fahrenheit ne ha diffuso contenuti e portata culturale. Al
momento dell’apertura venerdì 31 agosto, nella piazza d’armi
della Fortezza Firmafede l’effetto folla è stato davvero un
grande successo per gli organizzatori. Il presidente della
Fondazione Carispe Matteo Melley nel discorso inaugurale ha
usato il termine “scommessa” per definire un progetto che ha
avuto fin dall’inizio una costante tensione a realizzare due
obiettivi: un’eco sul territorio - come dire Festival della
Mente presente tutto l’anno nel perimetro spezzino - e obbligo
di dare ogni volta qualcosa di nuovo. Il tormento di Giulia
Cogoli, ha sottolineato Melley. E due sono stati i suoi
interrogativi. Quando si arricchisce un territorio? Che cosa
rimane dopo il Festival? Ha comunque concluso citando con
soddisfazione che c’è chi ha organizzato le vacanze in
funzione del festival.
Il sindaco di Sarzana Massimo Caleo per
questa edizione 2007, visto l’afflusso straordinario di
presenze all’apertura, ha “idealizzato” la sua città,
tracciandone il quadro storico e delineandone i caratteri di
luogo dove non sono mancati geni e idee. E dopo di lui Renzo
Guccinelli, sindaco che lo ha preceduto nell’incarico (oggi in
Regione), si è soffermato sul valore aggiunto della
scientificità dell’evento che conferma Sarzana come uno dei
capisaldi nazionali in fatto di cultura. Raffaele Cardone e
Giulia Cogoli - ideatori e direttori del Festival della Mente
- hanno sottolineato che a ogni edizione nasce la necessità di
aumentarne la qualità. E la stesura del nuovo progetto non è
indolore. Cogoli ha significativamente parlato di quel
principio di “umiltà fuori moda” che ispira fin dalla prima
edizione il loro operato. Umiltà, ha detto, che fino a oggi è
stato premiata.
Ghiotto l’argomento di apertura della quarta
edizione del Festival: “La mente adolescente che crea e
distrugge”. E straordinario il nome del relatore: Gustavo
Pietropolli Charmet. Sembra quasi piaggeria ripetere e ancora
ripetere che ogni edizione del Festival della Mente apre ogni
volta nuovi orizzonti, offrendo tematiche di studio e di
riflessione che coinvolgono anche cittadini di solito non usi
a lectio di questa portata. Ebbene all’apertura della quarta
edizione è successo un fenomeno che di solito si avverte negli
eventi legati al folklore o alla musica popolare. Non era
possibile trovare un posto libero perché giacchini, borsette,
giornali “segnavano” la postazione di chi sarebbe venuto
“dopo”. Un fenomeno popolare questo, che è indice di quanto
interesse sia stato portatore l’argomento della lectio di
Charmet. Con un ampio effetto di amplificazione. Fra le novità
dell’edizione 2007, senza dubbio occorre annoverare un nuovo
spazio individuato nell’area Canale Lunense e formato da una
bianca struttura con schermo gigante, collaterale a un
modernissimo impianto di computer. Aperto lateralmente, ha
permesso a seicento e più persone di partecipare all’incontro
con Mario Botta sul tema “Architettura e territorio. Due forme
d’espressione del nostro tempo”. E altrettanto numeroso è
stato l’incontro con Michelangelo Pistoletto su “La
spiritualità laica nello specchio”. Totalmente nuova la
formula accattivante di Alessandro Barbero che ha raccontato
le invasioni barbariche ed è risultato molto gradito ai tanti
giovani e giovanissimi presenti. Queste modalità di attrazione
a grande spettro sono una punta di diamante per il Festival
della Mente. Forse è doveroso qui ricordare anche che oltre
settecento ragazzini hanno partecipato ai laboratori
“inventati” per loro nell’ambito dell’evento. Di solito il
presidente della Fondazione Melley non ama il riscontro dei
numeri (l’abbiamo più volte sentito dire che non sono utili
per attestare il successo del festival). Ebbene, aver portato
nomi come Sergio Carnervali, Renato Fasolo, Donatella Puliga,
Gek Tessaro, Giorgio Vigna, Liliana Cupido in mezzo a bambini
e ragazzi va molto oltre la normale portata dei vari festival
culturali italiani. Allora, perché non inserire anche questo
dato positivo fra gli esiti clou della quarta edizione?
Gabriella Molli
Giuseppe Barbera:
perché abbracciare gli alberi…,
a cura di Elisabetta Cori
Alessandro Barbero
racconta le invasioni
barbariche,
a cura di Rossella Danieli
Laura Bosio. In attesa dell’ispirazione. Viaggio
intorno e dentro la scrittura
Galimberti. La mente calcolante,
a cura di Giorgio Di Sacco Rolla
Vittorio Gallese.
Il corpo nella mente.Neuroscienze ed esperienza estetica,
a cura di Giorgio Di Sacco
Il rapporto tra cinema e letteratura nelle
parole di
Giuliano Montaldo,
a cura di Gabriella Voglino
Tomaso A. Poggio. Neuroscienza e intelligenza
artificiale,
a cura di Francesca Del Santo
La Parola
creatrice. Percorsi e iridescenze con
Gianfranco Ravasi,
a cura di
Nicola Carozza
Severino Salvemini con Angela
Vettese,
a cura di
Maria Edoarda Bonci
Giorgio Vigna. Le “storie raccontate”. Storia di una lectio
durata tre ore,
a cura di Gabriella Molli
Storia di un laboratorio per
ragazzi.
Laboratorio di gioiello-arte-designe: “Il filo”, a cura di Gabriella Molli
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Giuseppe Barbera
Perché
abbracciare gli alberi…
Questo incontro si è avvalso di una nuova
formula per il festival, “approfonditamente”: tre ore a
disposizione per un viaggio più lento e ravvicinato con gli
esperti e studiosi ospiti.
Il lungo e colto intervento del Professor
Barbera trabocca della sua terra natale, la Sicilia, di cui ci
arrivano i sapori, i profumi, le immagini e il calore di una
terra raccontata con orgoglio e ri-conoscenza.
Le immagini si aprono con un grande rogo
appena fotografato nell’isola, che subito ci fa sentire il
dolore della ferita di questa apocalisse, come lui la
definisce, e ci fa partire per un lungo viaggio dove alberi e
libri sono narrati senza distinzione.
CULTURA e COLTURA hanno la stessa radice e
sono così intrecciati che, entrambi, ci raccontano la storia
del mondo, della sua creazione, delle sue trasformazioni.
Gli alberi legati alla lotta per la difesa
della natura, alberi giganteschi e millenari di fronte a cui
l’uomo si sente cosi’ piccolo, alberi che sono entrati nei
miti e nelle leggende di ogni religione di ogni tempo.
La cristianità stessa al suo nascere,
percependo la forza simbolica di luoghi pagani, come i boschi
sacri, li fa distruggere per paura, finendo poi però a fondare
la sua forza sul simbolo croce-albero.
Alberi come luoghi di memoria, come simbolo
della crescita della vita. Tante donne, come me, hanno
piantato un albero alla nascita del loro bambino, desiderando
vederlo crescere, cambiare, diventare forte e dare i suoi
frutti e la loro bellezza al mondo.
