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Breve Storia del
Giornalismo
Premessa
Definire e
delineare una seppure breve storia del giornalismo, in
poche righe o in un numero necessariamente limitato di
pagine, può risultare un’impresa pressoché improba e
troppo circoscritta.
La materia
in esame, infatti, si caratterizza per i suoi vasti
contenuti interdisciplinari, oltre che per una storia
lunga ed estremamente variegata.
Un approccio a tale
disciplina, anche in ambito accademico, richiede
l’avvenuta acquisizione di un nutrito e solido bagaglio
di conoscenze, non solo storiche, ed un approfondito e
vasto deposito culturale cui attingere per comprendere
le espressioni e i contenuti manifestati e discussi
sulla carta stampata (ed anche sugli altri mass media:
la radio, la televisione, il web), nei diversi periodi
storici.
Alla luce di tali
premesse, pertanto, é necessario sottolineare le
difficoltà che si possono incontrare inevitabilmente
nell’avvicinarsi allo studio della storia del
giornalismo senza disporre di un’adeguata preparazione
storica, intesa non solo come possesso dei dati
genericamente nozionistici, ma, soprattutto, come
capacità di correlarli in una rete di conoscenze
multidisciplinari.
D’altra parte, una
storiografia, intesa a porre al centro del suo studio
l’analisi delle fonti giornalistiche, impone al
ricercatore l’esercizio di una buona misura d’empatia,
per tentare di relazionarsi a fondo con il redattore
delle pagine di un vecchio giornale, di anni o secoli
fa, che richiede un’attenzione certosina nell’essere
maneggiato, perché è spesso prossimo a ridursi in
frammenti minutissimi, ad andare irrimediabilmente
perduto, insieme con le idee e le emozioni che voleva
trasmettere.
Risulterebbe quindi
riduttivo arrivare a condensare in poco spazio uno
sguardo sulla storia, che diversamente dovrebbe essere
complesso e molto articolato.
Da queste motivazioni
appare più opportuno presentare solo alcune linee guida
ed alcuni spunti che, pur in un preciso corso storico,
possano mettere in evidenza la nascita, la crescita e la
diffusione del giornalismo nel nostro paese.
In tal modo, coloro che
vorranno in seguito approfondire questa materia, con la
ricerca di contenuti più specifici, potranno così
disporre di una generica conoscenza di base della
disciplina, nei suoi tratti fondamentali.
Le origini
Il giornalismo, recepito
come bisogno d’informazione, come condivisione della
conoscenza, confonde le sue origini con il sorgere della
storia, intesa come documentazione delle vicende umane.
E’ necessario ricordare
alcune figure tipiche dell’antichità classica, in Grecia
il
khrux,
a Roma i praecones ed i calatores, pubblici ufficiali
incaricati di declamare notizie di carattere civile e
religioso, e i subrostrani che, nei pressi del Foro, a
pagamento, fornivano informazioni ed indiscrezioni di
ogni genere, per capire quanto presto si accese nel
pubblico la sete di notizie, destinate a depositarsi
anche in documentazione scritta, attraverso, ad esempio,
gli acta diurna e gli acta populi.
La svolta nella
diffusione dell’informazione, fu indubbiamente offerta,
intorno alla seconda metà del Quattrocento,
dall’apparizione e dalla diffusione del torchio a
stampa, l’invenzione attribuita a Johann Gutenberg.
Prima di allora, già
durante tutto il corso del Medioevo, vi fu un costante
lavoro di trasmissione del sapere.
Alle trascrizioni
amanuensi dei monaci dobbiamo la salvaguardia e
l’accesso all’antica cultura classica.
Vi fu, però, anche
l’opera quotidiana, spesso misconosciuta, dei cosiddetti
menanti, reali antenati dei giornalisti, che scrivevano
a mano avvisi, mercuri, ebdomadari, ecc., destinati ad
ancora sparuti lettori, ma già sapidi di notizie
quotidiane e di cronaca minuta, utili a meglio
descrivere e a fare comprendere l’anima di un’età troppo
spesso e sbrigativamente definita buia ed incolore.
