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Storia del giornalismo

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La Rivista

 

 

Come si diventa giornalisti, incontro con  Riccardo Sottanis, direttore del Secolo XIX

Professione fotoreporter, a cura di  Mauro Frascatore, giornalista La Nazione

Il linguaggio giornalistico: efficacia e coincisione, incontro con  Renzo RaffaelliiI Secolo XIX

Fare la cronaca, a cura di  Franco Carozza, giornalista, Il Secolo XIX.

Fare le interviste, a cura di   Lorenzo Tronfi 

Cronaca sportiva, a cura di Matteo Cantile

L'articolo specialistico , a cura di  Gabriella Molli

Il giornalismo televisivo, a cura di  Enrico Colombo, TeleLiguria Sud

La nuova frontiera del giornalismo: il giornalismo “on-line, a cura di  Filippo Lubrano, Francesco Pelosi e Fabio Lucarini

 

 

 

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Come si diventa giornalisti

 

 

Non è facile diventare giornalisti: questo è il punto di partenza. Ci sono facoltà e scuole ma a tutt’oggi è la gavetta e la costanza ad avere il peso preponderante nell’accesso alla professione. Il direttore responsabile de ‘Il Secolo XIX’, Riccardo Sottanis, una vita da cronista alle spalle che lo ha condotto alla direzione della redazione spezzina, ha spiegato con un linguaggio accattivante alla platea di studenti delle scuole medie superiori e ai giovani universitari come si diventa giornalisti. L’incontro, che ha visto la partecipazione di un folto gruppo di giovani studenti, sì è svolto il 24 novembre 2005 nell’ampio auditorio dell’Istituto Professionale “D.Chiodo”. Riccardo Sottanis ha spiegato la suddivisione istituita negli anni Sessanta all’interno dell’Ordine dei giornalisti tra ‘giornalisti pubblicisti’ e ‘giornalisti professionisti’. Il giornalista professionista è colui che dopo aver ottenuto l’iscrizione al praticantato presso una redazione supera un difficile esame di stato a Roma. L’esame prevede una prova scritta ed un colloquio orale vertente su diverse materie. Il direttore del Secolo XIX ha intercalato la sua relazione, puntale e precisa, con aneddoti curiosi e interessanti tratti dalla sua lunga esperienza che hanno tenuto i giovani sempre attenti. Non sono mancate leggi, pratiche diffuse e notizie poco note tra i ‘non addetti ai lavori’. Sottanis si è soffermato non poco sulla situazione attuale del giornalismo in Italia, sui problemi contrattuali, sugli scioperi della Stampa, sullo sfruttamento di molti giovani collaboratori che per anni non riescono a trovare una sistemazione sicura e stabile. Sono problemi seri che ora affliggono la professione e che forse ai tempi della sua pratica non erano così pressanti. Un’occupazione stabile e la sicurezza del lavoro aumentano e rafforzano l’imparzialità e la capacità di critica del giornalista che altrimenti può essere condizionato dal ricatto dell’editore o del potere forte. Questo importante snodo non è stato taciuto con coraggio dal direttore che ha concluso la sua relazione incoraggiando i giovani appassionati a tale magnifica e professione fondamentale per il dibattito in una democrazia consolidata di una moderna società.   

 

 

A cura della Redazione

 

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Photos Graphos

 

Il fotoreporter: un mestiere da “cantastorie”? Quando mi hanno detto che avrei dovuto spiegare il mestiere del fotogiornalista mi è balzata alla mente l’antica figura del cantastorie, colui che girava di paese in paese con le sue tavole disegnate, a raccontare i fatti, gli accadimenti, le verità e le favole.

Forse, in una certa misura, il fotogiornalista oggi può essere in qualche modo considerato una sorta di cantastorie del 21° secolo, che propone immagini frutto di idee e idee frutto di immagini.

Prima di iniziare a parlare del mio mestiere davanti a tanti giovani, ho pensato che sarebbe stato meglio preparare una sorta di canovaccio e, mentre lo facevo, le idee mi si affacciavano nel cervello così numerose che, ad un certo punto, non ho potuto evitare di pensare che se le idee fossero davvero immagine cerebrale, come sosteneva  Voltaire ,  tutti i pensieri  potrebbero essere immagini di idee. Tante da ritrovarsi ad avere  nel cervello una sorta di pinacoteca. Una riflessione che mi ha fatto “scoprire”, attraverso un’analisi se pur empirica, che  il mio pensiero è formato da innumerevoli fotogrammi, non uniti fra loro ma presuntuose rappresentazioni della realtà, relegata in spazi temporali come fossero milioni di click meccanici impressionati sulle mie retine ed elaborati poi dal pensiero, pensiero che con il trascorrere del tempo si fa sempre più difficile, dubbioso, incerto.

Questo non per la mancanza di collegamenti neuronali, o per la distruzione lenta a progressiva delle cellule cerebrali, ma piuttosto perché la comunicazione delle sinapsi è diventata più complessa proprio a causa, come diceva Voltaire, delle innumerevoli immagini-idee registrate nel cervello.

Dubbi e perplessità affollano quindi la galleria delle immagini che, oggi più che mai, sembrano staccarsi dai chiodi delle certezze che le reggevano per precipitare rovinosamente nel limbo delle incertezze.

Appare quindi chiaro, limpido, trasparente e vero che... di vero non c’è più nulla e mi domando, citando liberamente una frase ad effetto di Arciero, un noto collega che si occupa di fotogiornalismo: “La fotografia è verità? Le fotografie non possono dire bugie ma i bugiardi possono scattare fotografie”. Perché?

Ripercorrendo l’evoluzione della fotografia ci si accorge che, pur essendo stata progressiva, ha proceduto alquanto lentamente nel cammino della sua evoluzione. Seppure con qualche variazione di rilievo, si è per così dire stabilizzata, o se preferite “non mossa”, sino ad arrivare a metà degli anni ’80 quando il colosso giapponese Sony ha immesso sul mercato la prima “macchinetta” digitale Mavica.

Da quel momento il mai risolto quesito – se la fotografia sia l’espressione di una realtà oggettiva o soggettiva – è diventato ancor più pressante. Se si tiene conto di alcuni periodi storici –  come il passaggio dal rinascimento, quando l’operatore era al centro dell’evento rispetto ad un mondo circostante illusoriamente vero, al manierismo, quando l’operatore svincolato dalle leggi matematiche del periodo precedente si allontana dalla realtà – ci si accorge che il fotografo ha il vincolo dell’interposizione del mezzo tecnico, un vincolo ben diverso rispetto allo schermo che si frapponeva fra i pittori del ‘500 e i loro soggetti prima che gli artisti del pennello individuassero la possibilità dell’uso della camera obscura (foro stenopeico - Leonardo Da Vinci, ecc...).

Dato che il mezzo diventa inevitabile filtro, la rappresentazione della realtà epocale avviene attraverso un piccolo spazio temporale, quello del fotogramma e del click che lo registra.

Se il mezzo che si frappone tra il fotografo ed il soggetto è appunto la macchina fotografica, dobbiamo superare il pur rilevante pensiero dell’operatore e considerare anche e soprattutto la sua cultura, l’ambiente, l’onestà professionale e l’intelligenza.

E’ in quel momento che il fotografo si assume la responsabilità di una scelta che diventa oggettiva o soggettiva in relazione al perché l’immagine viene scattata e, pertanto, quando la produzione di immagini ha un indirizzo legato alla comunicazione giornalistica, tale scelta assume, ovviamente, un ruolo diverso rispetto a quello legata all’album dei ricordi.