Barbera ci mostra anche come l’albero sia
diventato specchio dell’ottica moderna legata alla produzione,
allo sfruttamento della terra, andando persa quella sapienza
antica che sapeva unire l’utilità alla bellezza.
Basta osservare i frutteti di coltivazioni
intensive, dove il paesaggio assomiglia tanto a una triste
periferia di palazzi tutti uguali.
Così i frutti prodotti hanno la perfezione
estetica richiesta, sono perfettamente inseriti nei codici del
mercato globale, ma hanno perso il loro sapore, la loro
diversità e la loro magnifica imperfezione.
Ogni immagine proposta è carica di storia e
di racconti e ci fa sentire sulla pelle quanta gratitudine
dobbiamo avere per gli alberi ed è inutile dire che il futuro
è in mano a questa risorsa perché albero significa ombra,
cibo, pioggia, vita. Non solo, anche bellezza, sempre più
necessaria e desiderata.
Non ricordo chi disse che noi abbiamo
bisogno degli alberi ma gli alberi non hanno bisogno di noi…
Un intervento profondo e pieno di buoni
motivi di riflessione personale che ha lasciato la voglia di
seguire l’invito di Barbera a provare questa esperienza:
toccare una corteccia, sentire il suo odore, sentirci noi
stessi alberi e saper essere grati di ciò che per noi è
assolutamente un regalo.
Un piccolo appunto: il verbo abbracciare
faceva ben sperare che il corpo venisse coinvolto a tale scopo
ma, ahimè, tre ore fermi su una sedia sono troppe, anche se
gli occhi e le orecchie hanno goduto dell’incontro.
Speravo che le ore spese, non solo con
questo relatore, venissero impiegate per qualche piccola
esperienza vissuta e non solo pensata.
Ma, dimenticavo, anche se ci piacciono
queste corse sotto il sole per accaparrarci i posti migliori,
le lunghe attese incuranti della sete e della fame, queste
giornate estenuanti ad ascoltare, riflettere e discutere, è
pur sempre Il Festival della mente e, come Galimberti
ci ricorda, il nostro corpo ancora ci segue a distanza.
Chiudo così, con un omaggio a Umberto
Galimberti - sicuramente il mio preferito - alla sua seconda
apparizione al Festival, che nel suo testo “Il corpo” ci
ricorda una frase di Nietzsche
”Vi è più ragione nel tuo corpo che nella
tua migliore sapienza” (Così parlo Zarathustra).
Una piccola riflessione per tutti…in attesa
del prossimo attesissimo Festival!
Elisabetta Cori
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Alessandro Barbero racconta le invasioni
barbariche
-
L’immigrazione
-
L’integrazione
-
Il razzismo
L’espressione “invasioni
barbariche” non è molto familiare agli studenti di oggi. Nei
manuali di storia non si trova quasi più, sostituita da
“migrazioni” o “spostamenti” di popoli. Chi non è più tanto
giovane invece la ricorda benissimo, e nella rievocazione la
associa ad illustrazioni di libri scolastici che raffiguravano
biondi energumeni dagli elmi cornuti, vestiti di pelli di
animale, pronti ad avventarsi con furia sul cadavere
dell’impero romano. L’immagine di un mondo alla mercé dei
barbari che lo terrorizzavano con le loro scorrerie può andare
bene se ci riferiamo all’ultima parte dell’epoca imperiale,
dopo la battaglia di Adrianopoli (9 agosto 378), un evento
militare meno noto di altri (Waterloo, Stalingrado) ma dalle
conseguenze enormi per la storia europea: in seguito alla
sconfitta subita in quella battaglia dall’imperatore Valente,
ad opera dei Goti, i barbari dilagarono nell’impero romano e
l’amministrazione imperiale non riuscì più a contenerli come
aveva fatto per tre secoli. Ma la storia dei rapporti tra
romani e barbari non comincia da Adrianopoli, che può essere
considerata l’inizio della fine: è una storia molto più lunga
e complessa e di grande interesse per chi, come noi, vive
un’epoca di incontro-scontro di culture per molti versi affine
a quella degli autori di testi che Alessandro Barbero ha letto
sugli spalti della fortezza Firmafede di Sarzana, nella luce
di tre meravigliosi tramonti di fine estate.
Nella prima serata Barbero ci
ha raccontato, con l’aiuto di testi giuridici e letterari, che
cos’era l’immigrazione nei secoli dell’impero romano: non
un’infiltrazione clandestina di uomini e donne alla ricerca
di migliori condizioni di vita, ma la risposta della
burocrazia imperiale all’eterno bisogno di manodopera
dell’impero romano, tanto esteso quanto poco popolato. Dal III
secolo contadini e soldati erano importati dall’esterno,
scegliendoli tra le popolazioni nomadi che vivevano oltre il
confine segnato da due grandi fiumi, il Reno e il Danubio, che
oggi sono il cuore dell’Europa e a quei tempi erano la soglia
dell’ignoto. Un fenomeno gestito dall’alto con le
caratteristiche che oggi noi attribuiamo alla deportazione,
condito di iniquità, violenze e malversazioni commesse nei
campi profughi, ma descritto nei documenti ufficiali (testi
legislativi, elogi e biografie di imperatori) come una
missione di civiltà o come la generosa offerta di libertà e
felicità romana a popolazioni vissute fino allora
nell’oppressione, come gli iraniani, o in una condizione
semi-animale, come i Sarmati.
Il secondo incontro, sabato 1
settembre, ci ha mostrato attraverso quali meccanismi si attuò
l’integrazione dei barbari. I principali furono la carriera
militare e l’estensione del diritto di cittadinanza.
All’esercito romano del IV secolo d.C., con tutti i suoi
generali di origine germanica, si adatta bene l’immagine del
melting pot multietnico. Due di questi generali barbari furono
gli ultimi strenui difensori dell’impero: Stilicone, che
fronteggiò Alarico all’inizio del V secolo ed Ezio, che
sconfisse Attila nel 451. Nelle fonti dell’epoca di Teodosio i
generali romano-barbarici sono spesso presentati come la prova
vivente che l’educazione può trasformare i barbari in perfetti
greci o romani: così scrivono ad esempio san Gregorio di
Nazianzo o lo storico greco Zosimo, mentre il ricco
latifondista diventato poi monaco Prudenzio, alto funzionario
della corte di Teodosio (imperatore dal 379 al 395), coniuga
perfettamente ideologia imperiale e concezione cristiana: egli
scrive infatti che civilizzando i barbari e convertendoli al
cristianesimo l’impero realizzerà i disegni della divina
Provvidenza.
In materia di cittadinanza i
romani dimostrarono grande apertura; uno degli strumenti più
caratteristici per governare l’impero fu l’estensione dei
diritti di cittadinanza. Da questo punto di vista una data
importante, da ricordare, è il 212 d.C.; in quell’anno
l’imperatore Caracalla concesse la cittadinanza a tutti i
residenti entro i confini dell’impero romano, ad eccezione,
forse, dei dedicitii, termine con cui erano indicati gli
immigrati e i profughi che lavoravano nell’impero. In epoche
successive scrittori come Sant’Agostino, Rutilio Namaziano e
Sidonio Apollinare lodarono la decisione, definendola
“gratissima e umanissima” perché diede a tutti ciò che prima
era di pochi (Agostino) e qualificò Roma come la patria della
libertà, “l’unica città del mondo in cui solo i barbari e gli
schiavi sono considerati stranieri” (Sidonio Apollinare). Non
ci è dato sapere se la concessione della cittadinanza seguisse
automaticamente ogni nuovo acquisto territoriale, forse no;
però la sostituzione del criterio personale (è cittadino chi
ha determinate caratteristiche) con quello spaziale (è
cittadino chi vive nel territorio dell’impero) rimane un
principio significativo.
