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Come
si diventa giornalisti,
incontro con
Riccardo
Sottanis, direttore del
Secolo XIX
Professione fotoreporter,
a cura di Mauro Frascatore,
giornalista
La Nazione
Il linguaggio giornalistico: efficacia e coincisione,
incontro con Renzo Raffaelli, iI
Secolo XIX
Fare la cronaca,
a cura di Franco Carozza,
giornalista, Il Secolo XIX.
Fare le interviste,
a cura di Lorenzo Tronfi
Cronaca sportiva,
a cura di Matteo Cantile
L'articolo specialistico ,
a cura di Gabriella Molli
Il giornalismo televisivo,
a cura di
Enrico Colombo, TeleLiguria Sud
La nuova frontiera del giornalismo: il giornalismo
“on-line”,
a cura di
Filippo Lubrano, Francesco Pelosi e
Fabio Lucarini
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Come
si diventa giornalisti
Non è facile diventare giornalisti: questo è il punto di
partenza. Ci sono facoltà e scuole ma a tutt’oggi è la
gavetta e la costanza ad avere il peso preponderante
nell’accesso alla professione. Il direttore responsabile
de ‘Il Secolo XIX’, Riccardo Sottanis, una vita da
cronista alle spalle che lo ha condotto alla direzione
della redazione spezzina, ha spiegato con un linguaggio
accattivante alla platea di studenti delle scuole medie
superiori e ai giovani universitari come si diventa
giornalisti. L’incontro, che ha visto la partecipazione
di un folto gruppo di giovani studenti, sì è svolto il
24 novembre 2005 nell’ampio auditorio dell’Istituto
Professionale “D.Chiodo”. Riccardo Sottanis ha spiegato
la suddivisione istituita negli anni Sessanta
all’interno dell’Ordine dei giornalisti tra ‘giornalisti
pubblicisti’ e ‘giornalisti professionisti’. Il
giornalista professionista è colui che dopo aver
ottenuto l’iscrizione al praticantato presso una
redazione supera un difficile esame di stato a Roma.
L’esame prevede una prova scritta ed un colloquio orale
vertente su diverse materie. Il direttore del Secolo XIX
ha intercalato la sua relazione, puntale e precisa, con
aneddoti curiosi e interessanti tratti dalla sua lunga
esperienza che hanno tenuto i giovani sempre attenti.
Non sono mancate leggi, pratiche diffuse e notizie poco
note tra i ‘non addetti ai lavori’. Sottanis si è
soffermato non poco sulla situazione attuale del
giornalismo in Italia, sui problemi contrattuali, sugli
scioperi della Stampa, sullo sfruttamento di molti
giovani collaboratori che per anni non riescono a
trovare una sistemazione sicura e stabile. Sono problemi
seri che ora affliggono la professione e che forse ai
tempi della sua pratica non erano così pressanti.
Un’occupazione stabile e la sicurezza del lavoro
aumentano e rafforzano l’imparzialità e la capacità di
critica del giornalista che altrimenti può essere
condizionato dal ricatto dell’editore o del potere
forte. Questo importante snodo non è stato taciuto con
coraggio dal direttore che ha concluso la sua relazione
incoraggiando i giovani appassionati a tale magnifica e
professione fondamentale per il dibattito in una
democrazia consolidata di una moderna società.
A cura della Redazione
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Photos Graphos
Il fotoreporter:
un mestiere da “cantastorie”? Quando mi hanno detto che
avrei dovuto spiegare il mestiere del fotogiornalista mi
è balzata alla mente l’antica figura del cantastorie,
colui che girava di paese in paese con le sue tavole
disegnate, a raccontare i fatti, gli accadimenti, le
verità e le favole.
Forse, in una certa misura, il fotogiornalista oggi può
essere in qualche modo considerato una sorta di
cantastorie del 21° secolo, che propone immagini frutto
di idee e idee frutto di immagini.
Prima di iniziare a parlare del mio mestiere davanti a
tanti giovani, ho pensato che sarebbe stato meglio
preparare una sorta di canovaccio e, mentre lo facevo,
le idee mi si affacciavano nel cervello così numerose
che, ad un certo punto, non ho potuto evitare di pensare
che se le idee fossero davvero immagine cerebrale, come
sosteneva Voltaire , tutti i pensieri potrebbero
essere immagini di idee. Tante da ritrovarsi ad avere
nel cervello una sorta di pinacoteca. Una riflessione
che mi ha fatto “scoprire”, attraverso un’analisi se pur
empirica, che il mio pensiero è formato da innumerevoli
fotogrammi, non uniti fra loro ma presuntuose
rappresentazioni della realtà, relegata in spazi
temporali come fossero milioni di click meccanici
impressionati sulle mie retine ed elaborati poi dal
pensiero, pensiero che con il trascorrere del tempo si
fa sempre più difficile, dubbioso, incerto.
Questo non per la mancanza di collegamenti neuronali, o
per la distruzione lenta a progressiva delle cellule
cerebrali, ma piuttosto perché la comunicazione delle
sinapsi è diventata più complessa proprio a causa, come
diceva Voltaire, delle innumerevoli immagini-idee
registrate nel cervello.
Dubbi e perplessità affollano quindi la galleria delle
immagini che, oggi più che mai, sembrano staccarsi dai
chiodi delle certezze che le reggevano per precipitare
rovinosamente nel limbo delle incertezze.
Appare quindi chiaro, limpido, trasparente e vero che...
di vero non c’è più nulla e mi domando, citando
liberamente una frase ad effetto di Arciero, un noto
collega che si occupa di fotogiornalismo: “La fotografia
è verità? Le fotografie non possono dire bugie ma i
bugiardi possono scattare fotografie”. Perché?
Ripercorrendo l’evoluzione della fotografia ci si
accorge che, pur essendo stata progressiva, ha proceduto
alquanto lentamente nel cammino della sua evoluzione.
Seppure con qualche variazione di rilievo, si è per così
dire stabilizzata, o se preferite “non mossa”, sino ad
arrivare a metà degli anni ’80 quando il colosso
giapponese Sony ha immesso sul mercato la prima
“macchinetta” digitale Mavica.
Da quel momento il mai risolto quesito – se la
fotografia sia l’espressione di una realtà oggettiva o
soggettiva – è diventato ancor più pressante. Se si
tiene conto di alcuni periodi storici – come il
passaggio dal rinascimento, quando l’operatore era al
centro dell’evento rispetto ad un mondo circostante
illusoriamente vero, al manierismo, quando l’operatore
svincolato dalle leggi matematiche del periodo
precedente si allontana dalla realtà – ci si accorge che
il fotografo ha il vincolo dell’interposizione del mezzo
tecnico, un vincolo ben diverso rispetto allo schermo
che si frapponeva fra i pittori del ‘500 e i loro
soggetti prima che gli artisti del pennello
individuassero la possibilità dell’uso della camera
obscura (foro stenopeico - Leonardo Da Vinci,
ecc...).
Dato che il mezzo diventa inevitabile filtro, la
rappresentazione della realtà epocale avviene attraverso
un piccolo spazio temporale, quello del fotogramma e del
click che lo registra.
Se il mezzo che si frappone tra il fotografo ed il
soggetto è appunto la macchina fotografica, dobbiamo
superare il pur rilevante pensiero dell’operatore e
considerare anche e soprattutto la sua cultura,
l’ambiente, l’onestà professionale e l’intelligenza.
E’ in quel momento che il fotografo si assume la
responsabilità di una scelta che diventa oggettiva o
soggettiva in relazione al perché l’immagine viene
scattata e, pertanto, quando la produzione di immagini
ha un indirizzo legato alla comunicazione giornalistica,
tale scelta assume, ovviamente, un ruolo diverso
rispetto a quello legata all’album dei ricordi.