Mi piace ripercorrere “l’infinito gioco dei significati” del post-strutturalismo di Jaques Derrida che incentra la sua analisi sull’indeterminatezza; un non-definito definito, un corpo esteriore che fotografato acquista un contenuto interiore, un tratto di muro piatto ed insignificante all’apparenza ma ricco di scritte significanti e significative. Fotografato prima e fotografato dopo, quando sotto i colpi dei picconi della storia è diventato polvere che si insinua nelle narici e scuote la memoria, che si deposita sugli obiettivi e gli opacizza rendendoli flou come i ricordi delle fotografie ingiallite.

 

Fotografia e committenza:

L’immagine simbolo rispetto alla notizia ha la capacità di durare nel tempo trasformandosi a volte in icona.

Le notizie infatti, quelle scritte intendo, dapprima occupano grandi spazi con grandi titoli sulle prime pagine dei giornali e poi, seppure lentamente ma progressivamente, scivolano nelle pagine interne per poi scomparire completamente all’occhio del lettore.

Le immagini invece, alcune di loro per lo meno, rimangono come icone, emblematici segni del fatto accaduto.

Si può citare ad esempio la famosa fotografia del miliziano colpito a morte di Robert Capa (che assieme agli amici H. Cartier Bresson, David Seymour e George Rodger fondò l’agenzia fotografica indipendente “Magnum”, e di cui fu presidente dal 1950 al 1953). L’immagine, molto discussa anche perché da taluni ritenuta falsa, ha comunque rappresentato una sorta di svolta epocale, portando per la prima volta all’attenzione dell’opinione pubblica, con un solo fotogramma, ciò che accadeva al fronte. Un altro esempio può essere la foto di Joe Rosenthal che ritrae i Marines impegnati ad issare un pennone con la bandiera americana sulla vetta del monte Suribaki, appena conquistato nella battaglia di Iwo Jima.

Per quanto detto, non a torto, l’etica professionale assume nel fotogiornalismo un ruolo essenziale. Molti sono i fotografi, inconsapevoli o no, divenuti veicolo di propaganda. La committenza, com’è facilmente comprensibile, assume un ruolo rilevante nelle scelte operate dal fotografo che si trova, suo mal grado, “costretto” a fornire un prodotto in linea con le aspettative dell’Editore. Come se non bastasse, se mai ce ne fosse bisogno, a modificare in parte il significato dell’immagine giocano un ruolo primario la didascalia ed il taglio tipografico.

Un esempio per tutti: l’immagine del soldato americano che ha catturato un vietcong, celebrata sulle testate statunitensi come l’eroico gesto del prode marine e riutilizzata, con una semplice modifica della didascalia, in chiave diametralmente opposta dalle testate filo-sovietiche dell’epoca.

 

A livello locale le cose sono certamente diverse ma non per questo meno significative. Se alcuni di noi decidessero di percorrere un tratto di strada cittadina e raccontare attraverso la macchina fotografica la partenza, il percorso e la meta, noteremmo senza dubbio una differenza sostanziale interpretativa degli eventi, dei trascorsi, del percorso dei luoghi. Riproduzioni diverse di una stessa realtà . Meraviglia e stupore la farebbero da padroni nello scoprire che gli osservatori delle singole immagini prodotte in questa ipotetica circostanza ne darebbero interpretazioni diverse pur essendone essi stessi gli autori.

 

E’ ancora aperto ed irrisolto il quesito legato alla cultura della lettura delle immagini. Una grande superficialità, rilevata in particolar modo negli ultimi anni, contraddistingue il lettore ed, ahimé, taluni Editors (coloro che all’interno di strutture giornalistiche decidono le foto da pubblicare). C’è da chiedersi come mai, a volte, la fotografia appare come un dèjà vu e come tale non meritevole di maggior attenzione, osservazione. C’è da domandarsi se la cultura dei fotogrammi cinematografici ci abbia spaventato a tal punto da impedirci di scoprire che il click fotografico può essere magnifico o terribile, affascinante o orripilante, vero o subliminale.

Inevitabile parlando di fotografia è occuparci a anche se con breve accenno alla “questione Privacy”. In questi ultimi anni la libertà di informazione, e quindi anche quella visiva, è stata messa in discussione proprio in rapporto al rispetto della privacy. Carta di Treviso a parte, è fuor di dubbio che ogni buon fotogiornalista mai realizzerebbe immagini che possano ledere i soggetti ritratti.

Il disagio non risparmia l’occhio di colui che è dietro il mirino della macchina fotografica, il dovere professionale di documentare comunque l’evento non farà mai venir meno l’emozione del fotogiornalista, emozione che si trasforma, per un professionista dell’immagine, in vera unica garanzia capace di bilanciare opportunamente i due contrapposti aspetti: privacy e diritto di cronaca.

Rimettendo poi i piedi per terra non dimentichiamo l’accenno alla corretta composizione fotografica . Equilibrio negli spazi, piani a fuoco, linee rispettate, volumi non disattesi, colori ed armonia fanno della fotografia una bella o brutta immagine anche se ogni tanto appare un geniaccio che “mescolando i colori” fa scoprire un’altro modo di interpretare le immagini ma…

questa è tutta un’altra storia!!!

La fotografia, quella vera, permettetemi questa “romantica” chiosa, è quella che ognuno di noi può osservare in casa di amici quando, al termine di una lieta serata, mostrano le foto di famiglia: le uniche vere storie incapaci di raccontare bugie.

 

 

Mauro Frascatore, giornalista La Nazione

 

 

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Il linguaggio giornalistico: efficacia e coincisione

 

 

Saper variare il proprio stile a seconda dell’interlocutore, della situazione e del tipo di comunicazione è una dote che molti possiedono ma nella comunicazione giornalistica non è sufficiente; il linguaggio dell’informazione ha le sue regole specifiche e il suo stile, che deve essere semplice, chiaro e incisivo.

Il 10 febbraio 2006, in un’affollatissima aula dell’Istituto Professionale “L. Einaudi”, così Renzo Raffaelli, giornalista di ampia esperienza e vice caporedattore del Secolo XIX, ha esordito entrando poi nel vivo dell’argomento.

Nonostante la varietà delle tecniche di comunicazione, per scrivere un buon articolo giornalistico bisogna prima di tutto rispettare la nota regola delle "5 W" che, qualunque sia il genere e l’argomento trattato, rendono completa la notizia. Seguendo le indicazioni del giornalismo anglosassone un buon articolo deve rispondere alle cinque domande: Who? (Chi?), When? (Quando?), Where? (Dove?), What? (Cosa?), Why? (Perché?). Talvolta l’ Why? può essere assente mentre altre informazioni possono aggiungersi per rendere più completa e interessante la notizia: ad esempio riferimenti relativi allo “sfondo” (background) cioè a fatti  o elementi precedenti adeguati alla comprensione dell’ avvenimento descritto. Importantissimo è poi l’attacco (lead), cioè l’inizio dell’articolo che ha la funzione di anticipare alcuni elementi e di catturare l’attenzione del lettore; di fondamentale rilevanza il “titolo” che per primo richiama l'attenzione del lettore e sintetizza in poche parole il contenuto del testo.

A questo punto, ha proseguito il giornalista, ci possiamo mettere al lavoro usando un linguaggio e uno stile adatti. A chi ci rivolgiamo? A seconda del pubblico a cui è indirizzato l'articolo saranno adottati un linguaggio e un tipo di scrittura diversi. Ad esempio in un articolo di cronaca sarà bene utilizzare una terminolgia semplice mentre per un articolo specialistico-scientifico sarà richiesto un linguaggio più rigoroso.