L’età
moderna
I primi giornali
d’informazione nacquero, raccogliendo gli esiti positivi
della stampa di avvisi, di fogli volanti, di brogliacci,
ecc., nella protestante Europa del nord, intorno alla
metà del 1600.
Il loro formato era
piccolo, erano suddivisi in quattro fogli, si
presentavano con un aspetto piuttosto sobrio, ma
iniziavano ad avere una periodicità regolare, prima
settimanale, poi, gradualmente, quotidiana.
Essi avevano anche un
titolo, che li distingueva, spesso poco accattivante, ma
indicativo del loro contenuto.
Soprattutto, però, si
rivolgevano ad un pubblico ben definito.
Queste prime esperienze
giornalistiche strutturate apparvero, con carattere di
sistematicità e in tale epoca, non casualmente nella
fiorente Anversa, capoluogo delle Fiandre, regione
attraversata da un impetuoso progresso economico e dalla
correlata crescita di una moderna borghesia commerciale,
avida d’informazioni per i propri traffici, e nella
città di Augusta, già capitale imperiale, sede di una
prestigiosa università e base commerciale della dinastia
Fugger, i banchieri degli imperatori.
Le gazzette
rapidamente si diffusero in tutta l’Europa
dell’assolutismo, godendo del ‘privilegio’, accordato
loro da re e regnanti, una forma di diritto per
diffondere in esclusiva le notizie, anche quelle intorno
alla vita delle corti, ma subendo, di fatto, il
rigidissimo controllo delle autorità.
Al fianco di questo
giornalismo, fatto di notizie, l’età moderna fu culla
anche di un’informazione più colta e raffinata,
destinata ad un’élite intellettuale, centro di un ricco
dibattito culturale, che si svolgeva intorno a tutti i
campi dello scibile conosciuto, affrontando temi
certamente letterari e di cultura classica, ma non
disdegnando neppure acuti interventi in ambito
scientifico e tecnico.
Descrissero questo
fervore il periodico francese Journal des Sçavants
(1665), il Philosophical Transaction, edito dalla
londinese Royal Society, e i tanti Giornali dei
letterati, pubblicati nelle diverse città italiane,
al cui interno il lettore colto poteva trovare brevi e
dotte recensioni dei libri appena pubblicati, insieme ad
articoli di sapore umanistico, spesso accompagnati da
notizie sulle teorie fisiche più recenti.
Nell’Inghilterra, divisa
fra spiriti rivoluzionari e monarchie restaurate, ormai
segnate da caratteristiche parlamentari, all’interno di
un complesso dibattito sulla libertà d’opinione, di
stampa e, più in generale, sull’esercizio della
tolleranza, si sviluppò un nuovo tipo d’informazione,
che proprio a questi grandi temi faceva riferimento,
rivolgendosi ad un pubblico già maturo e consapevole.
Fra la seconda metà dei
Seicento e la seconda metà del secolo successivo, in
questo paese si affacciò alla storia un nuovo
giornalismo, condotto dalle menti più brillanti
dell’epoca , Defoe, Milton, Steele, Addison, che si
rivolgeva con interesse al costume generale ed
all’opinione pubblica.
Addison e Steele, in
particolare, pubblicarono il fortunatissimo The
Spectator (1711), nelle cui pagine si tratteggiava
il quadro sociologico, economico e culturale della
Londra agli albori della rivoluzione mercantile ed
industriale, indicando i meriti e le virtù di una
crescente, dinamica ed affermata morale borghese. Ad
esso va ascritta anche l’introduzione nell’ambito
giornalistico della ‘fiction’: l’utilizzo di un
osservatore non partecipe, del giornalista distaccato
dagli avvenimenti osservati.