Mi piace ripercorrere “l’infinito gioco dei significati”
del post-strutturalismo di Jaques Derrida che incentra
la sua analisi sull’indeterminatezza; un non-definito
definito, un corpo esteriore che fotografato acquista un
contenuto interiore, un tratto di muro piatto ed
insignificante all’apparenza ma ricco di scritte
significanti e significative. Fotografato prima e
fotografato dopo, quando sotto i colpi dei picconi della
storia è diventato polvere che si insinua nelle narici e
scuote la memoria, che si deposita sugli obiettivi e gli
opacizza rendendoli flou come i ricordi delle
fotografie ingiallite.
Fotografia e committenza:
L’immagine simbolo rispetto alla notizia ha la capacità
di durare nel tempo trasformandosi a volte in icona.
Le notizie infatti, quelle scritte intendo, dapprima
occupano grandi spazi con grandi titoli sulle prime
pagine dei giornali e poi, seppure lentamente ma
progressivamente, scivolano nelle pagine interne per poi
scomparire completamente all’occhio del lettore.
Le immagini invece, alcune di loro per lo meno,
rimangono come icone, emblematici segni del fatto
accaduto.
Si può citare ad esempio la famosa fotografia del
miliziano colpito a morte di Robert Capa (che assieme
agli amici H. Cartier Bresson, David Seymour e George
Rodger fondò l’agenzia fotografica indipendente “Magnum”,
e di cui fu presidente dal 1950 al 1953). L’immagine,
molto discussa anche perché da taluni ritenuta falsa, ha
comunque rappresentato una sorta di svolta epocale,
portando per la prima volta all’attenzione dell’opinione
pubblica, con un solo fotogramma, ciò che accadeva al
fronte. Un altro esempio può essere la foto di Joe
Rosenthal che ritrae i Marines impegnati ad issare un
pennone con la bandiera americana sulla vetta del monte
Suribaki, appena conquistato nella battaglia di Iwo
Jima.
Per quanto detto, non a torto, l’etica professionale
assume nel fotogiornalismo un ruolo essenziale. Molti
sono i fotografi, inconsapevoli o no, divenuti veicolo
di propaganda. La committenza, com’è facilmente
comprensibile, assume un ruolo rilevante nelle scelte
operate dal fotografo che si trova, suo mal grado,
“costretto” a fornire un prodotto in linea con le
aspettative dell’Editore. Come se non bastasse, se mai
ce ne fosse bisogno, a modificare in parte il
significato dell’immagine giocano un ruolo primario la
didascalia ed il taglio tipografico.
Un esempio per tutti: l’immagine del soldato americano
che ha catturato un vietcong, celebrata sulle testate
statunitensi come l’eroico gesto del prode marine e
riutilizzata, con una semplice modifica della
didascalia, in chiave diametralmente opposta dalle
testate filo-sovietiche dell’epoca.
A livello locale le cose sono certamente diverse ma non
per questo meno significative. Se alcuni di noi
decidessero di percorrere un tratto di strada cittadina
e raccontare attraverso la macchina fotografica la
partenza, il percorso e la meta, noteremmo senza dubbio
una differenza sostanziale interpretativa degli eventi,
dei trascorsi, del percorso dei luoghi. Riproduzioni
diverse di una stessa realtà . Meraviglia e stupore la
farebbero da padroni nello scoprire che gli osservatori
delle singole immagini prodotte in questa ipotetica
circostanza ne darebbero interpretazioni diverse pur
essendone essi stessi gli autori.
E’ ancora aperto ed irrisolto il quesito legato alla
cultura della lettura delle immagini. Una grande
superficialità, rilevata in particolar modo negli ultimi
anni, contraddistingue il lettore ed, ahimé, taluni
Editors (coloro che all’interno di strutture
giornalistiche decidono le foto da pubblicare). C’è da
chiedersi come mai, a volte, la fotografia appare come
un dèjà vu e come tale non meritevole di maggior
attenzione, osservazione. C’è da domandarsi se la
cultura dei fotogrammi cinematografici ci abbia
spaventato a tal punto da impedirci di scoprire che il
click fotografico può essere magnifico o terribile,
affascinante o orripilante, vero o subliminale.
Inevitabile parlando di fotografia è occuparci a anche
se con breve accenno alla “questione Privacy”. In questi
ultimi anni la libertà di informazione, e quindi anche
quella visiva, è stata messa in discussione proprio in
rapporto al rispetto della privacy. Carta di Treviso a
parte, è fuor di dubbio che ogni buon fotogiornalista
mai realizzerebbe immagini che possano ledere i soggetti
ritratti.
Il disagio non risparmia l’occhio di colui che è dietro
il mirino della macchina fotografica, il dovere
professionale di documentare comunque l’evento non farà
mai venir meno l’emozione del fotogiornalista, emozione
che si trasforma, per un professionista dell’immagine,
in vera unica garanzia capace di bilanciare
opportunamente i due contrapposti aspetti: privacy e
diritto di cronaca.
Rimettendo poi i piedi per terra non dimentichiamo
l’accenno alla corretta composizione fotografica .
Equilibrio negli spazi, piani a fuoco, linee rispettate,
volumi non disattesi, colori ed armonia fanno della
fotografia una bella o brutta immagine anche se ogni
tanto appare un geniaccio che “mescolando i colori” fa
scoprire un’altro modo di interpretare le immagini ma…
questa è tutta un’altra storia!!!
La fotografia, quella vera, permettetemi questa
“romantica” chiosa, è quella che ognuno di noi può
osservare in casa di amici quando, al termine di una
lieta serata, mostrano le foto di famiglia: le uniche
vere storie incapaci di raccontare bugie.
Mauro
Frascatore, giornalista La Nazione
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Il linguaggio
giornalistico: efficacia e coincisione
Saper variare il proprio stile a seconda
dell’interlocutore, della situazione e del tipo di
comunicazione è una dote che molti possiedono ma nella
comunicazione giornalistica non è sufficiente; il
linguaggio dell’informazione ha le sue regole specifiche
e il suo stile, che deve essere semplice, chiaro e
incisivo.
Il 10 febbraio 2006, in un’affollatissima aula
dell’Istituto Professionale “L. Einaudi”, così Renzo
Raffaelli, giornalista di ampia esperienza e
vice caporedattore del Secolo XIX, ha esordito entrando poi
nel vivo dell’argomento.
Nonostante la varietà delle tecniche di comunicazione,
per scrivere un buon articolo giornalistico bisogna
prima di tutto rispettare la nota regola delle "5 W"
che, qualunque sia il genere e l’argomento trattato,
rendono completa la notizia. Seguendo le indicazioni del
giornalismo anglosassone un buon articolo deve
rispondere alle cinque domande: Who?
(Chi?), When? (Quando?), Where? (Dove?),
What? (Cosa?), Why?
(Perché?). Talvolta l’ Why? può essere assente
mentre altre informazioni possono aggiungersi per
rendere più completa e interessante la notizia: ad
esempio riferimenti relativi allo “sfondo” (background)
cioè a fatti o elementi precedenti adeguati alla
comprensione dell’ avvenimento descritto.
Importantissimo è poi l’attacco (lead), cioè
l’inizio dell’articolo che ha la funzione di anticipare
alcuni elementi e di catturare l’attenzione del lettore;
di fondamentale rilevanza il “titolo” che per primo
richiama l'attenzione del lettore e sintetizza in poche
parole il contenuto del testo.
A questo punto, ha proseguito il giornalista, ci
possiamo mettere al lavoro usando un linguaggio e uno
stile adatti. A chi ci rivolgiamo? A seconda del
pubblico a cui è indirizzato l'articolo saranno adottati
un linguaggio e un tipo di scrittura diversi. Ad esempio
in un articolo di cronaca sarà bene utilizzare una
terminolgia semplice mentre per un articolo
specialistico-scientifico sarà richiesto un linguaggio
più rigoroso.