Comunque, indipendentemente dal target di riferimento, i caratteri essenziali del linguaggio giornalistico possono essere così sintetizzati:semplicità, efficacia e concisione. Pertanto una struttura del periodo semplice, a prevalenza paratattica, con frasi brevi, una sintassi snella ed essenziale, un lessico con prevalenza di termini oggettivi ed espressivi che sappia catturare l’interesse del lettore e comunicare l’informazione in modo incisivo.

Raffaelli ha concluso soffermandosi sull’esperienza del Secolo XIX “Il giornale in classe”, in atto in alcuni Istituti superiori spezzini, con la finalità di appassionare gli studenti alla lettura del quotidiano e per rendere Il Secolo XIX sempre più familiare e vicino al lettore giovane.

 

A cura della Redazione

 

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SONO I PARTICOLARI CHE FANNO LA DIFFERENZA

 

Quante cose sono cambiate nei giornali, a partire dall’impaginazione che porta via la maggior parte del tempo a redattori e capi servizio per fare il menabò, i titoli, gli occhielli, le didascalie, e poi i computer al posto delle macchine da scrivere, i telefonini per spedire e-mail e foto, il proliferare degli addetti stampa, i p.r. (pubbliche relazioni), le agenzie di stampa che sfornano notizie e aggiornamenti; ma una cosa è certa, il lavoro del cronista, di un buon cronista, resta sempre quello: andare a cercare le notizie, verificare l’attendibilità delle fonti d’informazione, rispondere ai tanti perché. Sono queste le cose che vogliono sapere gli stessi lettori. Come ripete sempre lo stesso Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, quando incontra i giornalisti: non curvare la schiena, essere stimolo e controllo delle istituzioni. Purtroppo leggiamo ogni giorno tante notizie “lecca lecca” che non aiutano certo a fare sviluppare una comunità, un quartiere, migliorare la scuola, la sanità,  le garanzie del posto di lavoro. E poi troppe notizie vengono sparate in locandina il primo giorno per essere smentite o ridimensionate il giorno dopo. Anche nel passato c’era purtroppo chi sosteneva che il giornale si fa così: oggi si dà la notizia e domani la si smentisce. Questo non significa certo fare del buon giornalismo. Così come non è buon giornalismo trasformare tutte le notizie in un giallo, quando si sa già, dopo le prime ore di indagini, come il caso si è risolto.

 

Evidenziare il dissenso

La cronaca oggi, con la presenza di mille TV e siti Internet,  brucia tutto in un giorno. Ed allora un buon cronista, come è nella natura di uno che sceglie di fare questo mestiere o se vogliamo questa professione,  deve cercare di evidenziare il più possibile tutto quello che non va, sia nella pubblica amministrazione, che nei vari enti che erogano servizi. Oggi il dissenso, di qualsiasi tipo esso sia, non trova spazio. Eppure basterebbe guardarsi intorno per trovare spunti per dar vita a servizi intelligenti capaci di attirare un maggior numero di lettori. Il pubblico purtroppo, anche se sdegnato di fronte a notizie forzate, “premia” quei giornali che le sparano più grosse. I sondaggi dicono che i lettori preferiscono notizie che riguardano le pensioni, la scuola, il lavoro, la sanità e persino la politica, ma sulle locandine affisse ai lati delle edicole finiscono inevitabilmente le notizie “gridate”: Guerra tra commercianti, violentata dal padre, armi in pugno rapinano ufficio postale, scoperta casa squillo-tremano i vip, e poi qualche strage evitata, dal fulmine caduto, da un’auto impazzita, dal crollo di un’impalcatura. Non si vedrà mai in locandina, a titoli cubitali, intervista al presidente della Camera di commercio o degli industriali, parla il direttore del museo, la sfida del sindaco o l’appello del vescovo. Ed allora visto che dobbiamo parlare di cronaca diamo uno sguardo a quello che interessa di più al lettore.

 

Scrittore e giornalista.

Innanzitutto tiriamo una linea di demarcazione tra lo scrittore e il giornalista: il primo può inventare, mentre il secondo deve raccontare i fatti. Per il cronista è importante tutto ciò che tocca da vicino il cittadino e quindi il lettore, nel bene o nel male, oppure che rompe la monotonia della giornata. Mettiamo da parte la cronaca nera di un certo impatto che trova ampi spazi (rapimenti, crolli, terremoti, gravi incidenti, sparatorie,  arresti di personaggi noti)  e vediamo come si può sviluppare una notizia che all’apparenza interessa sempre meno, come uno scippo, un morto per overdose, un’auto che sbanda e va fuoristrada, ma che, evidenziando i particolari, può suscitare lo stesso grande interesse. Un buon cronista si distingue in questo.

I particolari che contano.

Per sapere certi particolari bisogna andare sempre sul posto, sentire gli amici, avvicinare i parenti. Purtroppo oggi, per mancanza di tempo, si fa cronaca utilizzando il telefono, ma questo non basta, perché è inevitabile che si raccontino i soccorsi, che sono scontati, e non le sensazioni della gente che ha assistito all’evento, alla disperazione dei parenti, allo strazio di un ferito. E’ vero che oggi le leggi che tutelano la privacy ingabbiano la cronaca, ma se parlano gli interessati, se si descrive la vita del ragazzo quando giocava a pallone, dell’adulto quando fu premiato per le donazioni di sangue alla Croce Rossa, ecco che si può raggirare l’evento cruento, dare più spazio al fatto di cronaca, illustrare meglio il passato e raccontare gli affetti tra le mura domestiche.

 

COME POSSIAMO SCRIVERE UN FATTO DI CRONACA

 

E’ il caporedattore o il caposervizio che ci chiede quanto dobbiamo scrivere. Dipende molto dall’importanza dell’avvenimento  e dallo spazio che ha a disposizione nella pagina. Oggi gli spazi vengono concordati persino con i corrispondenti.

La Breve è una notizia in poche righe. In alcune redazioni c’è un addetto che cura questa rubrica. Comunicati di due cartelle spesso vengono ridotti in poche righe. L’incaricato deve essere bravo ad estrapolare l’essenziale.

La notizia va raccontata, più o meno,  in 60 righe. Bisogna esporre i fatti descrivendo i dettagli, le testimonianze ed eventuali dichiarazioni. La notizia è riferita ad un solo episodio ed il lettore deve poterla comprendere anche se non ha letto i giornali nei giorni precedenti.

L’articolo è in pratica una notizia più lunga e approfondita. E’ in effetti quello che si chiama un “pezzo”. Entrambi stanno ad indicare qualsiasi scritto che viene pubblicato su un giornale.

Il servizio è un articolo più meditato e approfondito, ma non è l’inchiesta. Il giornalista sviscera meglio la notizia, cerca testimonianze, riporta più specificatamente i dati in un riquadro, evidenzia i precedenti, fa parlare il protagonista. Il servizio necessita di una scrittura più accurata.

L’inchiesta è l’articolo più prestigioso per il giornalista. E’ come se indossasse i panni di un inquirente, col vantaggio però che non ha bisogno di mandati o ordini di perquisizioni. Può muoversi liberamente, come un segugio, e sviscerare al meglio l’episodio di cronaca. Un’inchiesta richiede giorni ed anche mesi. Non basta fare delle telefonate per raccogliere i pareri dei personaggi coinvolti o dei protagonisti, perché da un’inchiesta, che spesso si affianca a quella delle forze dell’ordine, il lettore si aspetta particolari poco conosciuti, rivelazioni di testimoni, o documenti che possono chiarire i molti dubbi fino ad allora alimentati. Spesso proprio da un’inchiesta giornalistica partono le indagini della magistratura.