Questo atteggiamento
finirà per divenire la caratteristica principale della
stampa d’informazione britannica, almeno di quella più
autorevole e sensibile, decisa a distinguere i fatti
dalle opinioni e a cercare di ottenere un’affatto facile
obiettività d’espressione.
Il giornalismo di
costume ebbe epigoni, certamente più coloriti, spiritosi
e pieni di emozioni, anche nella penisola, soprattutto
nella tollerante Repubblica veneta.
Qui, Gasparo Gozzi,
alfiere della decadente classe aristocratica, spinto in
parte dalla volontà di sorreggerne i valori, in parte
dalla necessità, decise di pubblicare prima la
Gazzetta veneta, poi l’Osservatore Veneto. A
Venezia il Baretti, amico di Gozzi, pubblicò la
Frusta letteraria. Dal 1764 al 1766, i fratelli
Verri e Cesare Beccaria, riflettendo appieno il nuovo
spirito illuministico, diedero alle stampe il Caffè,
punto d’incontro fra un giornalismo dai decisi spunti
culturali e la ricerca letteraria, legata, in questo
caso, ad un’ampia elaborazione di sentimenti patriottici
e di ideali borghesi.
La rivoluzione francese,
nel 1789, produsse, prima in Francia e poi in tutta
l’Europa, un profondo rivolgimento politico, ma anche
morale ed intellettuale.
Nel descrivere quanto
accadde, bisogna avere piena considerazione
storiografica dell’intima sinergia esistente fra la
stampa e la diffusione delle idee rivoluzionarie.
Ogni club, ogni
associazione politica aveva un foglio, che enunciava e
declamava i proclami, le idee, i programmi. I capi
rivoluzionari, Danton, Marat, Sain Just, Robespierre,
ecc…, scrivevano quotidianamente articoli per i propri
giornali; una parte polemizzava contro l’altra sulla
carta stampata, che da Parigi si spandeva nelle province
di Francia e poi ne superava i confini, diffondendone i
contenuti. Nelle pagine di questi giornali si
elaboravano i principi umanitari, ma anche gli errori e
gli orrori di un fenomeno travolgente. In tale libertà
di espressione e di partecipazione, sanguinosamente
raggiunta, risiede il valore più fondante di quanto
prodotto dalla Rivoluzione.
Le pubblicazioni furono
innumerevoli, alcune ebbero fortuna e durarono a lungo,
altre ebbero una breve stagione, spesso effimera come le
idee politiche che propugnavano, ma tutte, oggi
attentamente conservate nelle emeroteche, servono a
descrivere, meglio di ogni altra fonte storica, quanto è
effettivamente accaduto.
La Rivoluzione infiammò
l’intero continente, provocando la reazione
intransigente dei governi assolutistici.
Al trasporto
rivoluzionario del 1799 a Napoli e alla successiva dura
repressione borbonica si deve la prima vittima femminile
del giornalismo italiano, Eleonora Fonseca Pimentel,
animatrice del Monitore napoletano, giornale
democratico e giacobino.
Successivamente, nel periodo napoleonico, i giornali,
abbandonarono gradualmente gli impeti rivoluzionari e si
allinearono al conformismo imperiale, scevri ormai dalle
illusioni del passato recente e attenti, pragmaticamente,
alla ragion di stato.
L’età
contemporanea
Durante la
successiva età della restaurazione, dopo il 1815, a
seguito del Congresso di Vienna, nella penisola e, in
particolare, nel Lombardo – Veneto, sotto la dominazione
austriaca, si viene delineando la necessità di
recuperare il consenso delle classi colte italiane, le
quali, nello spirito delle precedenti esperienze
rivoluzionarie e repubblicane, stavano iniziando a
vagheggiare ideali nazionali e di indipendenza dallo
straniero.
Sotto quest’egida
nacque la Biblioteca Italiana (1816), nel
tentativo di assimilare gli intellettuali milanesi, e
furono invitati a dirigerla sia Ugo Foscolo sia Vincenzo
Monti, che declinarono l’offerta. Nelle pagine del
periodico, però, apparì il famoso articolo della nota
Madame De Staël, che avviò la polemica fra classicisti e
romantici.