Nel terzo e ultimo incontro,
domenica 2 settembre, Alessandro Barbero si è soffermato sui
primi indizi del fallimento della politica di integrazione. Si
può partire da una data emblematica: il 376, sulle rive del
Danubio. In quell’anno si sparse la voce che un intero popolo
accampato sull’altra sponda voleva varcare il limes ed entrare
in territorio romano: erano i Goti, spinti verso ovest dalla
pressione degli Unni. La loro richiesta fu accettata e iniziò
così l’ingresso di una massa umana di proporzioni mai viste
prima, decine di migliaia di persone che misero a dura prova i
funzionari preposti all’accoglienza e che ben presto si
rivelarono ingestibili. La situazione degenerò e in poco tempo
si arrivò alla guerra e alla sconfitta di Adrianopoli. Proprio
questo evento, disastroso per i romani, può essere considerato
una sorta di spartiacque tra l’epoca del contenimento e quella
delle invasioni vere e proprie. Gli sconfitti dovettero
accettare che i Goti dettassero le condizioni della pace e
quella che fino a poco tempo prima era solo una massa
indistinta di pezzenti che imploravano aiuto si trasformò,
anche nell’immaginario dei romani, in un nemico pericoloso,
forte e agguerrito. Non mancano a tal proposito le
testimonianze di scrittori che si fanno interpreti di un
diffuso sentimento di timore e muovono critiche alla politica
imperiale di integrazione. Ne è esempio Sinesio di Cirene,
storico dell’epoca di Teodosio, molto preoccupato per la
presenza in territorio romano di bande di mercenari gotici
indisciplinati, propensi ad obbedire solo ai loro capi Goti,
che Teodosio era stato costretto ad arruolare per condurre le
sue campagne militari contro gli usurpatori.
Dalle lezioni di Alessandro
Barbero è emerso il quadro di un mondo per molti aspetti
sorprendentemente simile al nostro: una società multietnica
percorsa da tensioni ma aperta a soluzioni creative, guidata
da una classe dirigente non sempre coerente nelle sue scelte
politiche, spesso indecisa di fronte alle emergenze e incline
a prendere provvedimenti dettati dalle circostanze del
momento; una società popolata da personaggi familiari anche a
noi: intellettuali allineati con il potere ed altri critici,
individui senza scrupoli pronti a lucrare sui drammi dei
profughi e dei rifugiati, funzionari corrotti, generali
stranieri più fedeli all’impero degli stessi romani.
Grazie ad Alessandro Barbero
che con queste tre splendide lezioni ci ha fatto entrare nel
laboratorio dello storico e ci ha fornito le coordinate
necessarie per mettere a confronto passato e presente.
Rossella Danieli
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Vittorio
Gallese
Il corpo nella mente. Neuroscienze ed esperienza estetica
Perché gli uomini si
commuovono di fronte ad un quadro o ad una statua? Questa
capacità, che sembra contraddistinguere la specie umana, può
essere spiegata dalle neuroscienze? La scoperta dei neuroni
specchio – sostiene Vittorio Gallese, ha aperto la strada alla
comprensione di questo fenomeno proprio della mente umana.
Bisogna però muovere da quanto si presenta agli occhi dello
scienziato: la commozione che si prova di fronte all’opera
d’arte, trascurando invece ogni definizione di bello, ogni
concettualizzazione. Si tratta, continua Gallese, di adottare
il metodo proprio della fenomenologia husserliana: compiere
una epoché, una preliminare sospensione di giudizio.
Emerge subito un intreccio fra filosofia e neuroscienze, in
cui la prima svolge un’opera di chiarificazione concettuale
indispensabile per comprendere la funzione dei neuroni
specchio.
Nella precedente edizione del Festival della
Mente il prof. Rizzolatti aveva sostenuto che grazie al a
scoperta dei neuroni specchio, il modello individualistico
comunemente adottato per la spiegazione del funzionamento
della mente umana, era risultato inadeguato. La risonanza
magnetica cerebrale ha evidenziato che, quando osserviamo
compiere azioni note, si attivano anche zone del cervello
adibite normalmente a comandare il movimento. In altre parole,
simuliamo, attraverso neuroni specchio, l’azione che vediamo
compiere, se quell’azione è a noi nota. In virtù di questo
meccanismo, del tutto inconsapevole, viene costruita una
rappresentazione del mondo esterno; rappresentazione che è
iscritta nel modo in cui il nostro corpo reagisce. Gallese lo
definisce un processo di “modellizzazione” automatico e
irriflessivo che ci consente di crearci un mondo condiviso;
mondo esterno che “ci inerisce” automaticamente, proprio
perché modellizzare significa simulare. I neuroni specchio
stanno, in altre parole, alla base di quell’intersoggettività
attraverso la quale emerge e si forma l’individuo stesso;
costituiscono, continua Gallese, la conferma scientifica delle
riflessioni filosofiche di Merleau Ponty:
“Nel gesto della mano che si dirige verso un oggetto è
racchiuso un riferimento all’oggetto non come oggetto
rappresentato, ma come quella cosa molto determinata verso la
quale ci proiettiamo, presso alla quale siamo anticipatamente,
che stringiamo dappresso. La coscienza è l’inerire alla cosa
tramite il corpo. Un movimento è imparato quando il corpo l’ha
compreso, cioè quando l’ha assimilato al suo <mondo>. E
muovere il proprio corpo significa protendersi verso le cose
attraverso di esso, significa lasciarlo rispondere alla loro
sollecitazione che si esercita su di esso senza nessuna
rappresentazione”.
Merleau-Ponty Fenomenologia della percezione,
Parigi 1945, trad.it. Milano, Il Saggiatore,1965,p.194
Anche l’esperienza estetica apparterrebbe a
questa dimensione incarnata dell’intersoggettività.
Dunque risulta riduttiva la spiegazione
dell’opera d’arte articolata sul modello cognitivista:
“percezione cognizione azione” che Gallese ironicamente chiama
“a sandwich”: percezione e azione –le due fette di pane- nel
sandwich svolgono funzione ancillare rispetto al contenuto, la
cognizione – l’hamburger. A questa impostazione, che è
riconducibile al pensiero di Nelson Goodmann, Gallese
contrappone gli studi di David Freedberg il quale, in aperta
controtendenza a partire dagli anni ottanta, aveva
sottolineato l’importanza dell’empatizzazione nell’opera
d’arte. L’opera d’arte scatena una reazione emotiva in chi la
osserva. Perché?
Einfullung-
empatia – è il termine che Vischer aveva introdotto nella
prima metà dell’ottocento per spiegare questo fenomeno. La
tesi dell’empatia, successivamente sviluppata da Lipps e da
Wolffin, faceva riferimento ad un sentimento immediato,
precedente alla conoscenza razionale, mediante il quale la
soggettività si proiettava nell’oggetto artistico per poi
ritrovarvisi.