Il pastone è il classico servizio che si fa quando accadono avvenimenti simili durante una giornata: le manifestazioni relative ad una particolare festa cittadina, il maltempo in provincia, i danni per un alluvione, gli esodi di Pasqua o di ferragosto, la chiusura delle scuole, le maschere di carnevale nei vari quartieri. Oggi si preferisce fare un piccolo cappello iniziale (una specie di notizia in breve) per spiegare l’episodio più in generale per poi far seguire le varie notizie, con i titoli, e poche righe di testo.

Il colore è un articolo divertente, dove il giornalista può mettere meglio in mostra la sua arguzia ed il suo sapere. Serve per dare quel tocco di “colore” ad una pagina dedicata ad un avvenimento. Il giornalista descrive un suo ricordo con il personaggio, racconta qualche particolare curioso dell’incontro a tavola, del modo di vestire, qualche battuta sfiziosa, il tutto per descrivere meglio quell’episodio. Diciamo che per fare il colore ci vuole anche la notizia adatta e il personaggio giusto. Per esempio meriterebbe un pezzo di colore “la raccolta di firme contro l’Enel, se al banco degli ambientalisti ci fosse il figlio del direttore della centrale. Cose che capitano. Ricordo per esempio negli anni sessanta, il sindaco che con la fascia tricolore tagliava il nastro per le nuova cattedrale e dall’altra parte, tra i contestatori, c’erano i due figli che scandivano slogan. 

 

 

 Franco Carozza, giornalista, Il Secolo XIX

 

 

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“L’intervista”

 

 

Tullio De Mauro, nel suo “Lessico Italiano”, così definisce: “nei sottogeneri del parlato l’intervista si deve considerare uno scambio bidirezionale con presa di parola libera”.

Questo è un tema che riguarda gli aspetti propri della professione giornalistica, ma che coinvolge anche tante altre discipline: la psicologia, nel rapporto complesso che si crea fra il giornalista e  l’intervistato; la sociologia, per i ruoli che gli interlocutori assumono e che solo apparentemente paiono rigidi e determinati; la retorica, per tutti i processi legati all’uso del parlato, utili a vincere le barriere poste di fronte al processo ermeneutico, che finalizza tale forma di dialogo.

Talvolta, lo scambio bidirezionale del messaggio e dell’informazione non rimane libero, diviene non libero.

Allora, quando la passionalità, i pregiudizi, le tesi precostituite, una rigida visione del mondo prevalgono nell’intervistatore, impedendo una libera presa di parola, l’intervista si trasforma in una sorta di interrogazione, che pone delle regole di subordinazione, che trasforma i ruoli e li trasporta in una dimensione conflittuale.

E’ più corretto che il giornalista, prima di stendere un’intervista, si prepari sul tema, si formi una conoscenza, affatto pregiudizievole e basata su dati certi, verificati o verificabili, intorno a quanto dovrà trattare.

Il giornalista, infatti, spesso dimentica, per lo stress e per i ritmi del suo lavoro, un aspetto essenziale della propria professione: l’essere lui stesso un tramite, un mezzo attraverso il quale la notizia, le informazioni debbono giungere al lettore.

Con questo si è ben lungi dal sostenere che il giornalista non debba esprimere le proprie opinioni, formulare un giudizio, perché la sua funzione di opinion leader, di gatekeeper è oggi indiscutibile, ma tale intervento personale non deve dominare la notizia, deve piuttosto conferirle credibilità.

Una comunicazione corretta deve possedere, a dispetto dei suoi detrattori, una sua etica, formale e rigorosa, priva di ideologismi e di facili moralismi, con l’imperativo categorico d’impedire che ogni fraintendimento possa prendere il sopravvento e di permettere che i fatti vengano esposti correttamente, che la verità possa essere ricostruita.

Per tale motivo chi si occupa di questo settore dovrebbe possedere una sensibilità particolare, una sorta di ingenium, un acume, una consapevolezza dell’esistenza della diversità, dovrebbe darsi una regola che imponga di favorire la comprensione delle cose comunicate.

Quindi, che cos’è un’ intervista?

Un’intervista è una forma di comunicazione specializzata fra persone, per un obiettivo specifico associato con un oggetto, un tema determinato.

Il giornalista durante l’intervista ha la possibilità, che deve saper sfruttare con sapienza e abilità, di implicare favorevolmente il suo interlocutore, di metterlo a proprio agio, di aiutarlo, chiarendo le domande e aggiungendo, se necessario,  informazioni, oppure di approfondire la qualità delle risposte e di variare la loro quantità, rilevando anche la condotta non verbale dei soggetti intervistati.

D’altra parte il giornalista ha, nel contempo, alcune difficoltà da superare.

Innanzitutto egli ha il dovere di registrare con esattezza le risposte ottenute, questo perché deve poter fare fronte ad ogni eventuale richiesta di chiarimento o di smentita, proveniente dall’intervistato. I mezzi tecnologici oggi a disposizione, i registratori, sono molto pratici, utili se non indispensabili, ma la loro rilettura e trascrizione richiede  spesso troppo tempo per un’indaffarata redazione.

La maggior parte delle volte, quindi, il giornalista della carta stampata si affida, necessariamente, alla propria memoria, oppure a qualche appunto, scritto rapidamente su di un taccuino.

Un’altra complicazione dell’intervista si verifica quando l’atteggiamento dell’intervistatore interferisce con la psicologia dell’intervistato.

In tal caso la validità delle risposte viene irrimediabilmente compromessa.

Si rifletta, ad esempio, intorno a certi servizi effettuati con troppa disinvoltura e senza sufficiente discrezione, in ambiti istituzionali o politici, che impongono abilità e prudenza tattica e che, se mal condotti, producono, immediatamente, la chiusura difensiva dell’intervistato.

Infine un nemico della buona intervista, assolutamente da non sottovalutare, è l’ambiente in cui essa ha luogo e che interferisce con il suo esito.

Un’intervista sostenuta in un luogo propizio e gradevole, possibilmente accogliente per l’intervistato, consente, con maggiore facilità, un abbassamento, almeno parziale, delle barriere che può avere frapposto davanti a sé.

Diversamente, un ambiente ostile o desueto, come ad esempio uno studio televisivo, impone, prima della registrazione o della messa in onda in diretta, un attento lavoro preparatorio, per favorire lo svolgimento sereno dell’intervista.

Vi sono differenti tipologie di interviste.

Le più comuni sono quelle che gli anglosassoni definiscono normative interview e che spesso sono  condotte dalla stampa quotidiana, per verificare la sensibilità del proprio pubblico su alcuni temi specifici.

Lo scopo, in questo caso, è soprattutto quello di raccogliere una buona quantità di informazioni, destinate a formare un’analisi statistica.

Si pensi, in merito, ai sondaggi d’opinione, spesso raccolti anche all’impronta, in strada, e che servono a fornire al lettore un quadro delle presunte opinioni della gente.

All’opposto di questa tipologia, massificata e un poco anonima, si trova quella che la casistica anglosassone definisce l’élite interview, volta a raccogliere informazioni da uno, o da pochi soggetti altamente selezionati. Questa non è assolutamente condotta con criteri sociologici, o statistici, ma piuttosto viene praticata per approfondire la conoscenza di un soggetto, o di una particolare situazione.

In questo caso ci si trova davanti alla reale intervista a carattere giornalistico, nella quale l’intervistatore deve conoscere bene il tema, l’argomento o il soggetto, deve studiarlo a fondo, deve prepararsi prima di porre i quesiti, in modo da essere sicuro, per potersi  adeguare alla situazione e per poter modulare le domande in funzione dell’andamento dell’intervista medesima.