Alla
Biblioteca italiana fece da contraltare, per un
breve periodo, prima di essere messo a tacere dalle
autorità, il Conciliatore. Il foglio azzurro
(tale era il colore della carta con la quale era
stampato), a cui collaborarono Ludovico Di Breme, Silvio
Pellico, Giovanni Berchet, Porro Lambertenghi, Federico
Gonfalonieri, difese gli ideali romantici, manifestando,
nello stesso tempo, aperte aspirazioni di libertà e la
ricerca di un’identità italiana.
Iniziò a
manifestarsi, in tal modo, il Risorgimento italiano,
attraverso le pagine di riviste erudite, attraverso
progetti politici che si confondevano ancora con spunti
ed iniziative letterarie, nascondendo fra le righe
desideri d’indipendenza e idealità liberali.
Nel 1821, a
Firenze, auspice l’imprenditore d’origine svizzera
Giovan Pietro Viesseux, apparve il periodico l’Antologia,
destinato a costituire una fervida e duratura esperienza
nella cultura italiana, accogliendo nelle sue pagine la
più viva e attenta intellettualità pre-unitaria e
proponendosi di formare la futura classe dirigente
nazionale.
Nello
spirito di un giornalismo militante, segnato da una
schietta funzione didascalica e educativa, uno spazio
particolare, nell’ambito delle lotte risorgimentali,
deve essere assegnato all’azione mazziniana, che si
servì della stampa, dal quotidiano la Giovine Italia
a tanti altri periodici, come mezzo fondamentale di
battaglia politica e di costruzione delle coscienze,
nell’intento, non secondario, di accendere gli animi del
popolo, con parole d’ordine dirette, semplici, immediate
e riconoscibili.
Solo dopo
l’unità nazionale apparvero in Italia i grandi giornali
moderni, compiuti, con redazioni strutturate, con
proprie e funzionali tipografie, e, soprattutto, con
giornalisti completi, padroni del ‘mestiere’, che
oscurano le precedenti figure degli entusiasti e dei
necessitosi provenienti da altre professioni e prestati
alla carta stampata.
Dalla
seconda metà dell’800, i grandi quotidiani nazionali
iniziarono una lunga competizione per conquistarsi un
pubblico sempre più complesso e stratificato, che iniziò
ad essere composto da lettori più attenti, desiderosi di
avere informazioni di ogni genere, rapidamente e sempre
aggiornate, dall’unico mass media disponibile. Nel 1866,
a Milano, si pubblicò Il Secolo, che fu a lungo
il giornale più venduto. Il quotidiano si rivolgeva alla
piccola borghesia imprenditoriale e commerciale ed
insieme alle fasce più alte del proletariato urbano,
collocandosi in un area politica radicale.
Nel resto
della penisola si definirono gradualmente anche gli
assetti della stampa a carattere regionale,
caratterizzata da quotidiani legati ad una diffusione
geografica ben determinata.
I giornali
furono anche strumento, come sempre, di lotta politica;
ad essi fecero riferimento i candidati amministrativi e
politici nel collegio uninominale, in competizioni
elettorali spesso condotte senza alcuna esclusione di
colpi, sul filo della diffamazione e dell’ingiuria.
Talvolta questa lotta risultò impari, perché il
candidato governativo e il suo quotidiano di riferimento
potevano giovarsi dei fondi riservati gestiti dai
prefetti, i cosiddetti fondi dei rettili, le sovvenzioni
occulte.
Nel 1876,
Luigi Torelli Voillier iniziò a pubblicare a Milano il
Corriere della Sera.
Il
quotidiano si presentava come il rivale del Secolo
e si rivolgeva alla borghesia produttiva, commerciale ed
imprenditoriale, ai ceti medi in ascesa grazie al
progresso dinamico delle aree industriali dell'Italia
settentrionale.