La simulazione incarnata – incarnata perché
connaturata alla struttura cerebrale umana - prodotta dai
neuroni specchio, starebbe alla base dell’empatia: i neuroni
specchio dell’osservatore “sparano” quando si osserva un’opera
d’arte perché attivati dal gesto compiuto dalla mano
dell’autore dell’opera stessa che in essa si è concretizzato.
Infatti la risonanza magnetica ha evidenziato che, alla vista
di certi segni, si attivano anche aree del cervello adibite al
controllo del movimento necessario per la scrittura, il
disegno. Gli interrogativi e le questioni aperte sono
molteplici, sia in campo filosofico sia scientifico. Perché si
tratta di abbandonare in via definitiva immagini della mente
consolidate nella nostra visione del mondo. Che rapporto
intercorre fra natura e cultura?
Questa struttura neuronale, per esempio è
immodificabile dalla cultura? Pare proprio di no, osserva
Gallese: i neuroni specchio di un ballerino classico, alla
vista di uno spettacolo di danza, sembrano attivarsi molto di
più rispetto a quelli di uomo normale. La sua struttura
neuronale riconosce con maggiore precisione tutti quei
movimenti della danza, che il suo corpo ha acquisito. Quindi
anche il corpo, inteso husserlianamente come Leib, come
corpo vivo, impara e contribuisce a costruire la
rappresentazione del mondo. Ciò che ci è prossimo, lo spazio
della quotidianità che definisce il nostro “essere nel mondo”
viene modellato grazie ai neuroni specchio. cultura e natura,
corpo e mente, risultano molto più legati di quanto non ci
abbia fatto credere la tradizione cartesiana con la netta
distinzione fra res cogitans e res extensa.
Giorgio Di Sacco Rolla
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Galimberti La
mente calcolante
Siamo così abituati ad un pensiero che
calcola da ritenere che mente e ragione siano due termini
interscambiabili: la nostra mente sembra essere
“naturalmente” legata al calcolare costi e benefici, ad
elaborare progetti e strumenti adatti allo scopo. La mente è
il luogo della ragione, la ragione l’organo con cui si
perviene alla verità, alla certezza; l’anima l’organo che
garantisce l’autonoma funzionalità della mente.
Davvero le cose stanno così? Oppure si
tratta di una immagine della mente che si è imposta fino a
divenire evidenza e della quale noi occidentali siamo
prigionieri?
L’intervento di Galimberti inizia
ripercorrendo la genesi di quest’immagine.
Il corpo non è affidabile; è incerto,
soggettivo, umorale. Diviene difficile misurare, calcolare,
fare previsioni sicure quando si ha a che fare con la
mutabilità, l’umoralità del corpo. Il corpo per Platone non è
un criterio affidabile di verità; perciò, afferma Galimberti,
Platone inventa l’anima cui dà il compito di essere la
macchina della ragione. La mente calcolante ha sede
nell’anima, questo nuovo organo in grado di pervenire ad una
verità certa, di distaccarsi dagli umori individuali.
Le radici della scienza moderna, fondata su
una visione quantitativa del mondo, sono dunque molto più
antiche: risalirebbero alla nascita della filosofia greca.
Quest’ultima scopre il pensiero razionale, elabora il discorso
argomentativi, cerca di espungere ogni riferimento al mondo
sensibile, al mondo dei corpi, della soggettività. E’
testimonianza della formazione di questo processo la nascita
del concetto all’interno della filosofia platonica: il
concetto di albero non si riferisce a quel determinato albero
che ho di fronte, o a quello che vive nella mia memoria, o a
quello che altri vedono, ma ad un albero in generale che tutti
comprende ma che da ognuno di questi è diverso. I concetti
astratti hanno bisogno di un’anima che li possa conoscere,
che li possa usare. Non dei corpi, che forniscono soltanto
conoscenze particolari ed incerte: doxai, non aletheia,
opinioni, non verità. Ecco la ratio, la mente che calcola.
Per comprenderne le origini bisogna andare
indietro nella storia dell’occidente, prima dei greci, o
osservare i popoli “primitivi”: la ratio, la ragione
calcolante nasce attraverso lo scambio di equivalenze: un
oggetto con un altro oggetto. Questo scambiare costituisce il
nucleo originario del pensiero tecnico, della ragione che,
calcolando, “ragiona” secondo una conformità allo scopo. La
fattibilità, il calcolo costi benefici hanno questa
antichissima origine, prima della quale anche lo scambio si
fondava su principi simbolici . Attraverso il dono, i capi
tribù, i re esprimevano tutto il loro potere: più grande era
il dono, maggiore la loro potenza. Se l’altro capo non era in
grado di fare un dono altrettanto grande, era costretto a
soccombere. La potenza si manifestava attraverso la capacità
di perdere, di accettare e di restituire ed anche di
distruggere: io sacrifico cento schiavi. Tu sei in grado di
fare altrettanto?. Originariamente non si scambiavano cose, ma
entravano in collisione soggettività.
Oggi pensiero calcolante, più affidabile
ed universale, si è diffuso fino a permeare di sé ogni piega
della nostra vita: questa è la Tecnica, che ha permeato ogni
ambito del mondo contemporaneo. Se fu il denaro,
sviluppatosi assieme allo scambio, il responsabile di questa
diffusione della mente calcolante, al libero mercato si deve
la sua diffusione planetaria: il denaro diviene simbolo di
riconoscimento sociale, di potere. Non vi sono più gerarchie
fondate sull’onore o sull’appartenenza sociale. I rapporti fra
uomini divengono formali: il servo della gleba diviene
operaio, il signore datore di lavoro.
Fondamentale diviene però non tanto
l’accumulazione di beni e ricchezze, quanto il possesso e lo
sviluppo di strumenti e macchine. Il possesso della
tecnologia è ciò che fornisce ricchezza e potere. Essa diviene
da mezzo scopo. Vince chi dispone delle tecnologie più
efficaci. l’URSS è crollata, osserva per inciso Galimberti ,
perché negli anni ottanta disponeva di tecnologie, più rozze e
meno efficaci, rispetto agli Stati Uniti
La mente calcolante e la tecnica, che è la
sua proiezione, non sono pertanto strumenti dell’uomo, ma
costituiscono l’ambiente in cui l’uomo oggi vive. Ma, mentre
l’economia è ancora umanistica, perché “soffre” per la
passione per il denaro, la Tecnica è asettica, è razionalità
spassionata che fornisce identità all’individuo attraverso la
sua appartenenza all’apparato; apparato che tende a
deresponsabilizzare il singolo, il quale obbedisce a ordini,
si attiene al mansionario che ha sottoscritto quando è stato
assunto. La figura di Eichmann, il ragionier morte, che rende
fattibili ed ottimizza i progetti di sterminio, obbedendo ad
ordini che non mette in discussione, è la prova estrema di
questo processo di deresponsabilizzazione. Frammentati,
isolati all’interno di apparati di cui non conoscono il
funzionamento e gli scopi se non per quanto concerne il
limitato orizzonte delle proprie competenze, gli individui non
sono più in grado di costituire delle masse capaci di
diventare soggetti politici. La tecnica è in grado di
neutralizzare anche la minaccia delle masse.
La stessa politica soccombe alla tecnica:
ogni scelta presenta oggi un livello così elevato di
complessità che soltanto i tecnici possono fornire le
soluzioni ai politici. – si pensi agli ultimi sviluppi delle
biotecnologie o all’effetto serra -.