Pertanto è buona consuetudine non improvvisare mai un’intervista. L’intervistatore non deve inoltre trascurare alcun particolare, anche insignificante, perché esso potrebbe provocare disturbo. La mancanza di rispetto di qualche consuetudine, l’indifferenza verso particolari gestualità o ritualità, possono pregiudicare l’esito del lavoro, anche se ben programmato.

Quindi è buona norma dell’intervistatore rispettare, e non solo verbalmente, ma anche formalmente nel presentarsi e nel comportamento, la persona con la quale sta entrando in relazione, che gli concederà tempo ed attenzione e che rivelerà opinioni e sentimenti.

Da un punto di vista accademico si insegna, nelle scuole di giornalismo, ad aver cura delle condizioni di luogo e di tempo nelle quali l’intervista avviene, a contattare con sufficiente anticipo gli intervistati, ad accertarsi della loro disponibilità, a chiarire loro alcune informazioni fondamentali in merito a quanto verrà discusso.

Nello stesso tempo il giornalista  deve dichiarare la propria identità, la testata per la quale lavora, precisare gli obiettivi e talvolta la finalità dell’incontro, assicurare la riservatezza delle informazioni raccolte, indicare la durata dell’intervista.

Per quanto attiene agli ultimi due punti, la riservatezza delle informazioni e la durata dell’intervista,   è necessario fare alcune precisazioni.

La legge consente al giornalista la riservatezza delle fonti e, se richiesto dall’intervistato, egli dovrà garantire la sua tutela.

La violazione di questa sarebbe un atto gravissimo per il giornalista, che deve difendere tale diritto. La durata dell’intervista, per la variabilità legata ai soggetti, alle caratteristiche del tema, alla situazione generale esterna e a quella contestuale, richiede un’analisi puntuale e specifica, caso per caso, e quindi difficilmente si può definire una regola.

E’ consuetudine, però, non  protrarre un’intervista oltre i quaranta minuti e non stare mai al di sotto dei venti.  E’ comunque essenziale che l’intervistatore non sia prolisso e che non affatichi l’interlocutore, ma neppure che sia frettoloso e disordinato nel porre le domande .

Esiste poi una serie di procedure che lo scrupoloso intervistatore deve seguire per svolgere il suo lavoro con dovizia.

Innanzitutto egli deve sapere ascoltare con attenzione, nel farlo deve assumere una posizione naturale e, se necessario, invitare l’interlocutore a fare altrettanto, deve muoversi in modo spontaneo, diffondere un sentimento di benessere, essere naturale nello sguardo, senza fissare l’interlocutore in modo ossessivo, o tantomeno inquisitivo.

Un buon intervistatore deve esprimere brevi commenti riferiti a ciò che l’intervistato ha detto, per sollecitarne eventuali precisazioni, approfondimenti e chiarimenti.

Altresì è considerato inopportuno passare repentinamente da un argomento all’altro ed interrompere l’intervistato mentre questi sta parlando.

Quindi un giornalista professionista dovrebbe assumere un atteggiamento aperto ed empatico. I commenti, semmai, dovrebbero essere fatti a margine dell’intervista, come vorrebbero le compassate regole del giornalismo britannico.

Infine, dialogando gradevolmente con l’interlocutore, l’intervista si deve concludere riassumendo i punti essenziali discussi, elaborando una formulazione coerente e ordinata di ciò che è stato espresso e, se necessario, individuando temi che meritano ulteriori approfondimenti.

Si può creare un protocollo di comportamento, una procedura da seguire per formulare una corretta intervista? La letteratura ci insegna che le regole sono state ricostruite a posteriori. I grandi giornalisti del passato erano soliti andare ‘a braccio’, improvvisare, affidandosi alla propria sensibilità, insieme alle proprie conoscenze, non sempre accademiche, ma più spesso frutto di un’esperienza cresciuta nella “bottega” del giornale.

Oggi questo fa parte, quasi sempre, dell’iconografia del giornalismo. Oggi il  professionista dell’informazione deve essere preparato, accademicamente e professionalmente, ad affrontare la complessità e la mutevolezza della società contemporanea.

Nulla può essere lasciato al caso, alla buona volontà, al solo istinto. Un’intervista deve essere attentamente preparata, ordinata ed organizzata.

Dopo aver precisato le questioni generali da trattare, costruendo un back-ground, una base di conoscenze utile ad affrontare l’intervistato, la preparazione impone una prima sommaria redazione delle domande che verranno poste. Esse si strutturano a seconda del grado di apertura o di chiusura.  Le domande aperte pongono poche condizioni e indicazioni alle risposte. Normalmente esse vengono utilizzate all’inizio per favorire la comunicazione, concedendo all’intervistato maggiore libertà di espressione. Insomma, in gergo, queste domande servono per “sciogliere il ghiaccio”.

E’ poi  necessario passare alle domande chiuse, dirette, pertinenti il tema, che rendono più agevole l’azione del giornalista nel governare l’intervista, la sua durata e la sua coerenza.

Per quanto riguarda la sequenza delle domande, sarà opportuno raggrupparle per temi principali, iniziando con quelle di carattere generale, per introdurre l’argomento in discussione e poi, a seguire, proponendo quelle più specifiche, destinate all’approfondimento.

Il giornalista avrà la cura di passare da un argomento all’altro, cercando di non provocare fratture nel discorso. Anzi, se l’intervista è prevista di lunga durata, potrebbe essere utile accompagnare le transizioni con una breve sintesi degli argomenti esaminati.

La conclusione deve giungere naturalmente, senza brusche interruzioni, con i ringraziamenti  all’interlocutore e con appropriate formule verbali.

Questo è uno schema, accademico, di un’intervista standard.

Il suo successo, al di là delle formule utilizzate e del tipo di domande, dipende essenzialmente dalla capacità del giornalista di sapere realizzare un’efficace comunicazione interpersonale. Quindi emerge ancora una volta una caratteristica essenziale del giornalismo, quella che affida alla sensibilità, all’intuizione, alla “genialità” del professionista della scrittura il successo di una buona intervista.

 

 

Lorenzo Tronfi

Storico ed esperto di Comunicazione Politica e Pubblica

 

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Cronaca sportiva

 

SPEZIA IN SERIE B: DIARIO DI UNA RADIOCRONACA ATTESA 55 ANNI

 

DOMENICA 10 SETTEMBRE, ORE 15.10.

E’ domenica pomeriggio. Il computer è collegato ad Internet, i quotidiani sono aperti sulla scrivania, in sottofondo c’è la voce indistinta dei telecronisti Rai che raccontano il gran premio di Monza. Schumacher dev’essere in testa, ma non ne sono sicuro. L’almanacco del calcio è aperto, nascosto da una montagna di carta ed il block-notes è già pieno di appunti. Domani sera inizia il campionato e la mia radiocronaca comincia qui.

Il trillo del cellulare mi richiama alla realtà: è la redazione centrale che mi ricorda brevemente le modalità della diretta. “Ci serve un pezzo da inserire nel giornale delle 20.00” – mi spiega il collega – “poi alle 20.40 andiamo in onda per la presentazione dell’incontro”. “Interventi brevi, mi raccomando, ricorda che abbiamo a disposizione solo diciotto minuti”. “Al termine della gara devi riversare due interviste, una al mister dello Spezia l’altra ad un protagonista del match, ok?”. Ricevuto.