Comunque, indipendentemente dal target di riferimento, i
caratteri essenziali del linguaggio giornalistico
possono essere così sintetizzati:semplicità, efficacia e
concisione. Pertanto una struttura del periodo semplice,
a prevalenza paratattica, con frasi brevi, una sintassi
snella ed essenziale, un lessico con prevalenza di
termini oggettivi ed espressivi che sappia catturare
l’interesse del lettore e comunicare l’informazione in
modo incisivo.
Raffaelli ha concluso soffermandosi sull’esperienza del
Secolo XIX “Il giornale in classe”, in atto in alcuni
Istituti superiori spezzini, con la finalità di
appassionare gli studenti alla lettura del quotidiano e
per rendere Il Secolo XIX sempre più familiare e vicino
al lettore giovane.
A cura della Redazione
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SONO I PARTICOLARI CHE
FANNO LA DIFFERENZA
Quante cose sono cambiate
nei giornali, a partire dall’impaginazione che porta via
la maggior parte del tempo a redattori e capi servizio
per fare il menabò, i titoli, gli occhielli, le
didascalie, e poi i computer al posto delle macchine da
scrivere, i telefonini per spedire e-mail e foto, il
proliferare degli addetti stampa, i p.r. (pubbliche
relazioni), le agenzie di stampa che sfornano notizie e
aggiornamenti; ma una cosa è certa, il lavoro del
cronista, di un buon cronista, resta sempre quello:
andare a cercare le notizie, verificare l’attendibilità
delle fonti d’informazione, rispondere ai tanti perché.
Sono queste le cose che vogliono sapere gli stessi
lettori. Come ripete sempre lo stesso Presidente della
Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, quando incontra i
giornalisti: non curvare la schiena, essere stimolo e
controllo delle istituzioni. Purtroppo leggiamo ogni
giorno tante notizie “lecca lecca” che non aiutano certo
a fare sviluppare una comunità, un quartiere, migliorare
la scuola, la sanità, le garanzie del posto di lavoro.
E poi troppe notizie vengono sparate in locandina il
primo giorno per essere smentite o ridimensionate il
giorno dopo. Anche nel passato c’era purtroppo chi
sosteneva che il giornale si fa così: oggi si dà la
notizia e domani la si smentisce. Questo non significa
certo fare del buon giornalismo. Così come non è buon
giornalismo trasformare tutte le notizie in un giallo,
quando si sa già, dopo le prime ore di indagini, come il
caso si è risolto.
Evidenziare il dissenso
La cronaca oggi, con la
presenza di mille TV e siti Internet, brucia tutto in
un giorno. Ed allora un buon cronista, come è nella
natura di uno che sceglie di fare questo mestiere o se
vogliamo questa professione, deve cercare di
evidenziare il più possibile tutto quello che non va,
sia nella pubblica amministrazione, che nei vari enti
che erogano servizi. Oggi il dissenso, di qualsiasi tipo
esso sia, non trova spazio. Eppure basterebbe guardarsi
intorno per trovare spunti per dar vita a servizi
intelligenti capaci di attirare un maggior numero di
lettori. Il pubblico purtroppo, anche se sdegnato di
fronte a notizie forzate, “premia” quei giornali che le
sparano più grosse. I sondaggi dicono che i lettori
preferiscono notizie che riguardano le pensioni, la
scuola, il lavoro, la sanità e persino la politica, ma
sulle locandine affisse ai lati delle edicole finiscono
inevitabilmente le notizie “gridate”: Guerra tra
commercianti, violentata dal padre, armi in pugno
rapinano ufficio postale, scoperta casa squillo-tremano
i vip, e poi qualche strage evitata, dal fulmine caduto,
da un’auto impazzita, dal crollo di un’impalcatura. Non
si vedrà mai in locandina, a titoli cubitali, intervista
al presidente della Camera di commercio o degli
industriali, parla il direttore del museo, la sfida del
sindaco o l’appello del vescovo. Ed allora visto che
dobbiamo parlare di cronaca diamo uno sguardo a quello
che interessa di più al lettore.
Scrittore e giornalista.
Innanzitutto tiriamo una
linea di demarcazione tra lo scrittore e il giornalista:
il primo può inventare, mentre il secondo deve
raccontare i fatti. Per il cronista è importante tutto
ciò che tocca da vicino il cittadino e quindi il
lettore, nel bene o nel male, oppure che rompe la
monotonia della giornata. Mettiamo da parte la cronaca
nera di un certo impatto che trova ampi spazi
(rapimenti, crolli, terremoti, gravi incidenti,
sparatorie, arresti di personaggi noti) e vediamo come
si può sviluppare una notizia che all’apparenza
interessa sempre meno, come uno scippo, un morto per
overdose, un’auto che sbanda e va fuoristrada, ma che,
evidenziando i particolari, può suscitare lo stesso
grande interesse. Un buon cronista si distingue in
questo.
I particolari che contano.
Per sapere certi
particolari bisogna andare sempre sul posto, sentire gli
amici, avvicinare i parenti. Purtroppo oggi, per
mancanza di tempo, si fa cronaca utilizzando il
telefono, ma questo non basta, perché è inevitabile che
si raccontino i soccorsi, che sono scontati, e non le
sensazioni della gente che ha assistito all’evento, alla
disperazione dei parenti, allo strazio di un ferito. E’
vero che oggi le leggi che tutelano la privacy
ingabbiano la cronaca, ma se parlano gli interessati, se
si descrive la vita del ragazzo quando giocava a
pallone, dell’adulto quando fu premiato per le donazioni
di sangue alla Croce Rossa, ecco che si può raggirare
l’evento cruento, dare più spazio al fatto di cronaca,
illustrare meglio il passato e raccontare gli affetti
tra le mura domestiche.
COME POSSIAMO SCRIVERE UN
FATTO DI CRONACA
E’ il caporedattore o il caposervizio che ci chiede
quanto dobbiamo scrivere. Dipende molto dall’importanza
dell’avvenimento e dallo spazio che ha a disposizione
nella pagina. Oggi gli spazi vengono concordati persino
con i corrispondenti.
La Breve
è una notizia in poche
righe. In alcune redazioni c’è un addetto che cura
questa rubrica. Comunicati di due cartelle spesso
vengono ridotti in poche righe. L’incaricato deve essere
bravo ad estrapolare l’essenziale.
La notizia
va raccontata, più o meno, in 60 righe. Bisogna esporre
i fatti descrivendo i dettagli, le testimonianze ed
eventuali dichiarazioni. La notizia è riferita ad un
solo episodio ed il lettore deve poterla comprendere
anche se non ha letto i giornali nei giorni precedenti.
L’articolo
è in pratica una
notizia più lunga e approfondita. E’ in effetti quello
che si chiama un “pezzo”. Entrambi stanno ad indicare
qualsiasi scritto che viene pubblicato su un giornale.
Il servizio
è un articolo più meditato e approfondito, ma non è
l’inchiesta. Il giornalista sviscera meglio la notizia,
cerca testimonianze, riporta più specificatamente i dati
in un riquadro, evidenzia i precedenti, fa parlare il
protagonista. Il servizio necessita di una scrittura più
accurata.
L’inchiesta
è l’articolo più prestigioso per il giornalista. E’ come
se indossasse i panni di un inquirente, col vantaggio
però che non ha bisogno di mandati o ordini di
perquisizioni. Può muoversi liberamente, come un
segugio, e sviscerare al meglio l’episodio di cronaca.
Un’inchiesta richiede giorni ed anche mesi. Non basta
fare delle telefonate per raccogliere i pareri dei
personaggi coinvolti o dei protagonisti, perché da
un’inchiesta, che spesso si affianca a quella delle
forze dell’ordine, il lettore si aspetta particolari
poco conosciuti, rivelazioni di testimoni, o documenti
che possono chiarire i molti dubbi fino ad allora
alimentati. Spesso proprio da un’inchiesta giornalistica
partono le indagini della magistratura.