Cerchiamo così risposte a questi problemi,
conseguenze peraltro imprevedibili dell’agire tecnologico,
con gli strumenti della Tecnica, e perciò ai tecnici dobbiamo
rivolgerci.
La democrazia stessa , continua Galimberti,
è minacciata dallo strapotere della tecnica poiché la
politica diviene soltanto persuasione funzionale a
convincere le masse ad accettare decisioni prese dai
tecnici.
In cambio gli uomini dispongono di un corpo
che, divenuto oggetto di azione della tecnica, grazie ad
essa risulta sempre più “perfettibile” e manipolabile e di una
felicità intesa come benessere, articolata su un io cui la
Tecnica stessa promette sempre nuovi e maggiori oggetti su
cui proiettare i propri desideri. Un mondo privo di “mistero”
e di novità e perciò in apparenza rassicurante dove è però
necessario essere adeguati, performanti, pena l’esclusione
con la conseguente irruzione del nulla nella nostra coscienza
sotto forma di angoscia. Ma anche in questo caso la tecnica
viene in soccorso con farmaci e sostanze ad hoc, che
cancellano gli effetti del disagio, che ci rendono adeguati,
che garantiscono la tenuta del nostro “essere nel mondo”
nell’epoca della Tecnica. In altre parole la Tecnica cerca di
tenere in piedi la mente calcolante preservandola dal vuoto di
senso che il suo stesso agire produce.
Giorgio Di Sacco Rolla
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Il rapporto tra cinema e
letteratura nelle parole di Giuliano Montaldo
Nel
corso dell’annuale edizione del Festival della Mente sarzanese,
il pubblico è affluito numeroso per assistere alla
conversazione con Giuliano Montaldo, regista e scrittore, sul
tema “Cinema e letteratura”. Dato l’interesse per l’argomento,
che coinvolge due generi letterari assai dissimili tra loro,
ma legati da uno stretto rapporto di notevole complessità, ha
partecipato all’evento una platea di ascoltatori assai
composita ed attenta; c’erano giovani, giovanissimi, anziani e
una notevole presenza femminile a conferma del fenomeno che
vede le donne frequentare sempre più le manifestazioni
culturali.
Giuliano Montaldo ha affrontato il tema con una conversazione
vivace e brillante, che gli ha permesso di ricostruire la sua
lunga esperienza nel mondo dello spettacolo come attore,
regista cinematografico e teatrale. Nato a Genova nel 1930,
proprio nella sua città inizia la carriera di attore presso il
teatro Carlo Felice, ove incontra Carlo Lizzani che lo chiama
a recitare nel suo film Achtung Banditi (1951), e, in
seguito, in Cronache di poveri amanti (1954),
tratto dall’omonimo romanzo di Pratolini. Egli racconta di
come in questa occasione si sia trovato per la prima volta
dinanzi al problema del rapporto tra cinema e letteratura,
avvertendo come improbabile una mera trasposizione del testo
in forma cinematografica; il testo letterario suggerisce
emozioni, suggestioni che richiedevano una risposta in termini
di libera ricostruzione. La sua collaborazione con Lizzani, in
seguito come aiuto regista, apre una stagione intensa di
lavoro con registi del calibro di Gillo Pontecorvo (per
Kapò e La Battaglia di Algeri). Nel 1960 debutta
come regista con Tiro al piccione, presentato alla
Mostra del Cinema di Venezia finendo però stroncato dalla
critica. Ancora oggi, nel ricordare quel fallimento
professionale, il regista sente il dolore di non essere stato
compreso e di non aver saputo comunicare un messaggio la cui
attualità può invece essere condivisa dal pubblico di oggi. Il
film ricostruiva, per la prima volta, la storia di un giovane
repubblichino, che pian piano scopriva come la sua “Patria”
stesse in realtà dall’altra parte. Dunque, una pagina della
storia della Resistenza volta a scrutare le emozioni e i
pensieri di un giovane fascista. In questo caso, il romanzo
gli aveva dato una forte motivazione politica e psicologica:
ricostruire quali emozioni, pensieri potevano aver
accompagnato il protagonista nella scoperta di un’ “altra
verità”. Era un’interpretazione di una pagina dell’Italia tra
fascismo e Resistenza, al di là degli schematismi ideologici.
Tuttavia, i critici sia di destra sia di sinistra (sia di
centro) non capirono; oggi, Montaldo riconosce che quel film
non poteva essere accolto positivamente poiché a quel tempo
gli italiani preferivano una lettura ideologica della storia.
Questo esito non felice alla prima regia lo avrebbe convinto
ad abbandonare il cinema, se non avesse incontrato un
produttore deciso a finanziare la realizzazione di Sacco e
Vanzetti (1971), che vince la palma d’oro a Cannes, cui
seguono Giordano Bruno (1973) e Agnese va a morire
(1976), tratto dal romanzo della Viganò, ed in cui
affronta nuovamente il tema della Resistenza, e Gli
occhiali d’oro, tratto da un racconto di Bassani. Si
tratta di film che hanno fornito al regista l’opportunità di
dimostrare come si potesse affrontare un testo letterario
senza alterarne il significato. Montaldo sostiene che non si
può impostare il problema della “fedeltà” o del “tradimento”
dell’autore di un testo letterario; vi sono romanzi, racconti
che hanno una robustezza del nucleo del racconto che non
lascia posto a divagazioni, come nel caso di Agnese va a
morire e Gli occhiali d’oro, la cui compattezza
figurativa costringe il regista a seguirne il disegno.
Aggiunge, inoltre, che oggi molti romanzi appaiono, in realtà,
come una sceneggiatura di films, cosa che non dispiace affatto
ai produttori, e che in caso di successo assicurano un
cospicuo afflusso di spettatori. Nel caso del romanzo di
Bassani, il regista afferma di aver introdotto un elemento non
presente nella scrittura, sebbene il romanziere stesso avesse
poi dato la sua approvazione in quanto frutto di un reale
episodio di che lo scrittore aveva vissuto a Ferrara.
Nel 1987 un altro romanzo, stavolta di Flaiano, suggerisce
l’idea per il film Tempo di uccidere. Una serie
di vicissitudini politiche ed economiche costringono il
regista a girare nello Zimbabwe anziché in Etiopia ove la
vicenda era ambientata. In questo caso, alla sofferenza legata
alla realizzazione stessa della pellicola tra miseria e
tragedie, si aggiunge la consapevolezza di aver davvero
tradito l’amico scrittore. Il regista confessa che il racconto
non gli sembrava più vero: la fisionomia, l’ambientazione in
un luogo diverso dall’Etiopia, le emozioni apparivano
falsificate, e la riduzione cinematografica in questo caso
poteva essere a buon diritto giudicata un tradimento. Montaldo
aggiunge di avere provato altrettanta fatica durante la
realizzazione del Marco Polo televisivo (trasmesso
dalla Rai nel 1982), occasione nella quale si aggiunge la
sofferenza di un’avventura giudicata come “culturalmente
negativa”. A quel punto, decide di abbandonare la regia
cinematografica, diventando un celebre ed apprezzato regista
di opere liriche nei più importanti teatri italiani ed
internazionali. Al termine della sua conversazione, si
dichiara pronto a misurarsi oggigiorno con un altro grande
scrittore, Fedor Dostoevskij.