Raccontare le partite alla radio è il mio lavoro e farlo bene è la mia missione: credo che non esista nulla di più difficile di una buona radiocronaca. E’ come descrivere la Cappella Sistina ad un non vedente: si può parlare di generici “affreschi” oppure si può tentare di riprodurre le vibrazioni che Michelangelo Buonarroti ha trasmesso con il “Giudizio Universale”. Bisogna farlo solo con le parole e l’intonazione della voce, consapevoli che chi ti ascolta non ha il dono della vista.

Ricordo di un collega che un giorno disse: “Questa è una delle circostanze nelle quali, alla radio, si sente la mancanza delle telecamere”. Nei novanta minuti di una partita questa assenza pesa spesso: ogni dribbling, rete, tiro in porta, persino il battimani dei tifosi sugli spalti, deve essere descritto cercando di coglierne il gusto, la bellezza, l’emozione.

E’ un compito arduo, tremendamente difficile.

Per questo sono qui. Perché se voglio portare i miei ascoltatori nel cuore della partita di domani sera devo essere preparato. Giocatori, carriere, storie ed aneddoti: devo averne a profusione perché torneranno molto utili.

La fase uno, quella della preparazione didattica, può durare anche un paio d’ore: se dovessi realizzare una radiocronaca integrale (tutti i novanta minuti della partita) sarei ancora più minuzioso ma, visto che avrò a disposizione solo pochi interventi, mi posso limitare ad alcuni dati statistici che mi aiuteranno nel commento. Ci sono alcuni ex, il rendimento delle squadre nello scorso campionato e dei nuovi acquisti dello Spezia: un po’ di utile antologia.

Il bello, comunque, verrà domani.

 

LUNEDI 11 SETTEMBRE, ORE 18.00

Oggi è il giorno della partita, una gara attesa undici lustri più un’estate intera. Stasera si gioca al “Picco” ed è un bel vantaggio: non è solo una questione logistica (credo che raggiungerò viale Fieschi a piedi…) ma anche di visibilità. La tribuna del nostro stadio, infatti, è attaccata al campo ed ha un’ottima visuale sul terreno di gioco: non fosse per quei pali di sostegno e per il fatto che la fascia laterale sotto di essa sia molto vicina (cosa che ostruisce un po’ la visuale sui calci d’angolo) sarebbe davvero fantastica. Bellissima, comunque, la è e non vedo l’ora di sedermi al mio posto: “Speriamo che Mauro Gusberti mi abbia riservato la postazione che avevo l’anno scorso, la numero quattro” – penso, mentre raggiungo casa per una doccia – “d’altronde la cabala va rispettata”.

Quest’anno, poi, con la promozione in serie B, ogni giocatore ha impresso il proprio nome sulla maglia: un gran vantaggio, soprattutto quando si tratta di riconoscere da lontano (in quei bruttissimi stadi con la pista di atletica) gli elementi della squadra avversaria.

ORE 19.30. Ci siamo. Ho ritirato il mio pass allo sportello accrediti e sto varcando la soglia del “Picco”. E’ una bolgia ed i brividi mi corrono lungo la schiena. Incontro tanti amici, colleghi, tifosi e per tutti e da tutti c’è una parola di sostegno alla squadra che sta per iniziare la nuova avventura. Mi fermo al bar della tribuna per il solito caffè e per la bottiglietta d’acqua che mi sosterrà lungo la gara (quasi fossi un giocatore anch’io). Salgo le rampe che conducono alla tribuna stampa e dopo un giro di saluti e strette di mano mi dirigo deciso verso i colleghi della stampa ospite: per un radiocronista è una tappa fondamentale. Chiedo indicazioni sulla reale posizione dei giocatori in campo, chiedo lumi sulla pronuncia di un cognome straniero, mi faccio raccontare qualche aneddoto sul pre-campionato.

Collego la mia apparecchiatura alla presa ISDN e ricevo la prima chiamata dalla radio per un test: “Ti sento forte e chiaro” - mi rassicura il regista dall’altra parte del ricevitore.

Una bella hostess mi consegna la cartella stampa, dove trovo altri dati sulle due squadre, mi siedo, scambio due parole con il collega che mi è a fianco, Paolo Ardito del Secolo XIX. Racconti delle vacanze e speranze di un anno ricco di entusiasmo. Apro la cartella e trovo la distinta ufficiale: vi si trovano stampate le formazioni, i nomi della terna arbitrale ed alcuni spazi per gli appunti (calci d’angolo, marcatori, ammonizioni, espulsioni). Osservo attentamente lo schieramento degli avversari: quando le squadre si disporranno sul campo dovrò cercare di memorizzare la posizione di ogni singolo calciatore ed individuare un segno particolare (l’aspetto, i capelli…) che mi aiuti a riconoscerlo, per non essere costretto a guardare continuamente la distinta durante la radiocronaca. Arriva un’altra chiamata: “Ciao Matteo – dice il regista – tra un minuto andiamo”. Controllo che il cronometro funzioni, apro il block-notes, sorseggio un goccio d’acqua. Tocca a me.

“Amici sportivi buona sera. 55 anni e 79 giorni dopo l’ultima volta lo Spezia torna ad affrontare il campionato di serie B. Di fronte a diecimila spettatori, nel rinnovato stadio “Alberto Picco”, agli ordini del signor Celi di Campobasso, ecco le formazioni in campo…”

Buon divertimento!

 

 

Matteo Cantile, giornalista Telenord Genova

 

 

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Le parole del cibo

 

Scrivere di un piatto, di un prodotto, di un’usanza alimentare storica è qualcosa di diverso dalla normale scrittura giornalistica Che cosa differenzia dunque la scrittura se il brano tratta di gastronomia? Le prime cinque righe  devono dare il segnale di ciò di cui tratterà il pezzo, come avviene in tutti gli attacchi. Ma la scrittura di un pezzo di gastronomia, in genere, presume qualcosa di più da attingere con una ricerca di dati. Il pezzo deve contenere oltre alle informazioni su come, dove, quando, perché, chi e il “dentro” della situazione. Questo sia che si tratti di un dolce o di un tegame di acciughe con patate o di una pianta autoctona tornata negli orti.

Quando si parla di ricette sono d’obbligo le sequenze gestuali, gli elementi configurativi dei procedimenti. Ma altrettanto importante è il ritratto storico. Facciamo un esempio. Se devo scrivere un pezzo sui canestrelli di Brugnato, oltre ad informare chi legge sul forno che li produce, sul nome del fornaio, sulla sua età, devo andare alle radici del dolce.

“Tutto ciò che è tondo e ha un buco al centro, è nella tradizione gastronomica un chiaro segno femminile. I canestrelli di Brugnato sono su questa strada. “L’anello – scrive Piero Camporesi nel saggio edito da Pratiche Editrice e intitolato “Alimentazione folclore società” (1980) – che nella sua forma rotonda adombra il pozzo, il mundus comunicante con le viscere della terra, era sentito come talismano magico”. Da ciò le molte forme rotonde dei dolci ricavati dalla pasta di pane in tutte le civiltà. Le lavorazioni ad anello, come è il caso dei canestrelli di Brugnato, sono legate, quindi, ai riti gastronomici di propiziazione, arrivati fino a noi secondo usanze ripetitive di esecuzione. Appartengono senz’altro a uno dei più diffusi generi di pane festivo, come le ciambelle (o giambelle) anch’esse  larghe, tonde, col buco. Scrive Camporesi: “I dolci e i pani nascondevano segrete immagini di congiungimento atte a impetrare, nella riproduzione, la moltiplicazione e la fertilità, sia nei campi che nelle donne”. Il canestro, poi è un contenitore, come il grembo della madre. Nella vicina Lunigiana i canestrelli, più piccoli ma non nella stessa composizione organolettica, compaiono nel giorno delle Palme, legati ai rami d’ulivo, profumati con noci spezzettate, cosparsi di semenzine colorate. Il riferimento ai riti arcaici della primavera è palese. Ma nei canestrelli di Brugnato si verifica un fatto ancora più interessante: profumano di anice. E se la loro storia si intrecciasse, come per i biscotti di Lerici con le tradizioni gastronomiche rituali ebraiche?  Per un puro caso la la loro formula somiglia molto a quella delle ciambellette di Pesach, che però non hanno il lievito. Il discorso della lievitazione ci riporta alle arcaiche tradizioni contadine: ciò che lievita, gonfia, porta bene”.