Come asserì
il suo stesso fondatore, il giornale si trovava, alla
sua nascita, nella favorevole condizione di essere
all’opposizione politica rispetto al governo appena
insediatosi.
In quello
stesso anno, infatti, la Sinistra storica, guidata da
Agostino De Pretis era subentrata al potere alla Destra
storica, che aveva condotto il paese all’unità.
Il
Corriere voleva rappresentare gli ideali e le
aspettative della nuova destra conservatrice,
illuminata, aperta al progresso e rivolta all’esterno,
interessata a collocare il paese in uno scenario di più
ampio respiro internazionale, attenta allo sviluppo
economico e alle nuove classi sociali emergenti..
Il
Corriere doveva, però, sostenere una lunga lotta per
affermarsi.
La svolta
avvenne all’inizio ‘900, con l’ascesa alla direzione di
Luigi Albertini, il primo direttore di lungo percorso.
La
rivoluzione interna al quotidiano, che consentì al
giovane segretario di redazione la conquista della
direzione, fu correlata ai tragici fatti del 1898 a
Milano, che indussero il governo Pelloux, nel nuovo
secolo, al tentativo di una svolta autoritaria nella
conduzione del paese.
Complice la
proprietà Crespi, Luigi Albertini desautorò, di fatto,
il direttore senatore Domenico Oliva, favorevole ai
provvedimenti liberticidi, imprimendo, quindi, al
giornale una svolta garantista.
La guida di
Albertini rappresentò l’età dell’oro del quotidiano,
perché realizzò la piena autorevolezza dello stesso,
conferendogli attendibilità, serietà e favorendone una
crescente considerazione all’estero.
Tutto questo
poté accadere grazie ai cospicui investimenti da parte
della proprietà, che consentirono la crescita della
redazione, l’introduzione massiccia di nuove tecnologie
in uso comune (il telegrafo e, poi, il telefono),
l’utilizzo di inviati speciali (la famosa dinastia
giornalistica dei Barzini), che garantivano al giornale
di essere sempre ‘sulla notizia’ e l’arrivo dagli Stati
Uniti, nella nuova sede di Via Solferino, delle nuove
rotative Coe, in grado di moltiplicare la tiratura.
Fu proprio
la ‘belle epoque’, che in Italia coincise con l’età
giolittiana, il periodo di massima crescita e di
affermazione dei quotidiani.
La Stampa
di Frassati a Torino, il Giornale d’Italia di
Bergamini a Roma, insieme al Messaggero e alla
Tribuna, il Resto del Carlino a Bologna, il
Secolo XIX a Genova, il Gazzettino a
Venezia, La Nazione a Firenze, il Mattino
a Napoli, il Giornale di Sicilia a Palermo, sono
alcune delle testate più importanti della galassia
dell’informazione in Italia nella prima metà del secolo.
Questi
quotidiani furono diversamente schierati in campo
politico.
Alcuni di
essi appoggiarono apertamente le complesse e discusse
scelte politiche di Giovanni Giolitti, altri lo
contrastarono strenuamente, altri ancora, pur critici,
come il Corriere di Albertini, valutarono di
volta in volta, concretamente, l’azione dell’uomo di
Dronero.
Allo stesso
modo la stampa si divise di fronte alle iniziative
militari; ci furono meno dissociazioni nei confronti
dell’impresa libica, contro l’Impero Ottomano, rispetto
alle fratture e ai contrasti provocati dalla sofferta e
tormentata decisione dell’ingresso nella prima guerra
mondiale, a fianco delle potenze dell’Intesa, nel 1915.
In
particolare, l’avversione più strenua alla guerra
proveniva dall’opposizione socialista al sistema
giolittiano. Il quotidiano politico l’Avanti
avrebbe dovuto seguire la linea politica del partito, ma
il suo giovane direttore, Benito Mussolini, era
favorevole al conflitto.