Anche se Jean-Luc Godard, a proposito de Il Disprezzo
di Moravia aveva dichiarato che “un romanzo mediocre è un buon
testo per una riduzione cinematografica”, Montaldo è di
diverso avviso: il testo, di per sé vive di vita propria ed è
sempre interpretato, e dunque il primo “traditore” è il
lettore stesso del libro. Il racconto, infatti, si dilegua
pian piano per lasciare nel lettore emozioni ed impressioni
non univoche.
Certamente un libro celebrato ed amato dal pubblico crea più
difficoltà di realizzazione poiché la lettura individuale ha
impresso nel lettore un’immagine ed una traccia soggettive che
il regista non può intercettare. Il regista deve assumersi la
responsabilità di proporre una sua interpretazione; ciò che
conta è che essa sia capace di suscitare negli spettatori una
scintilla di vivacità culturale, animando discussioni,
riflessioni e critiche. Con queste parole, il regista si
dichiara per l’ennesimo incontro con il pubblico.
Gabriella Voglino
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Tomaso A. Poggio. Neuroscienza e intelligenza
artificiale
Debutta la voce scientifica, sperimentale e futuribile
del festival di Sarzana: Tomaso A. Poggio parla l'italiano
lievemente − non: ‘geneticamente’ − modificato di chi vive e
lavora da tempo negli Stati Uniti. È lui a inaugurare la sala
multimediale del canale lunense, davanti a un pubblico
concentrato e attento, deciso a inoltrarsi, dietro la sua
guida sicura, sul terreno accidentato dove si intersecano
neuro e computational sciences.
Non la semplice neuroscienza e nemmeno la classica A.I.,
l'intelligenza artificiale tipo “2001: Odissea nello
spazio”, sono in grado di fare della buona dietrologia sul
fenomeno dell'intelligenza; per provare a rispondere alle
domande intorno alla sua natura, quelle che incuriosivano il
futuro scienziato del MIT quando ancora se ne stava seduto sui
banchi di un liceo classico genovese, bisogna puntare su
modelli artificiali di nuova e nuovissima generazione,
capaci di imitare il buon vecchio brain dell'homo
sapiens sapiens. E resistere alla tentazione di precoce
generalizzazione: non si può capire l'intelligenza tout
court, semmai una sua componente, come la capacità di
visione; che a sua volta, complessa com'è, va segmentata,
studiandone una particolare prestazione: riconoscere la
presenza o meno di animali, volti, automobili, biciclette o
quant'altro in un'immagine proposta per un men che breve lasso
di tempo. I neuroni “come t'ha fatto mamma” della corteccia
infratemporale, stazione d'arrivo delle informazioni visive,
se la cavano piuttosto bene, fornendo la risposta esatta
nell'80% dei casi; i neuroni artificiali di un sistema
computazionale, precedentemente forniti di un repertorio
casuale di immagini, imparano a discriminare un po' meglio,
82% di risposte positive. A rendere confrontabili le
prestazioni provvede la condivisa attività elettrica,
variabile da neurone a neurone e a seconda dell'immagine:
considerato che i neuroni alloggiati in una scatola cranica
assommano a circa 100 miliardi, non pochi dei quali
direttamente coinvolti nella visione; che ognuno di loro
annovera 10000 possibili connessioni, contro le 3 o 4 di una
porta logica in un circuito digitale; che il numero delle
immagini potrà essere determinato, ma solo in partenza...il
modello simulatore della visione risulta non meno complicato
del processo naturale stesso. Come nel racconto di Borges, il
rischio è che, se la mappa è davvero fedele al territorio
dell'impero, si finisce col non poterla più maneggiare.
Intanto, però, un classificatore che associ attività
elettrica neuronale e tipo di immagine è in grado di dire cosa
vede un soggetto sperimentale, anche per nulla collaborativo,
e l'espressione ‘ti leggo nel pensiero’ sta per abbandonare
l'impiego metaforico a favore di uno ben più letterale.
Ammesso che un brivido per la sorte della povera privacy
fosse lì lì per scorrere lungo la schiena dei presenti,
le attese speranzose di un possibile miglioramento o,
magari, di una buona manutenzione delle prestazioni cerebrali
tramite opportune protesi artificiali lo bloccano sul nascere,
tacitando qualunque scrupolo. Motivi per sperare, sia chiaro,
ce ne sono, e più che ragionevoli: in fondo, l'uomo diviene
quel che è attraverso una doppia evoluzione, dei geni come dei
memi, vale a dire delle idee che hanno avuto la meglio nella
lotta per la sopravvivenza culturale; ma perché un'idea vinca
su un'altra, o magari si prenda una rivincita nel corso del
tempo, è necessario poterla riprodurre, fissare e trasmettere:
i sistemi di scrittura e di stampa sono le protesi antiche e
moderne dell'umanità; internet è il presente; la
bioinformatica promette di fornirci le protesi del futuro
prossimo. A fare i pignoli, non sarà proprio la ‘spiegazione’
di che cos'è l'intelligenza – Poggio, da autentico scienziato
qual è, non nasconde i limiti attuali della ricerca: si sa che
il sistema simula capacità intellettive, ma non si sa perché
–, ma certo un passo avanti decisivo sulla strada della
multirealizzabilità del mentale si sta compiendo.
Sollecitato dal pubblico, qualche volta solo curioso, ma più
spesso orientato da precisi interessi di studio e professione,
il relatore richiama in gioco l'A.I. per il futuro
della ricerca e ammette l'urgenza di una teoria matematica che
sia predittiva dei risultati sperimentali – compito cui si sta
dedicando, tra gli altri, Steve Smale –; forse di una
legge-ponte che giustifichi l'equiparazione tra attività
elettrica e intelligenza?
In attesa degli eventi, gli organizzatori si preoccupano di
scongiurare l'assedio dell'ospite e adottano il numero chiuso
per le domande: peccato, perché di questioni la conferenza ne
solleverebbe davvero molte altre. A titolo puramente
esemplificativo: secondo quali modelli della fisica teorica
vengono interpretate, attualmente, le figure registrate
dall'attività elettrica neuronale? Se, come è lecito
sospettare, prima o poi entrerà in ballo il paradigma
quantistico, in che termini sarà valutabile l'impatto del
sistema di osservazione sul comportamento neuronale?