E per continuare a parlare di dolci del territorio spezzino, ecco un secondo esempio.

“Sentori di cannella, noce moscata, chiodo di garofano, quella nota di cedro candito sposata con la morbidezza della marmellata. Profumo di noci, mandorle, di pinoli. Forse miele. La spongata è un capolavoro sarzanese di ricetta segreta, certamente non nata per caso considerata la presenza di tutti quei semi di cui è ricca. Semi che ci riconducono alle focacce arcaiche invocanti la fertilità della terra e della donna. Ecco perché è da ritenersi uno di quei prodotti di grande personalità che segnano la cultura del cibo di un territorio. Prodotti che non a caso stanno diventando souvenir e muovono la curiosità del luogo. Ma affiora subito una domanda:  quali origini ha quel suo ripieno che ricorda tanto le dolcerie speziate rinascimentali?

Qual è il confine con il pan speziato? Lo scrittore-giornalista enogastronomo Salvatore Marchese ha scritto sulla spongata nel libro “La cucina della luna” edito da Agorà (2000). Traendo fonti da un verso di Ovidio, citando Targione Tozzetti che riporta nei Viaggi (1768-1777) quanto afferma Ventura Pecini da Panicale: “Sia i Liguri sia i Galli esportano focacce, cui usiamo dare sapore con miele, zafferano e pepe”. Come dire che qualcosa di pagano affiora dalle origini antiche del dolce.

E se fosse invece un retaggio di pasticceri ebrei? O una delle tante straordinarie torte lasciate dagli Svizzeri che sono venuti a vendere qui da noi spezie e dolcerie? Resta un enigma. Ma tant’è che il percorso delle spongate esiste e dall’Emilia (Brescello, Reggio) va verso Pontremoli e raggiunge Sarzana.

Il dubbio sulla provenienza non intacca la bontà del prodotto che va gustato tiepido a piccoli pezzetti per dare alle papille il tempo di tirare fuori tutti gusti, tutte le armonie. E’ arte che si mangia, la spongata sarzanese”.

 

 

Gabriella Molli giornalista pubblicista, Il Secolo XIX 

 

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Riflessione sul giornalismo televisivo

 

 

Benvenuti e grazie per essere così numerosi. Non è facile riuscire a radunare tanti giovani, così attenti ed interessati a questo argomento, il giornalismo.

Mi chiamo Enrico Colombo, e da molto tempo faccio l’operatore della Comunicazione.

Gli inizi risalgono al 1973, con la nascita della prima radio libera, il tempo dei pionieri, poche attrezzature e molto entusiasmo, voglia di inventare, di partecipare, con la consapevolezza che una nuova strada si stava aprendo per la comunicazione, in particolare quella locale. Affascinanti quei periodi, stimolanti, che hanno segnato in maniera indelebile molti di noi. Uno di quelli sono io.

Ritornando ai nostri giorni parlerò del giornalismo e dell’informazione, dei suoi aspetti, dei suoi vizi, delle sue virtù, delle sue luci ed ombre.

Il consiglio migliore che ho ricevuto, dai molti maestri che ho avuto è stato: “Per fare il giornalista, bisogna anzitutto avere rispetto dei lettori”. E’ una frase semplice e ricca di significati, come tutte le regole intelligenti. Avere rispetto del pubblico può volere dire molte cose. Vuol dire non barare, non raccontare balle, non pensare di rivolgersi a bambini influenzabili come fa la pubblicità e, talvolta, anche la politica.

Significa non farsi corrompere, non contrabbandare come informazioni piccoli spot personali, pregiudizi, cattiverie gratuite o atti di bontà interessati. Ma vuol dire, anche, essersi ben documentati prima di scrivere. E, naturalmente, saper scrivere.

Saper scrivere in maniera chiara, se possibile interessante e divertente. E’ un talento ai massimi livelli.

Tutti cerchiamo di scrivere come Indro Montanelli, ma, nel giornalismo italiano, egli è stato unico. Ad un livello meno eccelso, che poi è quello che ci serve, scrivere è un mestiere che si può imparare, come tutti i mestieri, con molta umiltà.

L’umiltà non è la più diffusa delle merci in circolazione, al pari della dignità, che è un ricordo degli anni cinquanta, ma ben combinate, umiltà e dignità, fanno un buon giornalista. Ci vuole umiltà per chiedere aiuto, quando non si sa qualcosa (la condizione quotidiana), per controllare la sintassi di un articolo, l’esatta grafia di un nome…

Parliamo, allora, di informazione ed etica, distinguendo fra buone e cattive notizie: …fa più notizia un albero che cade o una foresta che cresce?

Per chi lavora nell’informazione non ci sono dubbi: la notizia è l’albero che cade. E’ noto fra gli operatori dell’informazione che i giornali che riportano solo buone notizie in realtà, hanno pochi lettori. Anche se i cittadini reclamano maggiori notizie buone, salvo poi ben guardarsi dall’andare a comperare quei pochi fogli che parlano quasi esclusivamente di buone notizie.

Dunque, gli operatori della comunicazione sono condannati ad occuparsi solo delle cattive notizie?

Enzo Biagi ricorda che “da che mondo è mondo, la cronaca ha sempre raccontato fattacci. Del resto, il primo libro della Bibbia non riferisce forse di un delitto?”. Nel mondo della comunicazione la notizia cattiva scaccia quella buona.

Il male è, dunque, la materia prima della comunicazione sociale. Il risultato è un’immagine del mondo reale assolutamente sbilanciata verso il male, dove il bene appare solo come fatto eccezionale. Questa immagine sbilanciata comporta anche effetti reali, soprattutto nelle persone fragili: può produrre disagio, ansia e talora imitazione. Ad esempio, ci sono anziani che non escono di casa perché la rappresentazione della realtà che ricevono attraverso i mass-media è particolarmente violenta, è fatta di furti, scippi, incidenti stradali.

E’ pertanto giusto ricordare che la vita reale rimane nascosta, sconosciuta. Non dimentichiamo, infatti, che oltre il muro dell’informazione c’è un altro mondo, altri uomini e donne che quotidianamente vivono, operano, intraprendono senza essere fra i soliti noti, quelli delle copertine patinate, studiano, fanno volontariato. Ci sono famiglie e pensionati che tirano avanti facendo quadrare i conti. C’è insomma una parte della società, certamente la maggioranza, che per essere troppo normale, non farà mai notizia. Sono gli eroi sconosciuti, che consentono al paese di crescere e di andare avanti.

C’è poi un’informazione sul male, che rischia di creare solo indifferenza.

La tv del dolore ne è un tipico esempio. La messa in scena della sofferenza rischia di diventare un’ulteriore violenza. E’ una tv, curiosa di conoscere il dolore altrui, ma muta alla richiesta, spesso implicita, di aiuto.