Per questo
motivo abbandonò il proprio incarico e venne espulso
dall’area socialista, ma fu rapidamente capace di
fondare, grazie all’aiuto di alcuni gruppi industriali
siderurgici e zuccherieri (complice la mediazione di
Filippo Naldi, direttore del Resto del Carlino),
un nuovo giornale, il Popolo d’Italia, che nel
1918 prese il sottotitolo di ‘quotidiano dei combattenti
e dei produttori’.
Questo fu,
nei venti e più anni successivi, il giornale ufficiale
del regime, non l’unico, ma quello del duce, del
partito, quello di riferimento, quello dove apparirono
per prime (ma non sempre) le parole d’ordine del
fascismo.
Passata la
prima guerra mondiale, con il suo carico di lutti e di
speranze presto disilluse, il paese scoprì la propria
complessità e le masse, prima anonime ed indifferenti,
iniziarono, prepotentemente, ad essere le reali
protagoniste dell’agire politico.
La
rivoluzione russa del 1917 aveva acceso, in tutta
l’Europa, la speranza di un rapido progresso materiale
nelle classi più disagiate. In Italia, nel periodo
1919-1920, nel cosiddetto ‘biennio rosso’, si assistette
ad una lunga serie di scioperi, di proteste, di
occupazioni di fabbriche, di manifestazioni che, di
fatto, bloccarono e rallentarono la produzione.
Di tale
crescente malessere si fecero interpreti alcuni
intellettuali, pur provenienti da ideologie differenti:
il marxista Antonio Gramsci diede vita, nel 1921, al
periodico L’Ordine Nuovo e il liberale
progressista Piero Gobetti, nella rivista La
Rivoluzione Liberale, nel 1922, tentò di analizzare
i fenomeni tumultuosi del presente, nell’ottica di una
possibile convergenza fra il pensiero liberale più
aperto ed un nuovo socialismo umanitario.
A tutto
questo si oppose il fascismo, che nel 1922 andò al
potere.
L’atteggiamento di gran parte della stampa
d’informazione nei confronti di Mussolini fu chiaro. Ne
fu un buon interprete Luigi Albertini, che echeggiando
un commento del filosofo Benedetto Croce, giudicava il
fascismo un male passeggero, ma necessario, per
riportare ordine e stabilità al sistema liberale.
Fu vero il
contrario, perché il fascismo finì per affondare quel
mondo politico dalla cui degenerazione era sorto.
La libertà
di stampa subì pesantemente il regime autoritario prima
ed il totalitarismo poi.
Il fascismo
si mosse, nei confronti del giornalismo, con gradualità,
con ritmi e fasi alterne, in tempi differenti.
Un iniziale
periodo di ‘lassez faire’, moderatamente tollerante,
volto a consentire una misurata libertà di stampa e di
critica, al fine di tranquillizzare l’opinione pubblica,
lasciò campo, dopo il 1924, dopo l’omicidio di Giacomo
Matteotti, ad una serie di provvedimenti finalizzati al
controllo attento di tutta l’informazione.
In breve
furono soppresse le testate d’opposizione (che,
comunque, in gran parte avevano già chiuso i battenti,
avendo subito violenze e devastazioni da parte delle
squadre in camicia nera), poi iniziò una graduale
fascistizzazione delle redazioni. I direttori ostili
furono sostituiti con elementi fiancheggiatori del
regime, i quali, a loro volta, provvidero ad allontanare
i giornalisti non allineati o non graditi.
L’azione
sulla proprietà dei quotidiani fu più discreta,
favorendo l’acquisizione di alcune testate da parte di
gruppi finanziari o industriali contigui (così accadde
alla Stampa, ‘acquistata’ dalla S.I.P.) o
rimuovendo i vecchi proprietari, servendosi anche di
cavilli legali (Albertini fu mandato via in questo modo
dal Corriere).
Alla
repressione si accompagnava anche la ricerca del
consenso, in quel bilanciato gioco del bastone e della
carota, proprio di tutti i totalitarismi.