Francesca Del Santo
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La Parola creatrice. Percorsi e iridescenze con Gianfranco
Ravasi
La chiusura del Festival della Mente è stata
affidata al biblista ed ebraista Gianfranco Ravasi, primo
sacerdote entrato nel programma del festival con una relazione
che parta dall’esperienza del pensiero cristiano. Il prefetto
della Biblioteca-Pinacoteca Ambrosiana si rende conto fin da
subito di poter presentare solo «iridescenze, sfumature,
percorsi periferici» su un tema così vasto. Si inizia
lasciando la parola a due personaggi lontani nel tempo e
diversi per esperienze umane e spirituali. Il primo è un ebreo
che scrive in greco, vissuto circa 30 anni prima di Cristo,
non ha nome, ma tradizionalmente lo si è chiamato
pseudo-Salomone, è l’autore del libro della Sapienza, uno dei
libri deuterocanonici dell’Antico Testamento, probabilmente
uno scrittore alessandrino. «Mentre un profondo silenzio
avvolgeva tutto l’universo e la notte era giunta a metà del
suo percorso, la tua parola, o Signore, si slanciò dal cielo
come un implacabile guerriero». Dio si mostra innanzitutto con
la parola. Una parola che passa dalla trascendenza ed entra
nell’immanenza, in maniera offensiva, come un implacabile
guerriero, è espressione del divino nella sua forza
misteriosa. Ed in effetti Ravasi sottolinea come parole di
odio, pronunciate in pochi secondi, anche tra parenti, abbiano
effetti che durano decenni. La poetessa americana
dell’Ottocento, Emily Dickinson, scrive: «Una parola, una
volta detta, è morta. (…) Io invece dico che proprio allora
quella parola comincia a vivere», perché proprio allora la
parola, se è profonda, se è una parola “rotonda”, densa di
pienezza, inizia ad avere spazio. Il secondo personaggio a cui
il sacerdote milanese lascia la parola, mentre l’affollato
pubblico ascolta nel silenzio, è il poeta ebreo di lingua
tedesca Paul Celan. Un poeta che come Levi, avendo visto la
sua famiglia passare attraverso il fumo dei forni crematori,
vedrà svuotare la sua vita di significato e si suiciderà negli
anni Settanta. Celan fa spesso uso di riferimenti biblici,
quali metafore poste in altri contesti: «Scese, scese, scese
una parola, scese attraverso la notte, volle risplendere,
volle risplendere». Pensando al passaggio della parola nella
notte, parola che vuole diventare luce, Ravasi si collega al
celebre Prologo di Giovanni: «La luce splende tra le tenebre,
ma le tenebre non l’hanno accolta». Per approfondire il tema
lo studioso di esegesi presenta altri due quadri. Nel primo
vediamo la parola come momento archetipico, la Bibbia,
che nella radice della parola italiana fa riferimento ai
“libri”, è chiamata dagli ebrei “Mikrà”, che potremmo
tradurre con la lettura, la parola letta, medesima radice di “Quran”,
che significa “proclamazione”. Nella cultura biblica si
immagina che all’origine dell’essere sia la parola. Ma in
effetti anche per rappresentare l’ipotesi di un primigenio
Big Bang dobbiamo utilizzare delle parole. Nelle prime
pagine della Bibbia, l’immensa struttura cosmica è affidata a
un elemento sonoro: «Dio disse: “Sia la luce”, e la luce fu».
Per determinare la prima creazione si ricorre ad una parola.
La stessa idea è presente nella cultura indiana, ad esempio
nei Rig-Veda, la raccolta degli inni religiosi in
sanscrito. La divinità all’inizio era un suono. Questo suono
fiorisce come una corolla, e l’ultimo petalo della corolla è
l’uomo, che ha la caratteristica di poter parlare. Egli allora
si mette a cantare, a lodare Dio, per cui il cerchio si
chiude. Il filosofo e scrittore tedesco Walter Benjamin
diceva: «Il mondo comincia ad esistere quando gli uomini danno
i nomi alle cose» e anche la Bibbia lo dice. Il papiro
egiziano Anastasi I è una lista di nomi, i nomi delle cose. Ma
tornando al Prologo del Vangelo di Giovanni: «In principio
c’era la Parola», Ravasi sottolinea che qui la Parola è già
concepita come parola generatrice e salvifica. Tenta allora di
tradurre la parola “Logos” rimandando al Faust,
il poema epico di Johann Goethe. Faust si interroga su cosa
voglia dire “Logos”. Inizialmente pensa di tradurlo
come “das Wort”, “la parola”. Ma non sembra abbastanza.
Allora, immagina che forse si debba tradurre “der Sinn”,
“il senso, il significante”. Ma è una parola che crea, allora
pensa che si dovrebbe piuttosto tradurre “die Kraft”,
“la potenza, l’energia”, ma non basta ancora, e allora si
arriva ad una quarta traduzione che Faust ritiene “demoniaca”,
sebbene tale non sia, ovvero “die Tat”, “l’atto”.
D’altra parte nel linguaggio ebraico parola ed atto sono la
stessa realtà. Ecco perché non si può ritirare la parola data
e perché cambiare il nome a una persona vuol dire cambiarne la
vita, basti ricordare la lotta di Giacobbe con Dio, che alla
fine dello scontro esce zoppicante con il nuovo nome di
Israele, capo di un popolo. Ravasi esorta il pubblico
all’attenzione alle parole perchè nel nostro tempo la parola è
diventata spesso un contenitore vuoto di significato. Basti
pensare alla televisione, dove molte parole passano senza
significato. Umberto Eco, studiando il linguaggio dei giovani
– per quanto questa osservazione non valga solo per loro – ha
constatato che essi utilizzano solo 800, al massimo 1000
vocaboli, laddove la lingua italiana ha 150.000 vocaboli. La
parola ha perso forza e forse perciò la poesia è meno
apprezzata. Ravasi ricorda l’amico poeta Mario Luzi con di
fronte a sé una risma di fogli, su cui c’era soltanto una
riga, che egli continuava a correggere. Voleva esprimere una
determinata sensazione, ma per essa non riusciva a trovare una
parola. La parola creatrice, archetipica, è anche al principio
della storia dell’uomo, se non ci sono documenti e fonti non
si può fare storia. Nel V° libro della Bibbia, il Deuteronomio,
che rappresenta l’esperienza che gli ebrei hanno avuto sul
Sinai, si legge: «Dio vi parlò di mezzo al fuoco, voi avete
ascoltato una voce di parole, immagini non vedeste, solo una
voce» (4; 12). L’esperienza del divino non è una statua, come
il vitello d’oro. Si pensi all’opera lirica Moses und Aron,
il Mose ed Aronne composto tra il 1930 e il 1932 dal musicista
austriaco di origine ebrea, Arnold Schonberg inventore della
musica dodecafonica, rappresentata a Zurigo. Aronne è quello
che dà vita alla festa, all’orgia, all’ottundimento dei sensi,
canta sempre e urla. Mosè invece usa solo il recitativo secco,
il parlato. A partire dall’esperienza del Sinai vediamo che la
storia di un popolo viene rappresentata attraverso le dieci
parole. Bene o male, credenti o non credenti, noi non possiamo
prescindere da quelle dieci parole: dentro ogni persona, le
parole «non uccidere, non rubare, non mentire» continuano a
risuonare. Sul tema sarebbe bello poter rivedere il Dekalog,
la serie di dieci film per la televisione del regista polacco
Krzysztof Kieślowski ambientati in grigie città industriali
dell’Est, in questo contesto è proprio «la Parola che risuona,
creando la novità». Non dobbiamo lasciarci andare ed
abbandonarci alle parole vuote, come scrive lo scrittore
francese di origine statunitense Julien Green convertitosi al
cattolicesimo «finché si è inquieti si può stare tranquilli».