Il pastone
è il classico servizio
che si fa quando accadono avvenimenti simili durante una
giornata: le manifestazioni relative ad una particolare
festa cittadina, il maltempo in provincia, i danni per
un alluvione, gli esodi di Pasqua o di ferragosto, la
chiusura delle scuole, le maschere di carnevale nei vari
quartieri. Oggi si preferisce fare un piccolo cappello
iniziale (una specie di notizia in breve) per spiegare
l’episodio più in generale per poi far seguire le varie
notizie, con i titoli, e poche righe di testo.
Il colore
è un articolo divertente, dove il giornalista può
mettere meglio in mostra la sua arguzia ed il suo
sapere. Serve per dare quel tocco di “colore” ad una
pagina dedicata ad un avvenimento. Il giornalista
descrive un suo ricordo con il personaggio, racconta
qualche particolare curioso dell’incontro a tavola, del
modo di vestire, qualche battuta sfiziosa, il tutto per
descrivere meglio quell’episodio. Diciamo che per fare
il colore ci vuole anche la notizia adatta e il
personaggio giusto. Per esempio meriterebbe un pezzo di
colore “la raccolta di firme contro l’Enel, se al banco
degli ambientalisti ci fosse il figlio del direttore
della centrale. Cose che capitano. Ricordo per esempio
negli anni sessanta, il sindaco che con la fascia
tricolore tagliava il nastro per le nuova cattedrale e
dall’altra parte, tra i contestatori, c’erano i due
figli che scandivano slogan.
Franco
Carozza, giornalista, Il Secolo XIX
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“L’intervista”
Tullio De Mauro, nel suo “Lessico Italiano”, così
definisce: “nei sottogeneri del parlato l’intervista si
deve considerare uno scambio bidirezionale con presa di
parola libera”.
Questo è un tema che riguarda gli aspetti propri della
professione giornalistica, ma che coinvolge anche tante
altre discipline: la psicologia, nel rapporto complesso
che si crea fra il giornalista e l’intervistato; la
sociologia, per i ruoli che gli interlocutori assumono e
che solo apparentemente paiono rigidi e determinati; la
retorica, per tutti i processi legati all’uso del
parlato, utili a vincere le barriere poste di fronte al
processo ermeneutico, che finalizza tale forma di
dialogo.
Talvolta, lo scambio bidirezionale del messaggio e
dell’informazione non rimane libero, diviene non libero.
Allora, quando la passionalità, i pregiudizi, le tesi
precostituite, una rigida visione del mondo prevalgono
nell’intervistatore, impedendo una libera presa di
parola, l’intervista si trasforma in una sorta di
interrogazione, che pone delle regole di subordinazione,
che trasforma i ruoli e li trasporta in una dimensione
conflittuale.
E’ più corretto che il giornalista, prima di stendere
un’intervista, si prepari sul tema, si formi una
conoscenza, affatto pregiudizievole e basata su dati
certi, verificati o verificabili, intorno a quanto dovrà
trattare.
Il giornalista, infatti, spesso dimentica, per lo stress
e per i ritmi del suo lavoro, un aspetto essenziale
della propria professione: l’essere lui stesso un
tramite, un mezzo attraverso il quale la notizia, le
informazioni debbono giungere al lettore.
Con questo si è ben lungi dal sostenere che il
giornalista non debba esprimere le proprie opinioni,
formulare un giudizio, perché la sua funzione di
opinion leader, di gatekeeper è oggi
indiscutibile, ma tale intervento personale non deve
dominare la notizia, deve piuttosto conferirle
credibilità.
Una comunicazione corretta deve possedere, a dispetto
dei suoi detrattori, una sua etica, formale e rigorosa,
priva di ideologismi e di facili moralismi, con
l’imperativo categorico d’impedire che ogni
fraintendimento possa prendere il sopravvento e di
permettere che i fatti vengano esposti correttamente,
che la verità possa essere ricostruita.
Per tale motivo chi si occupa di questo settore dovrebbe
possedere una sensibilità particolare, una sorta di
ingenium, un acume, una consapevolezza
dell’esistenza della diversità, dovrebbe darsi una
regola che imponga di favorire la comprensione delle
cose comunicate.
Quindi, che cos’è un’ intervista?
Un’intervista è una forma di comunicazione specializzata
fra persone, per un obiettivo specifico associato con un
oggetto, un tema determinato.
Il giornalista durante l’intervista ha la possibilità,
che deve saper sfruttare con sapienza e abilità, di
implicare favorevolmente il suo interlocutore, di
metterlo a proprio agio, di aiutarlo, chiarendo le
domande e aggiungendo, se necessario, informazioni,
oppure di approfondire la qualità delle risposte e di
variare la loro quantità, rilevando anche la condotta
non verbale dei soggetti intervistati.
D’altra parte il giornalista ha, nel contempo, alcune
difficoltà da superare.
Innanzitutto egli ha il dovere di registrare con
esattezza le risposte ottenute, questo perché deve poter
fare fronte ad ogni eventuale richiesta di chiarimento o
di smentita, proveniente dall’intervistato. I mezzi
tecnologici oggi a disposizione, i registratori, sono
molto pratici, utili se non indispensabili, ma la loro
rilettura e trascrizione richiede spesso troppo tempo
per un’indaffarata redazione.
La maggior parte delle volte, quindi, il giornalista
della carta stampata si affida, necessariamente, alla
propria memoria, oppure a qualche appunto, scritto
rapidamente su di un taccuino.
Un’altra complicazione dell’intervista si verifica
quando l’atteggiamento dell’intervistatore interferisce
con la psicologia dell’intervistato.
In tal caso la validità delle risposte viene
irrimediabilmente compromessa.
Si rifletta, ad esempio, intorno a certi servizi
effettuati con troppa disinvoltura e senza sufficiente
discrezione, in ambiti istituzionali o politici, che
impongono abilità e prudenza tattica e che, se mal
condotti, producono, immediatamente, la chiusura
difensiva dell’intervistato.
Infine un nemico della buona intervista, assolutamente
da non sottovalutare, è l’ambiente in cui essa ha luogo
e che interferisce con il suo esito.
Un’intervista sostenuta in un luogo propizio e
gradevole, possibilmente accogliente per l’intervistato,
consente, con maggiore facilità, un abbassamento, almeno
parziale, delle barriere che può avere frapposto davanti
a sé.
Diversamente, un ambiente ostile o desueto, come ad
esempio uno studio televisivo, impone, prima della
registrazione o della messa in onda in diretta, un
attento lavoro preparatorio, per favorire lo svolgimento
sereno dell’intervista.
Vi sono differenti tipologie di interviste.
Le più comuni sono quelle che gli anglosassoni
definiscono normative interview e che spesso
sono condotte dalla stampa quotidiana, per verificare
la sensibilità del proprio pubblico su alcuni temi
specifici.
Lo scopo, in questo caso, è soprattutto quello di
raccogliere una buona quantità di informazioni,
destinate a formare un’analisi statistica.
Si pensi, in merito, ai sondaggi d’opinione, spesso
raccolti anche all’impronta, in strada, e che servono a
fornire al lettore un quadro delle presunte opinioni
della gente.
All’opposto di questa tipologia, massificata e un poco
anonima, si trova quella che la casistica anglosassone
definisce l’élite interview, volta a raccogliere
informazioni da uno, o da pochi soggetti altamente
selezionati.
Questa non è assolutamente condotta con criteri
sociologici, o statistici, ma piuttosto viene praticata
per approfondire la conoscenza di un soggetto, o di una
particolare situazione.
In questo caso ci si trova davanti alla reale intervista
a carattere giornalistico, nella quale l’intervistatore
deve conoscere bene il tema, l’argomento o il soggetto,
deve studiarlo a fondo, deve prepararsi prima di porre i
quesiti, in modo da essere sicuro, per potersi adeguare
alla situazione e per poter modulare le domande in
funzione dell’andamento dell’intervista medesima.