Furono
istituiti, infatti, il sindacato e l’albo dei
giornalisti, per tutelare e garantire l’accesso alla
professione.
Fu creata
una scuola di giornalismo, i cui risultati furono
incerti.
Dopo il
1936, entrato il fascismo nella fase totalitaria,
l’atteggiamento nei confronti dell’informazione subì
un’ulteriore recrudescenza. Già da tempo le notizie poco
edificanti erano affatto tollerate e anche la naturale
enfasi giornalistica nei confronti della cronaca nera
era vietata, ma ora il Ministero della Cultura Popolare
(Min.Cul.Pop.) iniziò ad inviare ai giornali direttive
ben precise su quanto dovesse essere scritto o non
dovesse esserlo e in che modo, ponendo la sua attenzione
perfino sull’aggettivazione e sulla punteggiatura.
Non può,
quindi, meravigliare il fatto che, dopo il 25 aprile
1943, alla caduta del regime, nello scoramento generale
in cui era precipitato il paese in guerra, i giornalisti
del Corriere si domandassero come dovesse essere
fatto il giornale, quale dovesse essere una giusta
cultura della notizia, giacché, per vent’anni, era stato
loro dettato da altri.
Alla fine
del conflitto, della seconda guerra mondiale, nel 1945,
dopo un periodo di transizione gestito dagli Alleati, si
assistette alla rinascita di una stampa libera,
indipendente e democratica.
Vennero
riorganizzate le vecchie testate, a cui se ne aggiunsero
nuove, che si rivolsero ad un pubblico sempre più vasto
e bisognoso di notizie, perché l’alfabetizzazione era
cresciuta esponenzialmente e, grazie agli aiuti del
piano Marshall, il paese aveva imboccato una strada di
fiorente progresso economico, che produsse un vero e
proprio ‘boom’, fra la fine degli anni ’50 ed i primi
anni ’60.
Nacquero
anche nuovi settimanali; i rotocalchi si rivolgevano ad
un’utenza molto variegata, i cui costumi e consumi,
forti anche di sensibile influsso statunitense, si
stavano allineando con quelli del resto dell’occidente,
ed avevano bisogno di essere consigliati e di essere
indirizzati.
Un
quotidiano, però, era in testa alle classifiche di
vendita, indice di un paese cambiato profondamente: la
rosea Gazzetta dello Sport.
La grande
novità nell’informazione si verificò a metà degli anni
’50, quando la televisione di stato, la RAI, iniziò a
diffondere il suo segnale. Il pubblico iniziale era
molto limitato, sparuto, l’apparecchio di ricezione era
ancora molto costoso e gli italiani si organizzavano in
gruppi, spesso nei locali pubblici, per seguire le
trasmissioni di più ampio ascolto, come Lascia o
Raddoppia, condotta da Mike Buongiorno.
L’informazione dei telegiornali era rigidamente
filogovernativa, rispettosissima nel non offendere la
maggioranza silenziosa e la morale comune.
La
rivoluzione giornalistica avverrà negli anni settanta,
con la cosiddetta liberalizzazione dell’etere, con la
nascita delle radio e delle televisioni ‘libere’, cui la
stessa RAI si dovrà adeguare, suddividendosi in tre
canali, per garantire il pluralismo delle opinioni.
Le
televisioni commerciali, che si sostengono senza il
canone, affidandosi agli introiti della pubblicità,
facevano però la differenza anche nel campo
dell’informazione, fornendo, in quegli anni, notizie
realmente libere da ogni pregiudizio politico e
ideologico, consentendo al giornalismo, ancora una
volta, di collaborare alla crescita morale e culturale
del paese.
Nel 1976
nasceva La Repubblica, il quotidiano diretto e
voluto da Eugenio Scalari. Si denotava come una testata
radicaleggiante, scevra da ogni condizionamento, pronta
ad affrontare con professionalità anche gli aspetti
scandalistici della scena politica nazionale.