Un altro esempio proviene dalla TV contenitore, dove si passa con indifferenza, o al massimo simulando un singulto, dalle città distrutte ai morti per le bombe umane in Palestina, al delitto di Cogne, per poi passare, in maniera indifferenziata, al calendario della bellona di turno. Non diverso è l’atteggiamento della carta stampata. I mass-media mettono in scena il male e poi lo metabolizzano, quasi lo assolvono, ruminando pagine e pagine con particolari spesso inutili.

E noi? Non possiamo dire: non sapevamo.

I mass-media hanno dunque modificato il nostro rapporto con gli eventi luttuosi? Proviamo ancora dolore di fronte al male? Oppure il male è il grande rimosso? E’ possibile non rassegnarci all’indifferenza?

L’auspicio è che la parola mediatica non susciti solo emozioni, ma provochi anche azioni e cioè che dall’identificazione con il dolore nasca anche l’indignazione. Anche per questo la semplice spettacolarizzazione dell’informazione non è più sufficiente.

Sulle grandi questioni (guerra, fame, sfruttamento, rischi per l’ambiente, violenze dei tipi più vari…) c’è una richiesta di approfondimento, la necessità di una dimensione etica e valoriale, all’interno della quale inquadrare i fatti che avvengono. Il male interroga anche il nostro senso di responsabilità.

Oggi non possiamo più dire: non sapevamo. E in cuor nostro speriamo di non dover mai rispondere alla domanda: tu dov’eri? Cosa potevi fare e non hai fatto?

Ed è questa la vera sfida che si presenta ad una comunicazione sempre più globalizzata. Risvegliare le coscienze individuali, le capacità critiche per favorire un’etica della responsabilità. Ma è un compito che vede coinvolti anche i cittadini lettori spettatori. Anche loro devono sentire l’esigenza di un’autoinformazione al consumo della comunicazione, mettendo cioè in moto meccanismi, che, anziché all’assuefazione, portino al recupero di valori positivi, di sollecitazione al coinvolgimento, ad azioni di responsabilità e solidarietà, a non colludere con l’ingiustizia, ma anzi ad impegnarsi per vittime spesso estranee e distanti.

E la gente comune spesso risponde con entusiasmo. Oggi c’è anche una maggiore richiesta di conoscenza nei processi che fanno da sfondo agli eventi.

La buona notizia è, infatti, anche quella che favorisce il progresso culturale e civile di una comunità, la partecipazione, la democrazia, in una parola la libertà, che non deve essere un valore dato per scontato, ma che deve essere protetto innanzitutto nelle coscienze e poi nei comportamenti. Una comunicazione che offra emozioni piuttosto che opinioni rischia di dar vita ad una società muta.

Nessuno di noi vuole una società muta, incapace di porsi domande, indifferente al male, assuefatta alle sofferenze e incapace di esprimere solidarietà e ribellione nei confronti delle ingiustizie. I comunicatori sono dunque chiamati ad una presa di coscienza molto esigente che si misura con una formazione seria in campo tecnico, etico e morale e in tutte quelle discipline che recuperano l’uomo e la donna nella loro dignità. Quindi il diritto di essere bene informati.

Il giornalismo con la G maiuscola è stata un’istituzione e da qualche anno ha cessato di esserlo. E la sua qualità non può che rispecchiare lo stato di crisi in cui vive il mondo dei media. Ma non perché i giornalisti di oggi siano meno preparati dei loro colleghi più anziani.

Anzi è vero il contrario, perché oggi i giovani hanno ottimi maestri disponibili ad insegnare i segreti del mestiere. La realtà è che i giornalisti della nuova generazione sono meno liberi. Hanno amaramente costatato che è cambiato il ruolo dei direttori, un tempo figure carismatiche ed autorevoli, capaci di prendere le distanze dagli stessi editori per difendere la professionalità dei singoli redattori. I direttori di oggi sono, nella stragrande maggioranza, disciplinati esecutori di ordini al servizio di editori impuri che, fatte poche eccezioni, sono diventati i veri titolari del diritto all’informazione.

Come è potuto accadere tutto questo? Come si è passati da anni di giornalismo in espansione, gratificato da un mercato sensibile alle iniziative editoriali, sorretto da un’informazione pubblica attenta e pronta a dare fiducia al giornalista, ad anni vissuti combattendo battaglie di retroguardia, pressati da problemi di bilancio e di credibilità?

Davanti alla scelta tra il recupero della qualità e la miope difesa di interessi settoriali, manager e direttori hanno imboccato la seconda e più comoda strada. Sono più rare nelle pagine dei giornali le grandi inchieste, affidate alle migliori firme e la ricerca e la scelta rigorosa delle notizie, non inquinate da fonti interessate.

I resoconti politici, le cronache economiche e giudiziarie, ma anche quelle sportive accreditano spesso versioni di comodo presentate per verità assolute.

Per sopperire alle carenza di notizie vere, quelle che una volta erano le regine incontraste dei grandi giornali, si programmano interviste fiume a personaggi (politici, magistrati, imprenditori) prontissimi ad inondare di inutili sproloqui il cronista.

Per non dire di quello che accade davanti alla telecamera, dove l’intervista diventa un vero e proprio discorso programmatico, durante il quale l’intervistato di turno usa il mezzo televisivo per inviare messaggi, avvertimenti, proclami.

E non basta, perché di volta in volta il proclama, se appare sulla carta stampata è ripreso dai telegiornali e viceversa. La catena di Sant’Antonio che lega giornali e telegiornali è un virus, che ha contagiato quasi tutti i giovani e rampanti direttori di testata. I telegiornali della sera fanno da battistrada ai quotidiani del mattino, mentre questi ultimi ispirano i telegiornali di mezzogiorno.

Di tutto questo il lettore si è reso conto e, grazie anche all’inquietante distribuzione di gadget, oggetto e regali, la gente non crede più nell’imparzialità dell’informazione.  Per tutta risposta, invece di tentare il recupero della propria funzione, il piccolo mondo della superstite editoria pura, ha preferito non accorgersi della montante disaffezione dei lettori ed ha scelto, in molti casi, di vivere della rendita accumulata negli anni d’oro della professione giornalistica. La conquista di quasi tutte le grandi testate, da parte del potere economico ed imprenditoriale, ha inoltre partorito nei posti chiave di ogni giornale, incarichi fiduciari e consiglieri del principe, più che garanti del lettore, complici indifferenti dell’editore, davanti ai cambiamenti che hanno contraddistinto la nostra società.

In conclusione, il giornale non è più la fabbrica del presente che i lettori cercano e la qualità del suo prodotto è condizionata da una lunga serie di fattori.

In primo luogo, dalla capacità imprenditoriale dell’editoria che si improvvisa tale, solo per difendere gli interessi personali o quelli dei suoi referenti. In secondo luogo, dai limiti della sua libertà d’azione, dalla misura in cui intenda danneggiare il concorrente, dai condizionamenti che subisce da parte dei poteri forti.

 

Dopo queste considerazioni generali cerchiamo di capire quanta influenza può esercitare la televisione sui soggetti più deboli, quindi più influenzabili: i bambini, che potremmo definire come il parametro della qualità.

La libertà, come abbiamo visto, costa, come costa affrancarsi dalla schiavitù, non farsi comprare dal successo e dall’interesse, per seguire un ideale, rinunziando anche a comodità e vantaggi pur di essere liberi, di essere se stessi, pur di parlare la verità che uno pensa ed ama; non rassegnandosi alla mediocrità e al servilismo, pur di aiutare la gente a sognare e costruire un mondo migliore.

Qualcuno ha scritto: “I giornalisti, come uomo ed ogni donna, devono fare la loro parte perché il mondo cambi; debbono contribuire a cambiare il mondo non predicando, ma