Pertanto è buona consuetudine non improvvisare mai
un’intervista.
L’intervistatore non deve inoltre trascurare alcun
particolare, anche insignificante, perché esso potrebbe
provocare disturbo. La mancanza di rispetto di qualche
consuetudine, l’indifferenza verso particolari
gestualità o ritualità, possono pregiudicare l’esito del
lavoro, anche se ben programmato.
Quindi è buona norma dell’intervistatore rispettare, e
non solo verbalmente, ma anche formalmente nel
presentarsi e nel comportamento, la persona con la quale
sta entrando in relazione, che gli concederà tempo ed
attenzione e che rivelerà opinioni e sentimenti.
Da un punto di vista accademico si insegna, nelle scuole
di giornalismo, ad aver cura delle condizioni di luogo e
di tempo nelle quali l’intervista avviene, a contattare
con sufficiente anticipo gli intervistati, ad accertarsi
della loro disponibilità, a chiarire loro alcune
informazioni fondamentali in merito a quanto verrà
discusso.
Nello stesso tempo il giornalista deve dichiarare la
propria identità, la testata per la quale lavora,
precisare gli obiettivi e talvolta la finalità
dell’incontro, assicurare la riservatezza delle
informazioni raccolte, indicare la durata
dell’intervista.
Per quanto attiene agli ultimi due punti, la
riservatezza delle informazioni e la durata
dell’intervista, è necessario fare alcune
precisazioni.
La legge consente al giornalista la riservatezza delle
fonti e, se richiesto dall’intervistato, egli dovrà
garantire la sua tutela.
La violazione di questa sarebbe un atto gravissimo per
il giornalista, che deve difendere tale diritto.
La durata dell’intervista, per la variabilità legata ai
soggetti, alle caratteristiche del tema, alla situazione
generale esterna e a quella contestuale, richiede
un’analisi puntuale e specifica, caso per caso, e quindi
difficilmente si può definire una regola.
E’ consuetudine, però, non protrarre un’intervista
oltre i quaranta minuti e non stare mai al di sotto dei
venti.
E’ comunque essenziale che l’intervistatore non sia
prolisso e che non affatichi l’interlocutore, ma neppure
che sia frettoloso e disordinato nel porre le domande .
Esiste poi una serie di procedure che lo scrupoloso
intervistatore deve seguire per svolgere il suo lavoro
con dovizia.
Innanzitutto egli deve sapere ascoltare con attenzione,
nel farlo deve assumere una posizione naturale e, se
necessario, invitare l’interlocutore a fare altrettanto,
deve muoversi in modo spontaneo, diffondere un
sentimento di benessere, essere naturale nello sguardo,
senza fissare l’interlocutore in modo ossessivo, o
tantomeno inquisitivo.
Un buon intervistatore deve esprimere brevi commenti
riferiti a ciò che l’intervistato ha detto, per
sollecitarne eventuali precisazioni, approfondimenti e
chiarimenti.
Altresì è considerato inopportuno passare repentinamente
da un argomento all’altro ed interrompere l’intervistato
mentre questi sta parlando.
Quindi un giornalista professionista dovrebbe assumere
un atteggiamento aperto ed empatico.
I commenti, semmai, dovrebbero essere fatti a margine
dell’intervista, come vorrebbero le compassate regole
del giornalismo britannico.
Infine, dialogando gradevolmente con l’interlocutore,
l’intervista si deve concludere riassumendo i punti
essenziali discussi, elaborando una formulazione
coerente e ordinata di ciò che è stato espresso e, se
necessario, individuando temi che meritano ulteriori
approfondimenti.
Si può creare un protocollo di comportamento, una
procedura da seguire per formulare una corretta
intervista?
La letteratura ci insegna che le regole sono state
ricostruite a posteriori. I grandi giornalisti del
passato erano soliti andare ‘a braccio’, improvvisare,
affidandosi alla propria sensibilità, insieme alle
proprie conoscenze, non sempre accademiche, ma più
spesso frutto di un’esperienza cresciuta nella “bottega”
del giornale.
Oggi questo fa parte, quasi sempre, dell’iconografia del
giornalismo. Oggi il professionista dell’informazione
deve essere preparato, accademicamente e
professionalmente, ad affrontare la complessità e la
mutevolezza della società contemporanea.
Nulla può essere lasciato al caso, alla buona volontà,
al solo istinto. Un’intervista deve essere attentamente
preparata, ordinata ed organizzata.
Dopo aver precisato le questioni generali da trattare,
costruendo un back-ground, una base di conoscenze utile
ad affrontare l’intervistato, la preparazione impone una
prima sommaria redazione delle domande che verranno
poste.
Esse si strutturano a seconda del grado di apertura o di
chiusura.
Le domande aperte pongono poche condizioni e indicazioni
alle risposte. Normalmente esse vengono utilizzate
all’inizio per favorire la comunicazione, concedendo
all’intervistato maggiore libertà di espressione.
Insomma, in gergo, queste domande servono per
“sciogliere il ghiaccio”.
E’ poi necessario passare alle domande chiuse, dirette,
pertinenti il tema, che rendono più agevole l’azione del
giornalista nel governare l’intervista, la sua durata e
la sua coerenza.
Per quanto riguarda la sequenza delle domande, sarà
opportuno raggrupparle per temi principali, iniziando
con quelle di carattere generale, per introdurre
l’argomento in discussione e poi, a seguire, proponendo
quelle più specifiche, destinate all’approfondimento.
Il giornalista avrà la cura di passare da un argomento
all’altro, cercando di non provocare fratture nel
discorso. Anzi, se l’intervista è prevista di lunga
durata, potrebbe essere utile accompagnare le
transizioni con una breve sintesi degli argomenti
esaminati.
La conclusione deve giungere naturalmente, senza brusche
interruzioni, con i ringraziamenti all’interlocutore e
con appropriate formule verbali.
Questo è uno schema, accademico, di un’intervista
standard.
Il suo successo, al di là delle formule utilizzate e del
tipo di domande, dipende essenzialmente dalla capacità
del giornalista di sapere realizzare un’efficace
comunicazione interpersonale.
Quindi emerge ancora una volta una caratteristica
essenziale del giornalismo, quella che affida alla
sensibilità, all’intuizione, alla “genialità” del
professionista della scrittura il successo di una buona
intervista.
Lorenzo Tronfi
Storico ed esperto di Comunicazione Politica e Pubblica
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Cronaca
sportiva
SPEZIA IN SERIE B: DIARIO DI UNA RADIOCRONACA ATTESA 55
ANNI
DOMENICA 10 SETTEMBRE, ORE 15.10.
E’ domenica pomeriggio. Il computer è collegato ad
Internet, i quotidiani sono aperti sulla scrivania, in
sottofondo c’è la voce indistinta dei telecronisti Rai
che raccontano il gran premio di Monza. Schumacher dev’essere
in testa, ma non ne sono sicuro. L’almanacco del calcio
è aperto, nascosto da una montagna di carta ed il
block-notes è già pieno di appunti. Domani sera inizia
il campionato e la mia radiocronaca comincia qui.
Il trillo del cellulare mi richiama alla realtà: è la
redazione centrale che mi ricorda brevemente le modalità
della diretta. “Ci serve un pezzo da inserire nel
giornale delle 20.00” – mi spiega il collega – “poi alle
20.40 andiamo in onda per la presentazione
dell’incontro”. “Interventi brevi, mi raccomando,
ricorda che abbiamo a disposizione solo diciotto
minuti”. “Al termine della gara devi riversare due
interviste, una al mister dello Spezia l’altra ad un
protagonista del match, ok?”. Ricevuto.