L’inquietudine nasce da una parola, che va cercata; d'altronde
Platone, nell’Apologia di Socrate, dice che «Una vita
senza ricerca non ha ragione di essere vissuta». Sul “male di
vivere” spesso la letteratura e la poesia riescono meglio a
rappresentarne le emozioni struggenti e misteriose basti
ricordare Leopardi, Pavese, Dostoevskij. La parola ha in sé
una capacità energetica, dinamica, creativa, gloriosa. E
queste caratteristiche le ritroviamo nel cristianesimo che ha
caratteristiche creative. Giovanni rappresenta Gesù Cristo, il
figlio di Dio, con la parola, il Logos. Anche il poeta
e scrittore agnostico argentino, Jorge Luis Borges,
rappresenta così la trascendenza scrivendo: «Io, che sono l’è,
il fu, il sarà, accondiscendo al linguaggio, che è tempo
successivo». Un paradosso temporale. L’eternità infatti non
andrebbe immaginata come uno scorrere senza fine di giorni, ma
piuttosto come un punto perfetto di pienezza e completezza.
«La Parola si fece carne», la trascendenza entra
nell’immanenza, l’assoluto, eterno diventa contingente e si
concretizza nella parola. La parola è un mezzo epifanico,
anzi, diafanico, tenta di dire il mistero, l’infinito in 5750
parole dell’ebraico classico dell’Antico Testamento e in 5433
parole greche del Nuovo Testamento. Ma talvolta ci si esprime
anche con il silenzio perché come diceva Pascal «Nella fede
come nell’amore i silenzi sono molto più eloquenti delle
parole». Il silenzio esprime un linguaggio. D’altronde
nell’Antico Testamento il nome di Dio, il Tetragramma biblico,
talvolta trascritto Jhwh non si pronuncia. La parola
creatrice è «un mormorio di vento leggero» che Elia percepisce
mentre fugge sul Sinai. La parola creatrice è delicata, si
spegne, si dimentica come Isaia che ammonisce che «Gerusalemme
non sa più parlare» come una persona buttata nella polvere. Il
poeta Nobel messicano Octavio Paz autore del Il labirinto
della solitudine sull’identità messicana scriverà: «che un
popolo si corrompe quando corrompe la sua grammatica».
Gianfranco Ravasi chiude ricordando la poetessa ebrea Nobel
per la Letteratura Nelly Sachs che in una sua ballata, densa
di lirismo metaforico, ricordava che «Le parole vere incidono
ferite nel campo della consuetudine».
Le sue parole segneranno questa edizione del
Festival sarzanese.
Nicola Carozza
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Severino Salvemini con Angela Vettese
L’emozione e la regola: si può quadrare il cerchio?
L’evento che coinvolge Severino Salvemini e Angela Vettese
prende a prestito e a spunto il titolo di un saggio di De Masi
per portare in scena l’incontro tra due culture – quella
economica e quella artistica – che troppo a lungo hanno
vissuto come realtà distanti e parallele con poche possibilità
di scambio.
Il tema è affascinante e sfidante: può l’economia attingere
all’espressività e all’emozione artistica e può l’arte
beneficiare della razionalità e della regola economica?
L’intento di Salvemini e Vettese non è certo di risolvere
l’enigma, ma piuttosto di contribuire con le proprie diverse
competenze ed esperienze – di esperto di economia lui e di
critico d’arte lei – a sviluppare un dialogo ovvero un
discorso comune che attinga ai diversi linguaggi e immagini di
cui economia e arte appunto si avvalgono.
Apre Salvemini, ricordando la concezione economica classica,
dominante fino agli anni ’80, secondo cui il lavoro è
essenzialmente produttivo, in senso fisico-materiale, e
l’azienda è prevalentemente razionale, organizzata con regole
scientifiche invariabili. All’altro polo, l’arte è genio e
sregolatezza, distante e quasi allergica ad ogni logica
ordinativa, elitaria e disgiunta dalla realtà pragmatica.
L’artista e la sua produzione sono per definizione not
accountable, ovvero devono rendere conto a niente e a
nessuno tranne che alla propria libera ispirazione. Ecco
perché tutto ciò che ha a che fare con la sfera commerciale e
il budget (parola d’ordine dell’organizzatore di
spettacoli nel film The company di Altman) è delegato a
figure di intermediari – il mercante d’arte, l’impresario
teatrale, … – che mirabilmente conciliano l’inconciliabile
attraverso le loro due anime poetica e prosaica – tanto
emblematicamente rappresentate da Modigliani attraverso
l’occhio chiaro e l’occhio scuro nel ritratto del proprio
gallerista del 1916.
Ma questa visione separatista delle due realtà, cui siamo
stati abituati a lungo – anche dall’impostazione disciplinare
e frammentata della nostra educazione e cultura occidentale,
mi sento di aggiungere personalmente – comincia a vacillare
con l’avvento della new economy post fordista, in cui,
a partire dagli anni ’90, la razionalità economica cede sotto
l’onda del cambiamento continuo e della crescita globale, dove
i riferimenti scientifici vengono meno di fronte
all’incessante divenire del sistema e anche l’arte si
confronta con un mercato che è di massa e la costringe a
diventare producibile e riproducibile.
A questo punto, Vettese interviene spostando il punto di vista
sull’interpretazione dell’opera d’arte, come momento sì
emotivo, ma anche razionale, attraverso un codice comune
all’artista e all’osservatore/ spettatore, che può cogliere il
senso dell’opera solo attraverso un logos
interpretativo che coerentemente la comprenda.
La tesi di Vettese è che l’emozione non è mai pura, o meglio
irrazionale, ma anzi è prodotta da una base razionale che è
data dal possesso di un lessico culturale condiviso
(come dice Arbasino) tra autore e pubblico, che permette di
svelare il mistero, ovvero di dare un significato al segno.
Pertanto anche l’attribuzione di valore culturale ed economico
ad un’opera non è puro atto emotivo, bensì anche
processo cognitivo, che è reso possibile dall’applicazione
del codice e della regola. A conferma di ciò Vettese cita
l’episodio del controverso sdoganamento delle opere del rumeno
Brancusi nel porto di New York nel 1926, in cui solo la
testimonianza autorevole di Duchamp poté far riconoscere il
valore artistico delle sculture, di contro all’accusa dei
doganieri che trattavasi di prodotti non artistici e pertanto
soggetti al normale regime fiscale: un celebre caso di
incomprensione dell’opera d’arte, in cui l’incapacità di
emozionarsi dei doganieri era dovuta al mancato possesso del
codice interpretativo, di quel canone occidentale, per
dirla con Bloom, che fa riconoscere un linguaggio
espressivo.
Dunque, a conclusione del dialogo tra l’esperto di economia e
il critico d’arte, qual è l’immagine che possiamo derivarne,
forse quella del cerchio inscritto nel quadrato o del quadrato
inscritto nel cerchio? E’ certo possibile, anzi necessaria, la
conciliazione tra l’emozione e la regola: a livello
individuale, nella nostra mente – che al Festival appunto si
celebra – come integrazione tra le nostre capacità più
creative e immaginative e quelle più ordinative e regolative
(i famosi due emisferi destro e sinistro); a livello
organizzativo, come coordinamento di elementi emotivi (quelli
che Goleman indica proprio come competenze emotive nel
lavoro) e logici anche all’interno dell’azienda (non a caso si
parla di learning organisation ovvero di organizzazione
che apprende e quindi crea e innova); a livello sociale, come
sviluppo di due culture complementari che possono arricchirsi
vicendevolmente quanto più sono disposte a riconoscersi pari
dignità e valore.
Maria Edoarda Bonci – settembre 2007
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(Registrazione
del Tribunale della Spezia n° 13/2002)
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