Fra questa
testata ed il ‘vecchio’ Corriere iniziava una
lunga battaglia di cifre sulle vendite reali, una
competizione per essere il giornale più venduto e più
letto, un confronto condotto quasi sempre sul filo
dell’altissima qualità degli articoli e degli
articolisti, ma talvolta trascinato nel merchandising
dall’offerta di curiosi allegati.
Infine,
l’ultima frontiera del giornalismo, nel presente, pare
essere rappresentata da internet, dal web.
In questo
spazio virtuale, ma agibile facilmente da tutti ed in
ogni parte del globo, che realizza appieno l’idea del
‘villaggio globale’, ipotizzato dal sociologo canadese
Marshall McLuhan negli anni cinquanta, si sono
trasportate le vetrine, in parte complete, dei maggiori
quotidiani, aggiornate in tempo reale con le notizie
provenienti dalle diverse agenzie di stampa.
Con il web
si apre anche l’occasione ai giovani, affascinati da
questa antica professione, di poter pubblicare in modo
agevole i propri articoli, l’opportunità di farsi
conoscere dalle testate più importanti, la prospettiva
di costruirsi un proprio sito d’informazioni, di
partecipare agli infiniti blog e forum dove si
discutono, in contemporanea, le notizie e le vicende
appena accadute.
Con questa
speranza, che però vuole anche fare rilucere il gusto
molto antico, che l’uomo si porta dietro lungo tutta la
sua storia, di scambiarsi le conoscenze e di condividere
le emozioni, è bene terminare questo brevissimo excursus
nella storia del giornalismo italiano.
Molte cose
non sono state dette, senza alcun peccato di voluta
omissione, ma solo perché lo spazio non lo consente.
Non si è
trattata a fondo la storia ricchissima ed
importantissima dei periodici, dei settimanali, dei
mensili e delle grandi riviste culturali.
Non si è
parlato della stampa straniera, in particolare di quella
statunitense, di quella inglese e di quella francese,
delle differenze presenti fra queste esperienze ed il
nostro giornalismo.
Non sono
stati analizzati i giornali del fascismo, quelli della
resistenza, quelli delle opposizioni al sistema liberale
crispino e giolittiano…
E’ stato
inevitabile aver dato spazio ad alcuni argomenti
anteponendoli ad altri, che pur hanno altrettanta
importanza storica e culturale.
Per
concludere bisogna annotare, e segnalare anche come
unica sostanziale fonte bibliografica, che la storia
della stampa italiana ha avuto nel lavoro dei professori
Valerio Castelnuovo e Nicola Tranfaglia, per i tipi
della Laterza, un compendio completo, ricchissimo di
dettagli, annotazioni ed approfondimenti, sviluppato
attraverso otto poderosi tomi in un lungo arco di tempo.
La Spezia 03
aprile 2006
Lorenzo Tronfi
Storico ed esperto di
comunicazione politica e pubblica
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Testi di storia del giornalismo
Briggs - Burcke, "Storia sociale dei media", Mulino
editore.
V. Castronovo, "La stampa italiana dalla Liberazione
alla crisi di fine secolo", Laterza.
V. Castronovo, N. Tranfaglia, STORIA DELLA STAMPA
ITALIANA: vol.1 “La stampa italiana del Cinquecento
all’Ottocento; vol.2 “La stampa italiana del
Risorgimento”; vol.3 “La stampa italiana nell’età
liberale”; vol.4 “La stampa italiana nell’età fascista”;
vol.5 “La stampa italiana dalla Resistenza agli anni
Settanta”; vol.5 “La stampa italiana del
neocapitalismo”: vol.7 "La stampa italiana nell'età
della Tv 1975 - 1994", Laterza.
G. Farinelli, E. Paccagnini, G. Santambrogio, "Storia
del giornalismo italiano", Utet.
G. Gozzini, "Storia del giornalismo", Bruno Mondadori
Editore.
P. Murialdi, "Storia del giornalismo italiano", Il
Mulino.
P. Murialdi, "La stampa del regime fascista", Laterza.
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