Raccontare le partite alla radio è il mio lavoro e farlo
bene è la mia missione: credo che non esista nulla di
più difficile di una buona radiocronaca. E’ come
descrivere la Cappella Sistina ad un non vedente: si può
parlare di generici “affreschi” oppure si può tentare di
riprodurre le vibrazioni che Michelangelo Buonarroti ha
trasmesso con il “Giudizio Universale”. Bisogna farlo
solo con le parole e l’intonazione della voce,
consapevoli che chi ti ascolta non ha il dono della
vista.
Ricordo di un collega che un giorno disse: “Questa è una
delle circostanze nelle quali, alla radio, si sente la
mancanza delle telecamere”. Nei novanta minuti di una
partita questa assenza pesa spesso: ogni dribbling,
rete, tiro in porta, persino il battimani dei tifosi
sugli spalti, deve essere descritto cercando di
coglierne il gusto, la bellezza, l’emozione.
E’ un compito arduo, tremendamente difficile.
Per questo sono qui. Perché se voglio portare i miei
ascoltatori nel cuore della partita di domani sera devo
essere preparato. Giocatori, carriere, storie ed
aneddoti: devo averne a profusione perché torneranno
molto utili.
La fase uno, quella della preparazione didattica, può
durare anche un paio d’ore: se dovessi realizzare una
radiocronaca integrale (tutti i novanta minuti della
partita) sarei ancora più minuzioso ma, visto che avrò a
disposizione solo pochi interventi, mi posso limitare ad
alcuni dati statistici che mi aiuteranno nel commento.
Ci sono alcuni ex, il rendimento delle squadre nello
scorso campionato e dei nuovi acquisti dello Spezia: un
po’ di utile antologia.
Il bello, comunque, verrà domani.
LUNEDI 11 SETTEMBRE, ORE 18.00
Oggi è il giorno della partita, una gara attesa undici
lustri più un’estate intera. Stasera si gioca al “Picco”
ed è un bel vantaggio: non è solo una questione
logistica (credo che raggiungerò viale Fieschi a piedi…)
ma anche di visibilità. La tribuna del nostro stadio,
infatti, è attaccata al campo ed ha un’ottima visuale
sul terreno di gioco: non fosse per quei pali di
sostegno e per il fatto che la fascia laterale sotto di
essa sia molto vicina (cosa che ostruisce un po’ la
visuale sui calci d’angolo) sarebbe davvero fantastica.
Bellissima, comunque, la è e non vedo l’ora di sedermi
al mio posto: “Speriamo che Mauro Gusberti mi abbia
riservato la postazione che avevo l’anno scorso, la
numero quattro” – penso, mentre raggiungo casa per una
doccia – “d’altronde la cabala va rispettata”.
Quest’anno, poi, con la promozione in serie B, ogni
giocatore ha impresso il proprio nome sulla maglia: un
gran vantaggio, soprattutto quando si tratta di
riconoscere da lontano (in quei bruttissimi stadi con la
pista di atletica) gli elementi della squadra
avversaria.
ORE 19.30.
Ci siamo. Ho ritirato il mio pass allo sportello
accrediti e sto varcando la soglia del “Picco”. E’ una
bolgia ed i brividi mi corrono lungo la schiena.
Incontro tanti amici, colleghi, tifosi e per tutti e da
tutti c’è una parola di sostegno alla squadra che sta
per iniziare la nuova avventura. Mi fermo al bar della
tribuna per il solito caffè e per la bottiglietta
d’acqua che mi sosterrà lungo la gara (quasi fossi un
giocatore anch’io). Salgo le rampe che conducono alla
tribuna stampa e dopo un giro di saluti e strette di
mano mi dirigo deciso verso i colleghi della stampa
ospite: per un radiocronista è una tappa fondamentale.
Chiedo indicazioni sulla reale posizione dei giocatori
in campo, chiedo lumi sulla pronuncia di un cognome
straniero, mi faccio raccontare qualche aneddoto sul
pre-campionato.
Collego la mia apparecchiatura alla presa ISDN e ricevo
la prima chiamata dalla radio per un test: “Ti sento
forte e chiaro” - mi rassicura il regista dall’altra
parte del ricevitore.
Una bella hostess mi consegna la cartella stampa, dove
trovo altri dati sulle due squadre, mi siedo, scambio
due parole con il collega che mi è a fianco, Paolo
Ardito del Secolo XIX. Racconti delle vacanze e speranze
di un anno ricco di entusiasmo. Apro la cartella e trovo
la distinta ufficiale: vi si trovano stampate le
formazioni, i nomi della terna arbitrale ed alcuni spazi
per gli appunti (calci d’angolo, marcatori, ammonizioni,
espulsioni). Osservo attentamente lo schieramento degli
avversari: quando le squadre si disporranno sul campo
dovrò cercare di memorizzare la posizione di ogni
singolo calciatore ed individuare un segno particolare
(l’aspetto, i capelli…) che mi aiuti a riconoscerlo, per
non essere costretto a guardare continuamente la
distinta durante la radiocronaca. Arriva un’altra
chiamata: “Ciao Matteo – dice il regista – tra un minuto
andiamo”. Controllo che il cronometro funzioni, apro il
block-notes, sorseggio un goccio d’acqua. Tocca a me.
“Amici sportivi buona sera. 55 anni e 79 giorni dopo
l’ultima volta lo Spezia torna ad affrontare il
campionato di serie B. Di fronte a diecimila spettatori,
nel rinnovato stadio “Alberto Picco”, agli ordini del
signor Celi di Campobasso, ecco le formazioni in campo…”
Buon divertimento!
Matteo Cantile, giornalista Telenord
Genova
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Le parole del cibo
Scrivere
di un piatto, di un prodotto, di un’usanza alimentare
storica è qualcosa di diverso dalla normale scrittura
giornalistica Che cosa differenzia dunque la scrittura
se il brano tratta di gastronomia? Le prime cinque righe
devono dare il segnale di ciò di cui tratterà il pezzo,
come avviene in tutti gli attacchi. Ma la scrittura di
un pezzo di gastronomia, in genere, presume qualcosa di
più da attingere con una ricerca di dati. Il pezzo deve
contenere oltre alle informazioni su come, dove, quando,
perché, chi e il “dentro” della situazione. Questo sia
che si tratti di un dolce o di un tegame di acciughe con
patate o di una pianta autoctona tornata negli orti.
Quando si
parla di ricette sono d’obbligo le sequenze gestuali,
gli elementi configurativi dei procedimenti. Ma
altrettanto importante è il ritratto storico. Facciamo
un esempio. Se devo scrivere un pezzo sui canestrelli di
Brugnato, oltre ad informare chi legge sul forno che li
produce, sul nome del fornaio, sulla sua età, devo
andare alle radici del dolce.
“Tutto ciò
che è tondo e ha un buco al centro, è nella tradizione
gastronomica un chiaro segno femminile. I canestrelli di
Brugnato sono su questa strada. “L’anello – scrive Piero
Camporesi nel saggio edito da Pratiche Editrice e
intitolato “Alimentazione folclore società” (1980) – che
nella sua forma rotonda adombra il pozzo, il mundus
comunicante con le viscere della terra, era sentito come
talismano magico”. Da ciò le molte forme rotonde dei
dolci ricavati dalla pasta di pane in tutte le civiltà.
Le lavorazioni ad anello, come è il caso dei canestrelli
di Brugnato, sono legate, quindi, ai riti gastronomici
di propiziazione, arrivati fino a noi secondo usanze
ripetitive di esecuzione. Appartengono senz’altro a uno
dei più diffusi generi di pane festivo, come le
ciambelle (o giambelle) anch’esse larghe, tonde, col
buco. Scrive Camporesi: “I dolci e i pani nascondevano
segrete immagini di congiungimento atte a impetrare,
nella riproduzione, la moltiplicazione e la fertilità,
sia nei campi che nelle donne”. Il canestro, poi è un
contenitore, come il grembo della madre. Nella vicina
Lunigiana i canestrelli, più piccoli ma non nella stessa
composizione organolettica, compaiono nel giorno delle
Palme, legati ai rami d’ulivo, profumati con noci
spezzettate, cosparsi di semenzine colorate. Il
riferimento ai riti arcaici della primavera è palese. Ma
nei canestrelli di Brugnato si verifica un fatto ancora
più interessante: profumano di anice. E se la loro
storia si intrecciasse, come per i biscotti di Lerici
con le tradizioni gastronomiche rituali ebraiche? Per
un puro caso la la loro formula somiglia molto a quella
delle ciambellette di Pesach, che però non hanno il
lievito. Il discorso della lievitazione ci riporta alle
arcaiche tradizioni contadine: ciò che lievita, gonfia,
porta bene”.
E per
continuare a parlare di dolci del territorio spezzino,
ecco un secondo esempio.
“Sentori
di cannella, noce moscata, chiodo di garofano, quella
nota di cedro candito sposata con la morbidezza della
marmellata. Profumo di noci, mandorle, di pinoli. Forse
miele. La spongata è un capolavoro sarzanese di ricetta
segreta, certamente non nata per caso considerata la
presenza di tutti quei semi di cui è ricca. Semi che ci
riconducono alle focacce arcaiche invocanti la fertilità
della terra e della donna. Ecco perché è da ritenersi
uno di quei prodotti di grande personalità che segnano
la cultura del cibo di un territorio. Prodotti che non a
caso stanno diventando souvenir e muovono la curiosità
del luogo. Ma affiora subito una domanda: quali origini
ha quel suo ripieno che ricorda tanto le dolcerie
speziate rinascimentali?
Qual è il
confine con il pan speziato? Lo scrittore-giornalista
enogastronomo Salvatore Marchese ha scritto sulla
spongata nel libro “La cucina della luna” edito da Agorà
(2000). Traendo fonti da un verso di Ovidio, citando
Targione Tozzetti che riporta nei Viaggi (1768-1777)
quanto afferma Ventura Pecini da Panicale: “Sia i Liguri
sia i Galli esportano focacce, cui usiamo dare sapore
con miele, zafferano e pepe”. Come dire che qualcosa di
pagano affiora dalle origini antiche del dolce.
E se fosse
invece un retaggio di pasticceri ebrei? O una delle
tante straordinarie torte lasciate dagli Svizzeri che
sono venuti a vendere qui da noi spezie e dolcerie?
Resta un enigma. Ma tant’è che il percorso delle
spongate esiste e dall’Emilia (Brescello, Reggio) va
verso Pontremoli e raggiunge Sarzana.
Il dubbio
sulla provenienza non intacca la bontà del prodotto che
va gustato tiepido a piccoli pezzetti per dare alle
papille il tempo di tirare fuori tutti gusti, tutte le
armonie. E’ arte che si mangia, la spongata sarzanese”.
Gabriella Molli
giornalista pubblicista,
Il Secolo XIX
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Riflessione sul giornalismo televisivo
Benvenuti e grazie per essere così numerosi. Non è
facile riuscire a radunare tanti giovani, così attenti
ed interessati a questo argomento, il giornalismo.
Mi chiamo Enrico Colombo, e da molto tempo faccio
l’operatore della Comunicazione.
Gli inizi risalgono al 1973, con la nascita della prima
radio libera, il tempo dei pionieri, poche attrezzature
e molto entusiasmo, voglia di inventare, di partecipare,
con la consapevolezza che una nuova strada si stava
aprendo per la comunicazione, in particolare quella
locale. Affascinanti quei periodi, stimolanti, che hanno
segnato in maniera indelebile molti di noi. Uno di
quelli sono io.
Ritornando ai nostri giorni parlerò del giornalismo e
dell’informazione, dei suoi aspetti, dei suoi vizi,
delle sue virtù, delle sue luci ed ombre.
Il consiglio migliore che ho ricevuto, dai molti maestri
che ho avuto è stato: “Per fare il giornalista, bisogna
anzitutto avere rispetto dei lettori”. E’ una frase
semplice e ricca di significati, come tutte le regole
intelligenti. Avere rispetto del pubblico può volere
dire molte cose. Vuol dire non barare, non raccontare
balle, non pensare di rivolgersi a bambini influenzabili
come fa la pubblicità e, talvolta, anche la politica.
Significa non farsi corrompere, non contrabbandare come
informazioni piccoli spot personali, pregiudizi,
cattiverie gratuite o atti di bontà interessati. Ma vuol
dire, anche, essersi ben documentati prima di scrivere.
E, naturalmente, saper scrivere.
Saper scrivere in maniera chiara, se possibile
interessante e divertente. E’ un talento ai massimi
livelli.
Tutti cerchiamo di scrivere come Indro Montanelli, ma,
nel giornalismo italiano, egli è stato unico. Ad un
livello meno eccelso, che poi è quello che ci serve,
scrivere è un mestiere che si può imparare, come tutti i
mestieri, con molta umiltà.
L’umiltà non è la più diffusa delle merci in
circolazione, al pari della dignità, che è un ricordo
degli anni cinquanta, ma ben combinate, umiltà e
dignità, fanno un buon giornalista. Ci vuole umiltà per
chiedere aiuto, quando non si sa qualcosa (la condizione
quotidiana), per controllare la sintassi di un articolo,
l’esatta grafia di un nome…
Parliamo, allora, di informazione ed etica, distinguendo
fra buone e cattive notizie: …fa più notizia un albero
che cade o una foresta che cresce?
Per chi lavora nell’informazione non ci sono dubbi: la
notizia è l’albero che cade. E’ noto fra gli operatori
dell’informazione che i giornali che riportano solo
buone notizie in realtà, hanno pochi lettori. Anche se i
cittadini reclamano maggiori notizie buone, salvo poi
ben guardarsi dall’andare a comperare quei pochi fogli
che parlano quasi esclusivamente di buone notizie.
Dunque, gli operatori della comunicazione sono
condannati ad occuparsi solo delle cattive notizie?
Enzo Biagi ricorda che “da che mondo è mondo, la cronaca
ha sempre raccontato fattacci. Del resto, il primo libro
della Bibbia non riferisce forse di un delitto?”. Nel
mondo della comunicazione la notizia cattiva scaccia
quella buona.
Il male è, dunque, la materia prima della comunicazione
sociale. Il risultato è un’immagine del mondo reale
assolutamente sbilanciata verso il male, dove il bene
appare solo come fatto eccezionale. Questa immagine
sbilanciata comporta anche effetti reali, soprattutto
nelle persone fragili: può produrre disagio, ansia e
talora imitazione. Ad esempio, ci sono anziani che non
escono di casa perché la rappresentazione della realtà
che ricevono attraverso i mass-media è particolarmente
violenta, è fatta di furti, scippi, incidenti stradali.
E’ pertanto giusto ricordare che la vita reale rimane
nascosta, sconosciuta. Non dimentichiamo, infatti, che
oltre il muro dell’informazione c’è un altro mondo,
altri uomini e donne che quotidianamente vivono,
operano, intraprendono senza essere fra i soliti noti,
quelli delle copertine patinate, studiano, fanno
volontariato. Ci sono famiglie e pensionati che tirano
avanti facendo quadrare i conti. C’è insomma una parte
della società, certamente la maggioranza, che per essere
troppo normale, non farà mai notizia. Sono gli eroi
sconosciuti, che consentono al paese di crescere e di
andare avanti.
C’è poi un’informazione sul male, che rischia di creare
solo indifferenza.
La tv del dolore ne è un tipico esempio. La messa in
scena della sofferenza rischia di diventare un’ulteriore
violenza. E’ una tv, curiosa di conoscere il dolore
altrui, ma muta alla richiesta, spesso implicita, di
aiuto.
Un altro esempio proviene dalla TV contenitore, dove si
passa con indifferenza, o al massimo simulando un
singulto, dalle città distrutte ai morti per le bombe
umane in Palestina, al delitto di Cogne, per poi
passare, in maniera indifferenziata, al calendario della
bellona di turno. Non diverso è l’atteggiamento della
carta stampata. I mass-media mettono in scena il male e
poi lo metabolizzano, quasi lo assolvono, ruminando
pagine e pagine con particolari spesso inutili.
E noi? Non possiamo dire: non sapevamo.
I mass-media hanno dunque modificato il nostro rapporto
con gli eventi luttuosi? Proviamo ancora dolore di
fronte al male? Oppure il male è il grande rimosso? E’
possibile non rassegnarci all’indifferenza?
L’auspicio è che la parola mediatica non susciti solo
emozioni, ma provochi anche azioni e cioè che
dall’identificazione con il dolore nasca anche
l’indignazione. Anche per questo la semplice
spettacolarizzazione dell’informazione non è più
sufficiente.
Sulle grandi questioni (guerra, fame, sfruttamento,
rischi per l’ambiente, violenze dei tipi più vari…) c’è
una richiesta di approfondimento, la necessità di una
dimensione etica e valoriale, all’interno della quale
inquadrare i fatti che avvengono. Il male interroga
anche il nostro senso di responsabilità.
Oggi non possiamo più dire: non sapevamo. E in cuor
nostro speriamo di non dover mai rispondere alla
domanda: tu dov’eri? Cosa potevi fare e non hai fatto?
Ed è questa la vera sfida che si presenta ad una
comunicazione sempre più globalizzata. Risvegliare le
coscienze individuali, le capacità critiche per favorire
un’etica della responsabilità. Ma è un compito che vede
coinvolti anche i cittadini lettori spettatori. Anche
loro devono sentire l’esigenza di un’autoinformazione al
consumo della comunicazione, mettendo cioè in moto
meccanismi, che, anziché all’assuefazione, portino al
recupero di valori positivi, di sollecitazione al
coinvolgimento, ad azioni di responsabilità e
solidarietà, a non colludere con l’ingiustizia, ma anzi
ad impegnarsi per vittime spesso estranee e distanti.
E la gente comune spesso risponde con entusiasmo. Oggi
c’è anche una maggiore richiesta di conoscenza nei
processi che fanno da sfondo agli eventi.
La buona notizia è, infatti, anche quella che favorisce
il progresso culturale e civile di una comunità, la
partecipazione, la democrazia, in una parola la libertà,
che non deve essere un valore dato per scontato, ma che
deve essere protetto innanzitutto nelle coscienze e poi
nei comportamenti. Una comunicazione che offra emozioni
piuttosto che opinioni rischia di dar vita ad una
società muta.
Nessuno di noi vuole una società muta, incapace di porsi
domande, indifferente al male, assuefatta alle
sofferenze e incapace di esprimere solidarietà e
ribellione nei confronti delle ingiustizie. I
comunicatori sono dunque chiamati ad una presa di
coscienza molto esigente che si misura con una
formazione seria in campo tecnico, etico e morale e in
tutte quelle discipline che recuperano l’uomo e la donna
nella loro dignità. Quindi il diritto di essere bene
informati.
Il giornalismo con la G maiuscola è stata un’istituzione
e da qualche anno ha cessato di esserlo. E la sua
qualità non può che rispecchiare lo stato di crisi in
cui vive il mondo dei media. Ma non perché i giornalisti
di oggi siano meno preparati dei loro colleghi più
anziani.
Anzi è vero il contrario, perché oggi i giovani hanno
ottimi maestri disponibili ad insegnare i segreti del
mestiere. La realtà è che i giornalisti della nuova
generazione sono meno liberi. Hanno amaramente costatato
che è cambiato il ruolo dei direttori, un tempo figure
carismatiche ed autorevoli, capaci di prendere le
distanze dagli stessi editori per difendere la
professionalità dei singoli redattori. I direttori di
oggi sono, nella stragrande maggioranza, disciplinati
esecutori di ordini al servizio di editori impuri che,
fatte poche eccezioni, sono diventati i veri titolari
del diritto all’informazione.
Come è potuto accadere tutto questo? Come si è passati
da anni di giornalismo in espansione, gratificato da un
mercato sensibile alle iniziative editoriali, sorretto
da un’informazione pubblica attenta e pronta a dare
fiducia al giornalista, ad anni vissuti combattendo
battaglie di retroguardia, pressati da problemi di
bilancio e di credibilità?
Davanti alla scelta tra il recupero della qualità e la
miope difesa di interessi settoriali, manager e
direttori hanno imboccato la seconda e più comoda
strada. Sono più rare nelle pagine dei giornali le
grandi inchieste, affidate alle migliori firme e la
ricerca e la scelta rigorosa delle notizie, non
inquinate da fonti interessate.
I resoconti politici, le cronache economiche e
giudiziarie, ma anche quelle sportive accreditano spesso
versioni di comodo presentate per verità assolute.
Per sopperire alle carenza di notizie vere, quelle che
una volta erano le regine incontraste dei grandi
giornali, si programmano interviste fiume a personaggi
(politici, magistrati, imprenditori) prontissimi ad
inondare di inutili sproloqui il cronista.
Per non dire di quello che accade davanti alla
telecamera, dove l’intervista diventa un vero e proprio
discorso programmatico, durante il quale l’intervistato
di turno usa il mezzo televisivo per inviare messaggi,
avvertimenti, proclami.
E non basta, perché di volta in volta il proclama, se
appare sulla carta stampata è ripreso dai telegiornali e
viceversa. La catena di Sant’Antonio che lega giornali e
telegiornali è un virus, che ha contagiato quasi tutti i
giovani e rampanti direttori di testata. I telegiornali
della sera fanno da battistrada ai quotidiani del
mattino, mentre questi ultimi ispirano i telegiornali di
mezzogiorno.
Di tutto questo il lettore si è reso conto e, grazie
anche all’inquietante distribuzione di gadget, oggetto e
regali, la gente non crede più nell’imparzialità
dell’informazione. Per tutta risposta, invece di
tentare il recupero della propria funzione, il piccolo
mondo della superstite editoria pura, ha preferito non
accorgersi della montante disaffezione dei lettori ed ha
scelto, in molti casi, di vivere della rendita
accumulata negli anni d’oro della professione
giornalistica. La conquista di quasi tutte le grandi
testate, da parte del potere economico ed
imprenditoriale, ha inoltre partorito nei posti chiave
di ogni giornale, incarichi fiduciari e consiglieri del
principe, più che garanti del lettore, complici
indifferenti dell’editore, davanti ai cambiamenti che
hanno contraddistinto la nostra società.
In conclusione, il giornale non è più la fabbrica del
presente che i lettori cercano e la qualità del suo
prodotto è condizionata da una lunga serie di fattori.
In primo luogo, dalla capacità imprenditoriale
dell’editoria che si improvvisa tale, solo per difendere
gli interessi personali o quelli dei suoi referenti. In
secondo luogo, dai limiti della sua libertà d’azione,
dalla misura in cui intenda danneggiare il concorrente,
dai condizionamenti che subisce da parte dei poteri
forti.
Dopo queste considerazioni generali cerchiamo di capire
quanta influenza può esercitare la televisione sui
soggetti più deboli, quindi più influenzabili: i
bambini, che potremmo definire come il parametro della
qualità.
La libertà, come abbiamo visto, costa, come costa
affrancarsi dalla schiavitù, non farsi comprare dal
successo e dall’interesse, per seguire un ideale,
rinunziando anche a comodità e vantaggi pur di essere
liberi, di essere se stessi, pur di parlare la verità
che uno pensa ed ama; non rassegnandosi alla mediocrità
e al servilismo, pur di aiutare la gente a sognare e
costruire un mondo migliore.
Qualcuno ha scritto: “I giornalisti, come uomo ed ogni
donna, devono fare la loro parte perché il mondo cambi;
debbono contribuire a cambiare il mondo non predicando,
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